FIABE
(alcune di queste fiabe e leggende fanno parte del programma di attività del Gruppo Kantutita: vengono rappresentate dai ragazzi del Gruppo presso le scuole e su richiesta)


  1. Il giorno degli uomini verdi
  2. Il castello dei faldoni (di Gianni Cinque Schei)
  3. L'Airampo
  4. La giraffa vanitosa
  5. La jana Mariedda (fiaba sarda, inviata da Stefy)
  6. L'insolito bambino
  7. La pelle color cioccolato (Filippine)
  8. La leggenda dei Figli del Sole (Bolivia)
  9. La storia del pipistrello (Indiani Creek)
  10. Fiaba dei due porcospini in una notte d'inverno
  11. Gli aspiranti genitori (di Chiara Lella)
  12. Il bambino con due occhi
  13. Elmer l'elefantino variopinto (Chaski, giugno 2000)
  14. Storia della signora Costa D'Avorio (Chaski, dicembre 2000)
  15. Fiaba del bradipo (Chaski, giugno 2001)

 

Il giorno degli uomini verdi 
Un giorno, il buon Dio fece più o meno questo discorso davanti all'assemblea degli angeli e degli arcangeli, dei cherubini e dei serafini: "Avevo detto agli uomini: amatevi gli un gli altri, e invece si detestano, perché non sopportano le loro differenze. Arrivano addirittura ad ammazzarsi tra loro perché non hanno lo stesso colore della pelle. Ho deciso di impartire loro una buona lezione. Ordino che a partire dal 1° maggio tutti gli esseri umani abbiano la stessa pelle verde-mela, colore della speranza. Inoltre ordino ancora che diventino tutti perfettamente uguali,come se fossero tutti gemelli. Cosí ogni neonato assomiglierà a tutti gli altri neonati, una donna di trentacinque anni sarà perfettamente simile a tutte le donne di trentacinque anni del mondo, e così via".
" Alleluia! Alleluia! " cantarono gli angeli e gli arcangeli, i cherubini e i serafini, felici che Dio avesse finalmente preso una decisione. "Io sono l'altro e l'altro é me"
Il 1° maggio il professor O'Neil, premio Nobel per la biologia, si svegliò di soprassalto. Scese dal letto di cattivo umore e si guardò allo specchio. Rimase a bocca aperta: l'immagine nello specchio non era la sua, ma quella di un uomo color verde-mela che non aveva la sua corporatura, né i suoi capelli, né il suo naso, né la sua bocca. Il professor O'Neil corse sotto la doccia, si strigliò con un panno ruvido. Ma più si frizionava, più la sua pelle era verde-mela.
"E' un incubo" mormorò. La sua voce non era più la "sua" voce. Corse a chiamare la moglie. La guardò. Non era Anna, era una donna che non conosceva. Con la pelle verde-mela. Scene simili avvenivano in tutto il mondo. Milioni e milioni di uomini e donne si guardavano increduli allo specchio, telefonavano alle televisioni, alle radio, agli ospedali, ai vigili del fuoco. Ma nessuno rispondeva. Erano tutti occupati a considerare la nuova incredibile realtà: io sono l'altro e l'altro é me.
I soldati non combattevano più perché si erano mescolati e non sapevano chi era nemico e chi no. Cosí tutti guardavano in cagnesco tutti. Tutti sospettavano di tutti. Malgrado le esortazioni del Papa: "Siete tutti fratelli, amatevi come fratelli " sembrava che il mondo stesse tornando allo stato selvaggio. I più grandi scienziati della Terra misurarono, pesarono, analizzarono con le macchine più perfezionate inventate dall'uomo. Arrivarono alla conclusione che il fenomeno verde-mela era un mistero troppo grande per loro. Un "non so che" umile si fece strada nei loro cuori. Era un piccolo "non so che" ma al buon Dio bastò, e diede ordine che tutto sulla Terra tornasse come prima.
Fu come una nuova nascita per tutti. Uomini e donne si raccontavano le semplici verità che avevano dimenticato. Com'erano belli ora gli europei biondi e gli indios color del rame, gli occhi celesti, verdi, neri; gli irlandesi con i capelli rossi e gli arabi con i baffi neri... "Benvenute differenze! Benvenuti stranieri! Non mi fate paura!" Sull'intero pianeta la gente si abbracciava. Tutti si sentivano diversi e simili come fiori in un prato a primavera. E finirono le guerre, perché finirono tutti i fanatismi razziali, ideologici, politici, religiosi. Non finirono i problemi, ma si cercò per ognuno una soluzione pacifica.
" Alleluia! Alleluia! " cantarono gli angeli e gli arcangeli, i cherubini e i serafini.

 
indice

Il castello dei Faldoni
di Gianni Cinque Schei

In una città molto lontana, c’è un piccolo castello abitato da uomini e donne che vivono in mezzo alla polvere e a tante scatole. Questo castello è fatto con tanti scatoloni che sono chiamati, in quel mondo molto strano, faldoni. Essi sono messi come tanti mattoncini a formare muri, pareti, soffitti e molte piccole finestre. Tutta questa costruzione è stata posta proprio di fronte ad un canale molto grande, più largo di un fiume, dove passano delle lunghe navi.

I cortigiani - così si chiamano gli abitanti del castello - passano il loro tempo a veder scorrere le navi fra una finestra e l’altra, prima la prua poi il comignolo ed infine la poppa, dove un’elica stanca di lunghi viaggi sbatacchia l’acqua.

Il loro lavoro è molto difficile ed impegnativo; devono pur prendersi delle pause guardando le navi, perché ogni giorno devono controllare che questo castello non cada. Per loro sfortuna le scatole non sono eguali, alcune sono stracolme, altre quasi vuote e per far stare tutto insieme e non far cadere qualche muro devono vuotarle e riempirle.

Le scatole hanno due soli colori, il verde ed il blu. Devono stare molto attenti perché (chissà per quale motivo non ci hanno mai pensato), quando c’è poca luce è molto facile sbagliarsi. Nelle scatole verdi ci sono le storie dei bambini, in quelle blu quelle dei grandi.

Gli abitanti del castello devono tenere tutto (bello) in ordine e ogni giorno devono spolverare e controllare che non vada perso qualche foglio.

Ogni giorno, nel riordinare le scatole che fanno traballare il castello, prendono, com’è stato loro insegnato, una scatola verde (quella dei bambini come te) e leggono la storia d’ognuno di loro: cosa sarebbe meglio per lui, con quali giocattoli gioca, il colore che preferisce, quanto pesava quando è nato e quando gli è spuntato il primo dentino.  Sanno tutto o quasi d’ogni bambino.

Poi prendono una scatola blu dove ci sono i grandi, i futuri genitori; è sempre un po’ vuota ma ci sono dentro i nomi di tanti grandi. Fanno così tutti i giorni, un lavoro un po' monotono leggere quelle cose, a volte un po' tristi.

 

Nel castello dei faldoni abita anche un piccolo gnomo, un abitante del bosco che si era avventatamente intrufolato in uno scatolone indirizzato al castello. Questo gnomo ha una barba (bianca) candida, un buffo capello verde ed è così piccolo, nonostante abbia molti anni, che gli abitanti del castello non lo hanno mai visto. Lo gnomo osserva di nascosto le attività degli abitanti del castello, temendo sempre che lo vedano i cortigiani, i quali fanno un lavoro proprio difficile, ma è certo che se fossero un po' più ordinati faticherebbero molto meno. C'era una confusione indescrivibile, un po' come sul comodino di papà.

Lì si trova molto bene perché è sempre al caldo e, ghiotto come è di crackers, riesce sempre a fare delle sane scorpacciate razziando i cassetti dei cortigiani che proprio di questo si nutrono, anche per non peggiorare le loro ulcere.

 

Questo gnomo passa il suo tempo leggendo tutto il materiale che c'è nelle scatole sia in quelle verdi sia in quelle blu, è un po' il suo lavoro. Preferisce le scatole verdi, perché, leggendone le storie, ricorda il tempo in cui era bambino anche lui. Lo gnomo di notte mette ordine su tutti i tavoli ma senza farsi vedere, vuota, riempie e poi sposta le carte nei vari scatoloni. Fa' lo stesso lavoro degli abitanti del castello ma in una maniera tutta sua; nonostante siano anni che lo fa', gli abitanti del castello non se sono mai accorti.

 

Per aiutare i bambini che hanno bisogno di una mamma ed un papà fa così: legge la storia di un bambino, spesso commovendosi (lo ha fatto anche leggendo la tua) e una volta finito di leggerla memorizza il suo nome e una serie di numeri come quelli del telefono, Carlo 265130, Josephine 301290, Carla 602030, Giuseppe 565380. Questi numeri sono una formula - che solo lui può sapere - per ricordare la storia del bambino, quello che gli piaceva e cosa era meglio per lui, un riassunto di tutta la storia.

Poi fa' la stessa cosa con gli scatoloni blu, ma questa richiede un po' di più tempo, perché i grandi sono sempre due e molti di più, ma le loro storie, per fortuna, sono un po' più semplici; anche per i grandi ha una serie di numeri, Michele Sonia 502631 303160, Mario Antonia 603051 451060…

 

Non possiamo sapere che numeri abbia riservato a noi tuoi genitori ma nella nostra scatola blu c'era scritto che pensavamo ad un bambino proprio come te, così come sei, né più, né meno.

Sembra quasi che lo gnomo sapesse proprio tutto di noi o forse sapeva che eri tu per noi la persona più facile da amare.

Fatto questo lavoro, con il numero del bambino ben preciso in testa si affaccia alla finestra guardando il mare e pian piano mette questo numero in confronto con quelli dei grandi.

A volte passa tutta la notte a guardare il mare, prima di trovare la giusta combinazione e quando la trova, corre alla scatola verde del bambino e la mette in bilico e così fa' con la scatola blu dei grandi che durante la notte aveva scelto.

Il giorno dopo un abitante del castello svegliandosi trova proprio quelle due scatole che traballano e su quelle comincia a fare il suo lavoro più importante: le telefonate.

I grandi hanno tutti il telefono, chi di colore bianco chi di colore rosso, chi nel salotto chi nell’entrata, e il cortigiano, l’abitante del castello, comincia a fare tanti numeri di telefono o spedire tante lettere. I grandi vengono così a sapere che un bambino, insieme alla sua storia nello scatolone verde, ha bisogno di una mamma ed un papà. [Questa telefonata provoca sempre un’immensa gioia nei genitori che sono stati scelti.] E qui ci siamo noi, quelli che erano nella scatola blu.

Il castello è sempre pieno di scatole verdi e blu perché i cortigiani vogliono continuare a veder passare le navi, ma non sanno che lo gnomo, di notte, gli prepara tutto il lavoro.

Noi siamo andati in quel castello, non abbiamo mai visto lo gnomo, ma ci piace pensare che si chiami Miki, che forse ci aveva visti e che gli siamo piaciuti.

In ogni angolo del mondo qualche gnomo, anche in questo momento, sta leggendo la storia di qualche bambino [e sta mettendola insieme alle storie dei suoi genitori che lo aspettano con trepidazione].

 

 
indice

L'Airampo
Fiori di tutte le nazionalità e di tutti i colori stavano riuniti in quel giardino. In una riunione tanto ben selezionata di fiori esotici l'Airampo nazionale, rozzo, coperto di spine, sembrava proprio una stonatura. Era come un indio piombato per caso nel mezzo di una festa dell'aristocrazia. Gli altri fiori cominciarono a guardarlo con disprezzo e cercavano di girare lontano da lui le loro teste profumate.
- Che ci fa questo Airampo indigeno fra noi?
- Che insolenza pretendere di star qui in mezzo a noi che siamo fiori di lusso!... -
disse la rosa di Francia.
- E' intollerabile che questo aborigeno d'America voglia aver rapporti con me che sono un nobile di Spagna - disse il garofano andaluso.
E così uno dopo l' altro i fiori non la smettevano di lamentarsi senza che l'Airampo aprisse bocca per difendersi.
- Approfitteremo di un colpo di vento per lanciarci sopra di lui e buttarlo fuori dal giardino a spintoni - dissero tutti.
Proprio in quel momento, una violenta raffica di vento fece piegare tutte quelle corolle, e tutte cercarono di attaccare furiosamente l'Airampo indigeno, ma immediatamente si allontanarono strillando e perdendo gocce di sangue.
- Ah, indio cattivo! Ci hai ferito! Sei pieno di spine!
- Ma troveremo lo stesso il modo di staccarti da qui, intruso.
- Gli intrusi siete voi che venite da altri paesi. Io sono nella mia terra.

E l'Airampo solitario e silenzioso continuò a vivere nel giardino, nello scandalo generale. Egli non ostentava alcun ornamento, mentre gli altri fiori ogni giorno sfoggiavano nuove corolle che ben presto se ne andavano nel vento, con uno spreco di lusso e fantasia. Quando i colibrì si avvicinavano a salutarli essi facevano tremare i loro gioielli di rugiada e sprigionavano i loro migliori profumi...
Il povero Airampo non poteva mostrare nessun fiore per attirare l'attenzione. Aveva soltanto una specie di foruncolo verde che era uno dei motivi di burla per gli altri fiori. Ma sui monti arrivò l'inverno. Giorno dopo giorno le cime delle montagne si trasformavano in cattedrali di ghiaccio dove suonavano gli organi del vento. Le pennellate verdi che ancora rimanevano nei campi scomparvero. E i bei fiori si sentirono colpiti da una malattia mortale. Solo l'Airampo si ergeva trionfante di fronte all'invasione delle nevi. Un giorno dopo una grande gelata tutti i fiori si svegliarono in agonia. Solo l'Airampo solitario in mezzo al giardino aveva un gran fiore colorato che si muoveva nell'aria come una bandiera.
- L'Airampo è fiorito!... - dissero le rose con stupore. Che magnifico fiore rosso!
- E un fiore di sangue indio!
- Lui fiorisce quando noi moriamo. L'inverno uccide tutti noi, ma non l'Airampo!
- Io sono immortale come la razza india! - disse allora l'Airampo.
E rimase, solo, a vivere sulla montagna.

 
indice

La giraffa vanitosa
In una foresta viveva una giraffa dal collo alto alto. Era bellissima, agile e snella. Tutti gli animali l'ammiravano e le facevano i complimenti.
Ma la giraffa aveva il difetto di essere molto vanitosa cosí passava tutto il suo tempo a guardarsi negli specchi d'acqua senza mai stare in compagnia degli altri animali. E quando questi avevano bisogno di un favore, era troppo presa a guardarsi allo specchio per aiutarli.
Cosí un giorno una scimmietta decise di darle una lezione e le disse: "Esiste un albero che ha tanti frutti dolci dolci. Con il tuo collo potresti mangiarli. Vieni che ti faccio vedere qual é".
La giraffa si mise sotto l'albero ma era cosí alto che neppure allungando il suo collo già lungo riusciva a mangiare i frutti. La scimmietta allora le saltò sul dorso, poi le salí sul collo fino alla testa e con le sue manine prese il frutto e glielo regalò.
Ma le disse anche: "Vedi, nella vita arriva il momento per tutti di aver bisogno di un amico".
E la giraffa vanitosa imparò la lezione.

 
indice

La jana Mariedda (fiaba sarda)

(fiaba inviata da Stefy)

In cima al colle Monteoe c'era una volta un castello abitato da fatine piccoline piccoline, alte come il pollice di un bimbo di nove anni compiuti, chiamate janas.

Le janas avevano dita sottili e delicate, capaci di tessere sontuosi abiti di lino e di broccato, magnifici arazzi e delicati scialli trapuntati con fili d'oro e d'argento. Il che ovviamente richiedeva loro ore e ore di lavoro di fronte al telaio, dal sorgere del sole fino al tramonto. Davvero una bella noia, insomma.

Fu così che un bel giorno una jana di nome Mariedda, la più giovane di tutte (aveva appena 325 anni), si stancò di tutto quel tran tran. "Non ne posso più" disse "devo trovare qualcosa che ci distragga dal nostro lavoro! Perciò andrò a curiosare per il gran mondo abitato dagli Uomini. Forse cosí troverò un passatempo che riempia di allegria e spensieratezza le nostre giornate...".
A niente valsero i rimproveri e le preoccupazioni delle janas più anziane, che le sconsigliarono quel viaggio. "Non temete, starò attenta" disse loro "e per non attrarre l'attenzione assumerò le sembianze di una volpe".

Sbatté due o tre volte le ali, pronunciò tre o quattro formule magiche e subito si trasformò in una magnifica volpe. Magnifica di certo, ma anche un po' strana.
Perché la jana Mariedda quando doveva ricorrere a qualche formula magica, faceva una gran confusione: una parola in più di qua, due o tre in meno di là, ecco che il risultato fu una volpe che aveva sì un morbido e folto pelo rosso, ma anche gli occhi verdi, la coda argentata e i baffi gialli come le spighe di grano maturo.
Visto però che nel castello di Monteoe non esistevano specchi e che nessuno trovò il coraggio di dirle in che razza di stranissima volpe si era tramutata, Mariedda salutò le sue compagne e si avventurò per il mondo.

Verso sera giunse in vista di un villaggio abbarbicato in cima a una collina. Mariedda, sentendo provenire dal paese il suono delle launeddas, si avvicinò pian piano alla piazza e vide che Uomini e Donne danzavano in cerchio. In vita sua non aveva mai visto un simile ballo.

"Forse" pensò "potrò insegnarne i passi alle mie sorelle di Monteoe".

Così pronunciò tre o quattro formule magiche e si trasformò in una graziosa fanciulla. Beh, graziosa lo era di certo, ma anche stavolta Mariedda aveva fatto un po' di confusione.
Così che quando gli Uomini e le Donne videro entrare nel cerchio delle danze una stranissima fanciulla dai lunghi capelli azzurri e dagli occhi argentati, smisero tutti di ballare.
“Vi prego” disse Mariedda “continuate pure con le vostre danze,e anzi insegnatemi a ballare...”.
Gli Uomini e le Donne dapprima pensarono di trovarsi davanti ad una coga (strega) travestita da fanciulla. Ma poi si accorsero del magnifico abito di broccato e dello scialle trapuntato di fili d'oro e d'argento che indossava e l'avidità vinse la paura. “Sì, facciamola ballare” dissero “prima su ballu tundu, e su passu torradu. E poi il ballo che sappiamo noi!”.

Fu così che la jana passò di ballerino in ballerino, e ben presto cominciò a girarle la testa. Così non si accorse che ogni mano che la sfiorava portava via dal suo scialle ora un filo d'argento, ora d'oro. Fu solo quando i suonatori smisero di soffiare nelle launeddas che Mariedda si accorse che dallo scialle erano scomparsi tutti i fili d'argento e d'oro.

Improvvisamente la jana si rese conto dell'avidità e della malizia degli Uomini e delle Donne che ora la circondavano per impedirle di fuggire. E subito si trasformò in volpe. Gli Uomini e le Donne allora dissero: “Se ci hai dato l'oro e l'argento, ora ci darai la tua pelliccia!”. E subito estrassero i coltelli per ucciderla.
A quel punto Mariedda andò davvero su tutte le furie. “Mi avete accolto e non mi avete amato” disse riprendendo le sue vere sembianze “così tenetevi pure la vostra musica e le vostre danze. Ma ciò che è stato fatto sia reso cento volte!”. In quell'istante i fili d'oro e d'argento sottratti al suo scialle si tramutarono in fili di paglia mentre i coltelli che gli Uomini e le Donne ancora stringevano tra le mani si trasformarono in cani rabbiosi che mordevano chiunque gli capitasse a tiro.

Dopo di che Mariedda si trasformò in volpe e riprese il suo viaggio. Attraversò valli e foreste, e alla sera giunse in vista di una casa di campagna. Si avvicinò pian piano e vide un Uomo che seduto sull'uscio fumava beatamente la pipa e poi lanciava per aria dei magnifici anelli di fumo bianco. E il gioco le apparve così misterioso e divertente che decise di farsi svelare il segreto degli anelli di fumo.

Decise perciò di entrare nella casa; ma l'uomo entrò a sua volta, prese un fucile e sparò contro la povera jana, che cadde a terra.
“Che strana volpe!” esclamò l'uomo “Non ne avevo mai uccisa una con la coda argentata e i baffi biondi. La impaglierò e la venderò al mercato”. Ma ecco che improvvisamente Mariedda riprese le sue vere sembianze. “Io sono venuta in pace” disse “e tu hai voluto guerra! Perciò tieniti pure il segreto degli anelli di fumo. Ma ciò che è stato fatto sia reso cento volte!”. In quello stesso istante l'Uomo si trasformò in una statua di pietra e a Mariedda non rimase che riprendere il suo viaggio.

Di nuovo si trasformò in volpe e decise che da quel momento si sarebbe tenuta lontana da tutti gli uomini. E che se prima del sorgere del sole non avesse trovato quello che cercava, avrebbe fatto ritorno a Monteoe.

Molto prima però che la luce apparisse ad oriente, ecco che nei pressi di un sughereto sentì levarsi un canto tanto dolce e melodioso come non ne aveva mai sentiti in vita sua. Di chi poteva essere quella voce celestiale?
Guardandosi attorno e non scorgendo nessuno. Mariedda si fece avanti fino ad una piccola radura attraversata da un ruscello. China sull'acqua a fare il bucato, vide solo una bambina di otto o nove anni, scalza, che indossava un misero vestito di panno rattoppato per lungo e per largo: e cantava e cantava, alla fioca luce di una lampada ad olio, per tener lontano il sonno ed alleviare la sua fatica.
Dimenticandosi perfino di cambiare sembianze, Mariedda si avvicinò alla bambina, che vedendola smise di cantare e sollevò il capo sorpresa. “Stai attenta volpe!” gridò “I cacciatori sono passati qua ieri e i cespugli sono pieni di tagliole!”. Purtroppo però l'avvertimento giunse troppo tardi.

Mariedda, facendo un altro passo in avanti, incappò in una tagliola che subito le si serrò sulle zampe. “Oh, povera te!” disse la bimba. E senza perder tempo aprì la tagliola, prese Mariedda tra le braccia e la portò verso il ruscello per lavare le sue ferite. Le lavò, le medicò con il muschio e poi vi avvolse intorno una striscia di stoffa che aveva strappato dal suo povero vestito. Mariedda lasciò che la bimba la cullasse tra le braccia e le cantasse una dolcissima ninna-nanna.

Fu solo quando la bambina smise di cantare che la jana riprese le sue vere sembianze.
“Ora dimmi” chiese alla bambina “come ti chiami?
E perché invece di stare a casa a dormire passi le tue notti a lavare i panni nel ruscello?”. La bambina non rispose subito. Ma quando rispose lo fece abbassando il capo dalla vergogna.
Perché Lucia, così disse di chiamarsi, era tanto povera che per aiutare la sua famiglia passava tutto il giorno nei campi. E quando era mezzanotte si rialzava dal letto e andava al ruscello a lavare i panni dei prinzipales del paese.

Mariedda, dopo aver ascoltato attentamente il racconto, le chiese di cantare ancora per lei. E mentre la bimba cantava, Mariedda capì di aver trovato quello che cercava.
“Non sapevi chi fossi e mi hai salvato dalla tagliola” le disse “perciò quello che di buono hai fatto ti sarà reso cento volte. Se verrai con me al castello di Monteoe e canterai per me e per le mie sorelle, ti insegneremo qualcosa che darà da vivere a te e alla tua famiglia per tutta la vita”.

Fu così che Mariedda fece ritorno al castello di Monteoe insieme alla sua piccola amica. La bambina cantò per le janas, e le janas le insegnarono l'antica arte del telaio. Così che ognuno imparò qualcosa di nuovo.
Lucia imparò a tessere abiti di broccato, splendidi arazzi e delicati scialli trapuntati di fili d'oro e d'argento, e non ebbe più bisogno di lavorare di giorno e di note per i prinzipales del paese.

Le janas, dopo che Mariedda ebbe narrato le sue avventure, impararono invece che se dall'Uomo è bene tenersi alla larga, dei bambini ci si può sempre fidare.

Forse è per questo che ancora oggi esse appaiono solo ai bambini: soprattutto a quelli che amano le volpi dalla coda argentata e sanno cantare dolcissime ninne-nanne.


indice

L'insolito Bambino
Un giorno Pietro, mentre tornava a casa da scuola, incontrò un insolito bambino. Lo guardò a lungo perché non riusciva a capire da dove quel bambino potesse venire.
Formulò nella sua mente un gran numero di ipotesi, ma nessuna di queste gli sembrava plausibile. Infatti questo bambino non era né troppo alto, né troppo basso; non aveva gli occhi molto chiari, ma nemmeno troppo scuri, non erano né troppo rotondi, né troppo allungati; i suoi capelli non erano né troppo lunghi, né troppo corti.... E via di seguito con né troppo e né troppo, tanto che Pietro non riusciva proprio ad avere le idee chiare.
Nel pomeriggio Pietro lo incontrò nuovamente e osservò, con sua grande meraviglia, che quel bambino riusciva a comunicare e a giocare spensieratamente nel parco giochi del quartiere assieme a Maria, a Giannina, a Mounir e a Kumiko.
Ciò che sorprese di più Pietro fu il fatto che l'insolito bambino era in grado di parlare correttamente nella lingua d'origine di ciascun nuovo amico o amica.
La curiosità cresceva sempre più Pietro, allora, si avvicinò e gli chiese: " Scusa, ma tu da dove vieni? " Il bambino si stupì molto, e subito rispose: " Ma come puoi chiedermi da dove vengo, non vedi che porto sempre con me la mia casa in miniatura?"
E detto questo mostrò a Pietro una sorta di pallone o, forse, di strano frutto Era di tante tonalità di azzurro, di blu, di verde, di marrone e sembrava avvolto in un sottile retino da pesca. Pietro aveva conosciuto "l'insolito bambino del mondo".

 
indice

La pelle color cioccolato
Il mondo era ancora giovane, allora, appena creato, e gli uomini non lo abitavano ancora.
Ogni giorno Magbabaya, il dio della vita, guardava giù sulla terra dalla sua casa nel cielo. "Oh, come la terra appare solitaria! Così grande e così deserta!"
Un giorno il dio della vita ebbe un'idea luminosa: "Debbo creare della gente che viva sulla terra".
Il dio Magbabaya partì dalla sua casa nel cielo e scese sulla terra: qui giunto prese un pugno di argilla e lo mescolò con dell'acqua. Con quella creta modellò alcuni esseri umani, poi chiamò il sole perché li asciugasse. Il Dio tornò a casa sua e passò tutto il giorno giocando con i fiori e gli uccelli del cielo.
A sera, rientrando, il dio Magbabaya si ricordò ad un tratto degli uomini lasciati asciugare al sole. Ritornò quindi sulla terra il più presto che potè e fece tramontare il sole, ma scoprì che i pezzi di terra erano rimasti troppo a lungo esposti ed erano diventati neri come il carbone.
Il dio della vita scosse la testa: "Debbo provare un'altra volta, ma questa volta starò più attento e non li lascerò troppo a lungo al sole".
Il mattino seguente Magbabaya si mise di nuovo al lavoro e modellò altre statue di uomini e di donne, poi fece sorgere il sole . Questa volta però fece attenzione perché non vi rimanessero a lungo e lo fece tramontare subito . Ma anche questa volta il dio della vita non fu troppo soddisfatto della sua opera: infatti le statue erano rimaste troppo pallide, bianche come la farina .
"Domani modellerò altre statue e starò attento che arrivino al giusto punto di cottura prima di toglierle dal sole".
Il giorno seguente ancora una volta il dio mescolò terra e acqua, le lavorò e ne trasse esseri umani. Poi con molta cautela li espose al sole. Di tanto in tanto Magbabaya girava un poco le statue in modo che prendessero un bel colore marrone come il cioccolato. Quando gli sembrò che il sole si stesse facendo troppo ardente il dio Magbabaya fece venire una nuvola dal cielo e rinfrescò le statue con della leggera pioggia , poi la brezza le asciugò lentamente.
Quando il lavoro fu terminato, il dio raccolse tutte le statue modellate dalle sue mani. Le statue bianche, quelle nere e quelle marroni . Le osservò per bene e se ne compiacque molto. "Sono tutte perfette", esclamò con orgoglio il dio. "Sono tutte bellissime, ognuna con la sua diversità".
Alla fine Magbabaya soffiò nelle statue la vita e le sparse nelle varie regioni della terra.

Ecco perché oggi nel mondo ci sono bianchi, neri e bruni.


La morale che emerge è la seguente: "Il bello di essere diversi sta nella perfezione dei difetti di ciascuno".

 
indice


La leggenda dei Figli del Sole

Era l'alba quando, nel silenzio più assoluto, dal sole uscirono fuori due sfere luminose: così erano nati Manco e Mama.

Papà sole , vicino ai monti delle Ande, tra il Perù e la Bolivia, nella lontana America del Sud, li allevò con tenerezza. Era dolce essere cullati sui caldi raggi, …. e che spasso fare l'altalena!
Ma un triste giorno Manco e Mama dovettero separarsi da papà sole.
Avevano avuto il compito di cercare il luogo dove far sorgere una meravigliosa città: la capitale dell'impero degli Incas.

Partirono portando con sé un grande e splendente bastone d'oro.
Era un bastone magico: "Quando riuscirete a conficcarlo in terra, avrete trovato il luogo giusto per la nuova città" era stato detto loro.
Ma ovunque provavano, non riuscivano mai a piantare il bastone nella terra, arida e dura come roccia.
Manco e Mama, stanchi e tristi, continuavano a cercare.
Finchè un giorno ecco apparire una verde vallata.
Evviva! Il bastone era affondato dolcemente nella terra.
Manco e Mama esultarono di gioia e papà sole li accarezzò affettuosamente con i suoi caldi raggi.


Manco mostrò il bastone magico agli abitanti del posto e spiegò loro come costruire la nuova città, centro del grande impero.
Guidati da Manco impararono a coltivare orti e giardini sulle ripide pendici dei monti, e impararono a tagliare la roccia per costruire robuste case di pietra.
Gettarono lunghi ponti sospesi sopra i profondi burroni e usando i metalli, inventarono molti nuovi oggetti, mai visti prima.
Mama insegnò alle donne a filare e a tessere la lana degli animali di quel luogo: lama, alpaca, vigogne.
Infine la capitale dell'impero fu terminata; Manco e Mama ebbero un figlio, di nome Sinchi, e da allora gli Incas vissero per molti secoli sereni e felici sotto lo sguardo benevolo di papà sole.

indice

La storia del pipistrello
(fiaba degli Indiani Creek)

Gli uccelli sfidarono gli animali a quattro zampe a una partita a palla. Ciascun gruppo fu d'accordo sul fatto che tutte le creature che avevano denti dovevano giocare nella squadra degli animali a quattro zampe e tutti quelli che avevano penne dovevano giocare nella squadra degli uccelli.
Scelsero un giorno adatto, ripulirono una radura per farne un campo da gioco, eressero dei pali per segnare le mete e si fecero dare delle palle dagli stregoni.
Quando i giocatori si riunirono, tutti quelli che avevano denti si misero da una parte e quelli che avevano penne si misero dall'altra. Quando giunse Pipistrello, si unì agli animali muniti di denti.
"No", dissero gli animali a Pipistrello. "Tu hai le ali, e devi giocare con gli uccelli".
Pipistrello andò dalla parte degli uccelli, ma questi dissero: "No, tu hai i denti. Devi giocare con gli animali". E lo respinsero aggiungendo: "Sei così piccolo che non potresti esserci d'aiuto in nessun modo".
E cosi Pipistrello tornò dagli animali, pregando di lasciarlo giocare con loro. Alla fine essi acconsentirono: "Sei troppo piccolo per esserci d'aiuto, ma siccome dopo tutto hai i denti, ti lasceremo stare nella nostra squadra".
La gara ebbe inizio e gli uccelli furono ben presto in vantaggio, perché potevano afferrare la palla in aria, dove gli animali a quattro zampe non potevano raggiungerla. La Gru era quella che giocava meglio, e prendeva la palla così spesso che gli uccelli sembravano i sicuri vincitori. Poiché nessuno di loro sapeva volare, gli animali erano disperati. A questo punto entrò nel gioco il piccolo Pipistrello, volando in fretta e prendendo la palla mentre la Gru svolazzava con lentezza. Pipistrello si impadronì della palla moltissime volte e vinse la partita per gli animali a quattro zampe.
Questi convennero che, se pure era piccolo e aveva le ali, Pipistrello sarebbe sempre stato considerato come appartenente agli animali che hanno denti.

indice

Fiaba dei due porcospini in una notte d'inverno


E' una notte buia e fredda.
Due porcospini cercano in tutti i modi di scaldarsi. Avvicinandosi l'uno all'altro scoprono involontariamente che il freddo si attenua, si fa meno pungente.
Così si avvicinano sempre di più ma finiscono per pungersi a vicenda.
Allora spaventati entrambi si allontanano e di nuovo il freddo li assale.
Cominciano a pensare al dolce tepore di quando erano vicini e tentano nuovamente l'esperimento di avvicinarsi.
Hanno paura di ferirsi e questo timore li fa tentennare. Aspettano, hanno paura, ma il freddo è così tenace che ben presto i due porcospini abbandonano ogni paura.
Restano però sempre dei porcospini, così quando si avvicinano si pungono ancora. Spaventati, proprio come era successo nel primo tentativo, fuggono lontani l'uno dall'altro.
Vanno avanti ancora un po', cercando di resistere al freddo ma in loro è sempre vivo il ricordo del calore che sprigionavano i loro corpi vicini.
Ripetono più volte l'esperimento di avvicinarsi e sempre si pungono.
A poco a poco, però, capiscono che esiste una distanza che permette loro di scaldarsi e di non pungersi: è il rispetto reciproco, è il "non invadere" troppo il terreno dell'altro.
Così vicini, ma rispettosi ciascuno del proprio essere, i due porcospini vincono il freddo e sopravvivono. Probabilmente, senza il calore dell'altro uno di loro sarebbe morto: invece insieme riescono a superare le difficoltà e a vivere proprio uno accanto all'altro, senza ferirsi e disturbarsi.


La morale che emerge è la seguente: "E' necessario sempre trovare la giusta distanza in modo che ogni persona possa vivere lo spazio dove esprimere sé stessa".


indice

Una storia di fantascienza(oppure no?)

GLI ASPIRANTI GENITORI:
la differenza è ricchezza

di Chiara Lella


C'erano una volta, su di un pianeta lontano lontano che aveva nome Thera, due sposi non novelli, Lu e Alba, che si amavano tantissimo, e che volevano condividere questo grande amore con dei bambini. Avevano anche degli amici con lo stesso desiderio, alcuni con il Patentino da Genitori, altri bocciati per motivi imperscrutabili.
Certo che le tecniche di procreazione assistita esistevano da secoli, ma agli occhi dei nostri due eroi esse avevano una grande pecca: non tenevano conto delle loro convinzioni morali e religiose, e del loro rispetto per la vita.
Eppure desideravano moltissimo un bambino, anzi due, anzi… il limite era dato solo dalla loro situazione socio- economica e familiare.
A loro non importava l'aspetto fisico del bambino, dei bambini (Umani o Vulcaniani, persino Klingon o Bajoriani o Ferengi) ma solo che due sogni si incontrassero, il loro di essere genitori e dei piccoli di avere dei genitori. Del resto, erano perfettamente consapevoli che la differenza è ricchezza

Così salirono sulla loro nave stellare per viaggiare verso il pianeta di Burocrazia.
Esso era lo spauracchio di ogni aspirante genitore: impiegati del Luogo di Residenza, della Sanità Spaziale, Psico – Consiglieri Federali, Assistenti Sociali, Kyle di Bajor, medici, Polizia Galattica, Tribunali stellari, e chi più ne ha più ne metta. Incontrarono uno strano fenomeno spazio – temporale: un vortice che rischiò di farli cadere in un orizzonte eventuale (un Buco Nero), e il loro tempo soggettivo fu inserito in un circolo vizioso che sembrò fargli rivivere in eterno gli stessi avvenimenti, e, oggettivamente, fece loro perdere due anni di tempo galattico.

Alla fine, questa situazione incresciosa si sbloccò: una nave stellare venne in loro aiuto. Si trattava della U.S.S. Conventino, che diede loro le informazioni e i suggerimenti giusti, mettendoli in guardia dalle ILLEGALITA' delle navi pirata; esse infatti promettevano adozioni facili, aggirando eventuali ostacoli di Burocrazia, e violando non poche leggi interplanetarie, della Federazione dei Pianeti Uniti come le leggi Klingon, Bajoriane o Cardassiane.
Lu e Alba volevano invece che tutto fosse legale, limpido, trasparente, alla luce del sole, non volendo togliere un bambino ad una mamma bisognosa, ma accogliendo nella loro casa e nella loro vita solo bambini già in stato di abbandono, perché senza una famiglia che si prendesse cura di loro.
Si misero quindi in viaggio per il pianeta prescelto, e che aveva accolto la loro domanda. Passarono per Peru e Brazil, che avevano bloccato le adozioni, e si diressero quindi per Bolivia, a velocità di curvatura, cioè oltrepassando il limite della velocità della luce. Si innamorarono di questa cultura millenaria e dei loro abitanti, presero i loro bimbi, e se ne ripartirono verso casa alla stessa velocità, dopo qualche settimana.
Dovettero però fermarsi per più di un anno a Burocrazia, prima di poter tornare a casa, e le cose non furono certo più facili che all'andata: impiegati del Luogo di Residenza, della Sanità Spaziale, Psico – Consiglieri Federali, Assistenti Sociali, Kyle di Bajor, medici, Polizia Galattica, Tribunali stellari, e chi più ne ha più ne metta. Finalmente furono a casa loro, con i loro bimbi, e poterono cominciare la loro vita normale. Ma…

Tutto bene finche i piccoli erano piccoli (che carini! Sembrano Vulcaniani / Romulani , e non imbroccavano mai la loro vera origine…), e poi i loro compagni di scuola cominciarono ad unirsi al coro degli adulti, chiedendo DI DOVE SEI?, domanda che serve più a situare il vicino come "altro – da – sé" che ad unire, a capire, a condividere.
Però il capitano della U.S.S. Conventino, Eugene Battle, fece loro conoscere un pianeta chiamato Kantutita, dove si radunavano periodicamente famiglie adottive di vari pianeti, per permettere ai loro figli di imparare le loro tradizioni giocando insieme, ed ai genitori di organizzare diverse attività, promuovendo il loro modo di intendere l'adozione interplanetaria.

Non avete voglia di fare tutti un viaggetto a Kantutita? E' un posto molto allegro, dove i bambini giocano, imparano qualcosa sulle loro tradizioni drammatizzando fiabe, ballando, cantando: è una festa continua!

Xilel

(N.B.: i termini usati sono presi in prestito da Star Trek, ™ ufficiale della Paramount Pictures. Non si intende violare nessun copyright, ma anzi concorrere a diffondere le idee di tolleranza e accoglienza multiculturale diffuse nei telefilm delle varie serie di Star Trek)

A proposito: vi consiglio caldamente di leggere un romanzo di Caroline Janice Cherryh, Stirpe d'alieno (ed. A. Mondadori, Urania ). Vi si racconta la storia di un extraterrestre che adotta un terrestre. Non siate prevenuti, è buona letteratura, non etichettatela frettolosamente "fantascienza: da scartare". C'è anche un film in cui l'adottante è un terrestre, e il figlio è un extraterrestre: si intitola Il mio nemico, ed esiste in videocassetta. Stesso avvertimento: andate al di là dei vostri pregiudizi sulla "paraletteratura", ne vale la pena.


indice


Dall'articolo 5 dei Diritti universali dei bambini:

<< Il bambino, fisicamente o socialmente disadattato ha diritto al trattamento, alla istruzione, alle cure speciali richieste dal suo stato o dalla sua condizione>>

Il bambino con due occhi


In un mese d'agosto, per la durata di una notte, esistette un pianeta molto strano. Era simile alla Terra, però i suoi abitanti erano un po' diversi dai terrestri: avevano infatti un occhio solo.
Questo occhio, però, era meraviglioso; con esso si vedeva anche al buio, a distanze notevoli e attraverso le pareti delle case. Si vedevano anche gli astri come al telescopio e i microbi come al microscopio... In quel pianeta i bambini erano allevati come quelli sulla Terra.

Quella notte, inspiegabilmente, sul pianeta nacque un bambino con due occhi. I genitori ci rimasero un po' male. Si consolarono però in fretta perché era un bambino molto allegro e molto simpatico... Essi erano contenti di vederlo crescere sereno.

Lo portarono comunque presso molti medici... ma la sua non era una malattia: i medici non sapevano cosa fare.

Man mano che cresceva, il bambino aveva sempre nuovi problemi; per esempio, la sera gli occorreva la luce accesa per non inciampare.
A scuola il bambino con due occhi non riusciva ad imparare le cose come i suoi compagni; l'insegnante se ne rese conto e cercò di aiutarlo. E fece in modo che anche lui vedesse le cose come le vedevano gli altri.. ma lui non era felice.
Quel bambino pensava che da grande non sarebbe servito a niente...


Ad un certo punto, però, egli s'accorse che i suoi occhi vedevano cose che gli altri non vedevano. Corse subito dai suoi genitori per confrontare il suo mondo con il loro... Essi rimasero stupiti.. il loro figlio vedeva le cose multicolori.
A scuola, il bambino con due occhi raccontava ai compagni che cosa vedeva. Tutti volevano sentire ciò che diceva sui colori e sulle forme degli oggetti. Ascoltare quel bambino era molto emozionante. Egli divenne molto amata e alla sua diversità non pensò più nessuno.. nemmeno lui...
C'erano molte cose che non poteva fare, ma quelle che sapeva fare lui non sarebbe riuscito a farle nessun altro.

Diventò anch'egli un abitante molto stimato di quel pianeta.. e quando gli nacque il primo bambino tutti riconobbero che era molto bello, anche se aveva un occhio solo...


indice