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Per chi non vive direttamente l'adozione internazionale, le
fonti di informazione a portata di mano sono per lo più le trasmissioni
televisive, i dibattiti pubblici o i servizi sui giornali, nei quali non
sempre il tema viene inquadrato sotto i principali aspetti e punti di vista,
soprattutto quando un fatto di cronaca viene presentato come una situazione
generalizzata.
In queste occasioni capita che l'adozione internazionale sia presentata come
uno strumento di prevaricazione sui minori e le loro famiglie d'origine.
Si afferma che adottando un minore straniero lo si sradica dalla sua cultura
nativa e si impoverisce il suo Paese d'origine della forza delle nuove
generazioni. Si dice che il minore proveniente da un Paese straniero si
troverà facilmente a disagio, soprattutto quando il suo aspetto (il colore
della pelle, le abitudini) lo farà emarginare dai suoi coetanei, quindi si
prepara per lui/lei una vita difficile. Si citano poi i casi di adozioni
illegali (più frequenti nell'adozione internazionale), fatte senza controlli
sugli aspiranti genitori, con conseguenze negative che arrivano fino al
rifiuto del bambino da parte dei genitori. Spesso ai genitori di bambini nati
in altri Paesi si chiede "Con tutti i bambini che in Italia aspettano
una famiglia, bisogna proprio adottarne uno di un altro Paese?"
Molte di queste affermazioni non sono sbagliate in sè, ma derivano da
un'osservazione unilaterale del problema, che non tiene conto di alcune
priorità.
Infatti:
- Il problema della cultura
d'origine è secondario, perchè un bambino è prima di tutto un essere
indifeso che ha bisogno di una famiglia, non importa da dove arrivi
questa famiglia; si tratta - quando si parla di adozioni compiute sotto
il controllo di un'Organizzazione legalmente riconosciuta a livello
nazionale ed internazionale - di minori per i quali non c'è una famiglia
nel Paese di nascita, lasciarli lì significa abbandonarli in Istituto o
per la strada. La comune affermazione che "ci sono tanti bambini
adottabili anche in Italia" tradisce in realtà un approccio
selettivo, come se tra i bambini senza famiglia ci fossero quelli di
serie A e quelli di serie B.
- E' tutto da dimostrare che,
rimanendo sul posto e vivendo in stato di abbandono, il minore sia in
condizioni di apprendere e sviluppare la conoscenza delle proprie radici
culturali, perchè per apprendere deve prima aver risolto due problemi:
la sopravvivenza fisica e un "nido" in cui crescere e
svilupparsi. Se vive nell'affetto di un ambiente familiare tutto suo, ha
la serenità e i mezzi per apprendere molte culture, inclusa quella del
suo Paese di nascita.
- Secondo l'esperienza del
Gruppo Kantutita-Famiglie del Mondo, non è vero che il bimbo/a perde la
sua cultura d'origine, è vero invece che si arricchisce di due culture: uno
dei principali sforzi del Gruppo è infatti quello di creare le
condizioni perchè i bimbi conservino memoria o imparino a conoscere (se
adottati in tenera età) le usanze del Paese di nascita, come
arricchimento personale e rafforzamento della propria identità.
- Alcuni problemi di
adattamento possono effettivamente verificarsi nella scuola e con i
coetanei; ma il problema non sta in questi coetanei che li emarginano,
ma nell'educazione che essi "non" ricevono dai genitori: è dai
genitori che imparano i preconcetti verso gli altri, invece di
approfittare di questa occasione di arricchimento di conoscenze
imparando la tolleranza ed il rispetto degli individui.
- Molti dimenticano che
l'incontro di culture diverse c'è sempre stato: basti pensare alle
migrazioni Sud/Nord - Est/Ovest in Europa, alle emigrazioni di Italiani
in Europa e negli USA; e che dove c'è stato uno scambio culturale tutta
la società se n'è arricchita.
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