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GIOVANNI MARIANO
Parroco di s.Martino e Prevosto di Bollate

 

BOLLATE
UNA CITTA'
DA AMARE

 

 

quarta lettera pastorale
per i Parrocchiani
di Bollate-Centro

 

 

 

QUADERNI DI SAN MARTINO 4/2004

IN ASCOLTO DELLA PAROLA DEL SIGNORE

   Luca 13,31-35;19,41-44

3    Un giorno si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere». Egli rispose: «Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».

    Quando poi fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».


Sommario


   IN ASCOLTO DELLA PAROLA DEL SIGNORE

  1.   Un colpo di scena, anzi due...

  2.   Milano e Bollate

  3.   Il gusto di essere di Bollate

  4.   Guardiamo la Città: com'è?

  5.   La Parrocchia nella Città

  6.   La dimensione etica dell'impegno politico

  7.   Anche i politici devono infondere fiducia e speranza

  8.   Formazione, formazione, formazione!

  9.  Abbiamo bisogno di "leader"...

 10.  ... e di "leader" di qualità

 11.  Per un volto nuovo della Città

 12.  Un appello

 13.  Verso una "primavera bollatese"


1. Un colpo di scena, anzi due...

     Da mesi pensavo a una lettera per tutti i Bollatesi, per stimolarli a un più vivace impegno politico, anche in vista delle elezioni che si sarebbero dovute tenere il 13 giugno 2004.

     Ma sapete tutti come è andata: la Regione, con una mossa fulminea e forse inattesa, ha dato il via alla separazione definitiva di Baranzate da Bollate.

Ciò ha provocato l’arrivo di ben due Commissari prefettizi: scontato quello per il nuovo Comune di Baranzate; discusso e osteggiato quello per Bollate.

Inutile dire che Bollate si aspettava di votare il 13 giugno. Ma è andata così; e dopo le alterne vicende commissariali e il ritorno dell’Amministrazione uscente, quest’ultima avrebbe dovuto continuare a guidare la Città fino alla prossima primavera.

Così non è stato. Ecco, infatti il secondo evento: l’uscita di scena, triste e problematica, del Sindaco e il ritorno del Commissario prefettizio. Inevitabile, naturalmente.

In questa situazione confusa, si attendono ora le mosse e le proposte delle forze politiche.

Questa mia lettera serve, in questo frangente – avendo a cuore, come pastore, le sorti della Città –  a incoraggiare i Bollatesi a interessarsi di più e meglio, e con maggior coinvolgimento, alle vicende della politica locale; per i cristiani è un dovere stringente; per i giovani una “chance” per il loro futuro; per tutti la speranza di una Città finalmente più serena.  C’è davvero bisogno di un maggior impegno da parte di tutti.

Grati per quanto di buono hanno fatto i governanti passati; grati alle opposizioni per la dialettica democratica che hanno saputo suscitare, dobbiamo tutti, adesso, guardare al futuro.


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2. Milano e Bollate

Mi lascio guidare nelle poche riflessioni che mi sento di condividere con voi, da quanto ha detto il nostro Arcivescovo, il Cardinale Dionigi Tettamanzi, ai Primi Vespri di s. Ambrogio 2003, quando ha parlato delle vie per amare la Città, con il discorso: “Milano, una città da amare” (in seguito, però, farò riferimento anche al discorso dell’anno precedente 2002, ugualmente importante, “Città di Milano, risveglia la tua coscienza morale”).

Io non posso che seguirlo, traducendo per noi: “Bollate, una città da amare”.

Ne parlo, allora, con la preoccupazione del pastore, con l’amore stesso di Gesù, che lo porta a guardare a Gerusalemme (vedi il brano evangelico con il quale si apre questa mia lettera) nei momenti di gioia, come in quelli di sofferenza.

L’Arcivescovo dice: “E’ un amore che sento di condividere con tutti voi. Con voi desidero contribuire a ridare ai Milanesi il senso e il gusto di “essere di Milano”, sostenendo e incoraggiando il loro amore e la loro “stima” per la Città. Con voi, per questa nostra Città, invoco “uomini giusti”. Il giusto,  infatti –come scrive s. Ambrogio– “affratella con il suo carisma un gran numero di persone, aumenta il vincolo solidale tra i cittadini e la gloria delle città” (s. Ambrogio, Caino e Abele, II, 3, 12).


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3. Il gusto di essere di Bollate

In tutte le mie precedenti lettere ho sempre indicato come obiettivo per tutti “il senso e il gusto di essere di Bollate”, per i vecchi e nuovi Bollatesi, tutti Bollatesi ormai, imparando a non fare antipatiche distinzioni, se non per viverci serenamente e servire meglio la Città e con maggiore amore. Occorre che tutti crescano di più in un amore per la Città, fatto anzitutto di sacrificio di sé per  il bene della nostra Bollate; occorre che tutti crescano nell’amore alla Città come ricerca del “bene comune”.

Come insegnano la filosofia e la scienza della Politica e la stessa Dottrina sociale della Chiesa, scopo della politica altro non è che la ricerca e la realizzazione del “bene comune”. La politica è di tutti e per tutti: tutti devono tendere al bene comune, come desiderio e come azione improntata al vero senso civico di responsabilità; il politico eletto dai cittadini, poi, questo bene comune deve realizzarlo concretamente, perché ne ha gli strumenti! La Costituzione, gli Statuti locali e le leggi gliene danno gli strumenti.

Bollate, una città da amare. Davvero. Di più. Sempre di più. Ciascuno al proprio posto, secondo il proprio ruolo.


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4. Guardiamo la Città: com’è?

Bisognerebbe ragionare con tutta una serie di dati e informazioni oggettive; purtroppo, salvo smentita, pochi “studiano la Città”,  pochissimi raccolgono dati statistici e li fanno diventare patrimonio comune; pochi offrono basi per riflessioni sociologiche, economiche, organizzative sulla vita della Città. Ho detto “pochi” per non dire di meno…

E’ difficile avere anche dati sulla popolazione e sui principali fenomeni locali, in modo da poterli elaborare e utilizzare per qualche seria riflessione, a base delle stesse scelte politiche. Praticamente impossibile ottenere informazioni documentate sulle emergenze sociali, sui fenomeni che producono domande alla collettività, sulla reale situazione della casa, del lavoro, dei bisogni primari… Se chiedi informazioni, muori di burocrazia.

Siamo costretti a guardare la Città, senza molti strumenti in mano, ma solo con il dato dell’esperienza diretta.

A questo riguardo mi permetto di suggerire all’Amministrazione comunale che verrà, purtroppo, solo nel 2005, di predisporre un piccolo ma prezioso Ufficio di raccolta e pubblicizzazione di dati, che studi le dinamiche cittadine e proponga materiale di riflessione e discussione: ne potrebbero beneficiare anzitutto i politici, ma, in fondo, tutti gli operatori in ogni ambito della vita cittadina. Lo segnalo come bisogno, anche per esperienza diretta: dopo l’Università proprio un campo simile è stato per tre anni il mio primo lavoro.

Al di là di questa proposta, come vedo la Città?

Ho in mano i dati dell’esperienza diretta di chi cerca di accogliere e parlare con venti, trenta, cinquanta persone diverse al giorno. Questo mi permette di conoscere sempre di più quanti mi sono affidati. Dopo tanti volti, problemi, casi, situazioni, faccio qualche riflessione, che poi rispunta in tante occasioni, anche in interventi pubblici e pubblicizzati.

Certamente cerco, anzitutto, di vedere la Città con gli occhi di un pastore della Chiesa. Anzi, uso anche gli occhi del “nostro Pastore”, il Cardinale Dionigi Tettamanzi. Gli rubo tre idee, invitando tutti voi a condividerle.

Riprendiamo allora in mano il Discorso di s. Ambrogio del 2003: vi troviamo le tre indicazioni delle quali parlavo.

a) Una Città che sollecita un’alleanza tra giustizia e solidarietà”

Ha detto l’Arcivescovo:

“È, quella di Milano, una chiamata alla giustizia. Sì, ad essere giusti, a dare a ciascuno il suo, ciò che gli è dovuto. È una chiamata a essere veramente “uomini”. Dare a tutti e a ciascuno ciò che si deve è – come afferma sant’Ambrogio – prova autentica e garanzia di vera umanità. «Considera, uomo, donde hai preso il nome», così egli scrive. E subito aggiunge: «Certamente da humus (terra), la quale non toglie nulla a nessuno, ma elargisce tutto a tutti e fornisce i diversi prodotti per l’uso di tutti gli esseri viventi. Perciò è stata chiamata “umanità” la particolare virtù propria dell’uomo, per effetto della quale si reca aiuto ai propri simili».

E il grande pensatore Romano Guardini fa eco al nostro Santo quando, in modo sintetico e incisivo, scrive: «Un uomo è degno del nome di uomo quando, sul luogo dove esiste, si adopera per la giustizia» (S. Ambrogio, I doveri, III,3,16).

Se è chiamata a sposare insieme giustizia e solidarietà la grande Milano, perché non anche Bollate? Se questo appello il nostro Vescovo l’ha fatto per Milano, perché non lo si può ripetere per la nostra Bollate?

La “giustizia” ha dei contenuti sui quali non si può barare. Esige l’impegno per cambiare o rettificare situazioni, strutture, relazioni, iniziative, ecc.

E, sul piano sociale ed economico, l’altro valore, la solidarietà, oltre che al rispetto degli altri, porta a “ridistribuire secondo giustizia i beni ricevuti”.

Come realizzare questo nella nostra Città? Invitiamo le forze politiche ad essere precise nelle loro proposte, non genericamente schierate “per la solidarietà”, tanto meno “per la giustizia”: diteci i contenuti della vostra proposta, i metodi per realizzarla, le verifiche circa i tentativi. Tutto commisurato al volto, ai bisogni, alla situazione reale di Bollate.

Su giustizia e solidarietà invito i Bollatesi a riflettere bene  e  verificare con grande puntiglio i contenuti delle proposte che verranno fatte!

Continua, infatti, l’Arcivescovo:

“È ben diversa, infatti, una solidarietà che scaturisce dalla giustizia oggettiva rispetto alla solidarietà che scaturisce dal desiderio soggettivo di sentirci buoni o migliori. C’è, allora, una sfida da raccogliere, alla quale nessuno può e deve sfuggire: bisogna ricostruire un rapporto stretto, saldo, inscindibile tra giustizia e solidarietà, tra restituzione del dovuto e prossimità. Non c’è giustizia senza solidarietà e non c’è solidarietà senza giustizia! C’è quindi un’alleanza tra giustizia e solidarietà da ritrovare, da costruire, da garantire”.

Siamo tutti d’accordo?

b) Favorire il “radicamento” nella Città.

Più volte, nelle lettere degli anni passati, ho richiamato l’urgenza di aiutarsi reciprocamente a sentirsi Bollatesi: vecchi e nuovi, insieme.

Alcune difficoltà della nostra Città derivano da mancato radicamento in essa. Ciascuno si domandi: ho favorito il radicamento in Città di tutti quelli che sono arrivati dopo di me? Ho saputo lavorare insieme? E chi, nuovo arrivato, riconosce poco radicamento: si è limitato al pianto sterile di chi lamenta la poca accoglienza, oppure riconosce di aver fatto almeno seri tentativi di inserimento e radicamento in Bollate?

Avere radici in Città è necessario per tutti.

E’ necessario per i vecchi Bollatesi, qui da generazioni, per non rinchiudersi in una condizione di minoranza, ormai.  E’ necessario per i nuovi Bollatesi, qui arrivati in decenni o anni passati; è necessario per i giovani nati qui, per non sentirsi estranei nella Città e per non attribuire il mancato radicamento solo alla poca accoglienza dei “vecchi”…

Se hai deciso di non integrarti nella Città, non ci sono miracoli a buon mercato: resterai un estraneo, sentirai la Città come nemica; sentirai il tuo vicino di casa arrivato qui prima di te un pericolo o un  ostacolo, da sopportare ma non da amare; e il tuo vicino di casa arrivato dopo di te come un intruso o un concorrente…

Accade…  Ma se vogliamo un futuro sereno, coltiviamo le radici in Città: i vecchi Bollatesi imparino ad amare la Città a partire da com’è adesso, i nuovi Bollatesi imparino a desiderare ogni integrazione. Insieme, occorre collaborare per una Bollate migliore, presente e futura. Noi cristiani parliamo addirittura di “comunità” e “fraternità”: dovremmo farlo molto sommessamente e soprattutto realizzarle nei fatti, ma non possiamo non parlarne.

“Città” siamo tutti, siamo noi, tutti insieme.

Stiamo costruendo insieme buone radici per il futuro, valorizzando le radici che la Storia e le tradizioni ci hanno consegnato e aggiungendo, di nostro, la personale creatività e originalità?

“La Città stessa ne ha bisogno: essa non può vivere senza “radici”, dice l’Arcivescovo.

 E continua: “Senza di esse, non avrebbe alcun solido fondamento e poggerebbe su un terreno mobile. Non avrebbe alcuna garanzia di stare salda in mezzo alle continue difficoltà e alle mutevoli vicende della storia.

Ne abbiamo bisogno tutti, perché gli uomini e le donne che vivono nella Città si sentono stranieri in quella Città che pure abitano fisicamente, se non trovano nell’intimo suo, nel suo “cuore”, le loro radici. Tutti, nella Città, abbiamo bisogno di sentirci a casa! A casa nostra! Un uomo che ha molto amato la Città, come il Sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, in anni ormai lontani, pronunciava parole di grande spessore ideale, umano e sociale, che manifestano ancora oggi tutta la loro attualità e incisività. Le vogliamo risentire, perché racchiudono un programma ideale e sprigionano un sostegno e un incitamento quanto mai robusti e formidabili per vivere il nostro amore alla Città, a questa nostra Milano, come pure a tutte le Città e i Paesi del nostro territorio.

«Non è forse vero – diceva La Pira – che la persona umana si radica nella Città, come l’albero nel suolo? Essa si radica negli elementi essenziali della Città: e cioè, nel tempio, nella casa, nella officina, nella scuola, nell’ospedale… La crisi del tempo nostro può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della Città. Questa crisi non potrà essere risolta che mediante un radicamento nuovo, più profondo, più organico, della persona nella Città in cui essa è nata e nella cui storia e tradizione essa è organicamente inserita… A tutti si fa chiaro che in una Città un posto deve esserci per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un posto per lavorare (l’officina), un posto per pensare (la scuola), un posto per guarire (l’ospedale). In questo quadro cittadino, perciò, i problemi politici ed economici, sociali e tecnici, culturali e religiosi della nostra epoca prendono una impostazione elementare ed umana!» (G. La Pira, Discorso al convegno fiorentino dei Sindaci delle Capitali, 1955, in: Giorgio La Pira. Sindaco, vol. II (1955-1957), cur. Ugo De Siervo-Gianni Giovannoni-Giorgio Giovannoni, Cultura Nuova Editrice, Firenze, 1988, p. 108).”.

Così si è espresso il Cardinale nel suo discorso.

Come è possibile non condividere queste riflessioni?

c) Un posto d’onore per
ciascuno.

Ci suggerisce sempre l’Arcivescovo:

 “In una Città un posto deve esserci per tutti. Oserei dire di più. Per tutti – nessuno escluso – deve esserci un “posto di onore”, da ospite di riguardo e, nello stesso tempo, da “persona di casa”. Nella Città, nessuno deve sentirsi straniero, forestiero, ospite a malapena tollerato. E questo vale per tutti: per i “deboli” come per i “forti”. Senza mai dimenticarci che ciascuno di noi, di volta in volta, può essere “forte” o “debole”. Lo può essere a seconda dei momenti, della salute o della malattia, della ricchezza o dei rovesci di fortuna, del senso di appartenenza o dell’esclusione che avverte. Ciascuno deve poter trovare posto, il proprio posto, deve poter riconoscere, “sentire”, come abbiamo detto, le proprie “radici” nella Città in cui abita e vive”.

Come Milano, anche Bollate deve crescere come Città “ospitale”, capace di favorire “a ogni uomo una vita dignitosa”.

Come realizzare questo? Cominciando col curare meglio ciò che una realtà locale può fare per la casa, il lavoro, la cultura, la salute.

Così il Cardinale pensa per Milano, così è necessario pensare per Bollate.

Certo un Comune non ha in mano grandi leve e non è suo compito fare la “grande politica nazionale”; ma può lavorare sodo per mettere di più alcune condizioni per realizzare quanto detto sopra: certamente le può mettere di più.

E poi c’è la genialità della nostra gente, che sa inventare, se vuole, tantissimo per accrescere la presenza di quelle condizioni e per seguire il Cardinale nel suo “sogno” di “Città”: Città ospitale, giusta, solidale, perfino luogo di speranza.

Sembrano parole dette per noi quelle che riporto adesso:

“La situazione che stiamo vivendo ci provoca e ci scuote. Ci chiede un supplemento di responsabilità, di fantasia, di coraggio, di creatività. Esige un di più di passione, di amore, per essere capaci di andare oltre l’esistente e di realizzare una Città “nuova”. Urgono scelte capaci di contribuire a imprimere un più deciso cambiamento di rotta”.

Per fare questo, occorre non rimanere schiavi del momento di transizione che stiamo vivendo, ma saper progettare e costruire una Città che assomigli di più a quella che Dio stesso sogna per noi, continuando a coltivare e a ridare fiducia e speranza.

Dio sogna per noi una Bollate buona, civile, giusta, onesta, tenuta insieme non solo da interessi economici ma anzitutto da legami profondi, di civiltà e civismo, di cultura e tradizione, di interessamento generoso  e di impegno.


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5. La Parrocchia nella Città

Non voglio certo ripetere quanto ho già scritto nella lettera dello scorso anno (“Centodue parole di comunione”): lì ho parlato della Parrocchia, della sua vita e vitalità, del suo essere cuore pulsante della Città, fattore imprescindibile di unità di una comunità anche sul piano civile.

Una sottolineatura, però, va fatta quest’anno: uno dei compiti fondamentali della Chiesa locale è quello educativo.

In questa sede dobbiamo precisare: la Parrocchia educa non “solo” alla vita di fede, ma anche ad avere il senso del “bene comune”, così come lo intende la Dottrina sociale della Chiesa e come lo dovrebbe intendere ogni persona che non sia schiava di ideologie riduttive.

Questa educazione al senso del bene comune, la Parrocchia lo fa in tutti i suoi ambiti e spazi educativi: dagli incontri formativi e culturali per gli adulti alla attività educativa dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani, fino a tutte le espressioni religiose, un risvolto delle quali è proprio la dimensione sociale della stessa Fede: non educhiamo a una religiosità “privata” e, naturalmente, contrastiamo vivacemente quanti vorrebbero ridurre alla sfera del privato e dell’intimistico la religiosità cristiana.


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6. La dimensione etica dell’impegno politico

Il bene comune lo si persegue attraverso una sana attività politica. Tutti i cittadini sono chiamati a vivere un sano impegno politico, ciascuno a seconda delle proprie capacità; tale partecipazione avviene anzitutto nel momento elettorale, ma è il minimo... Normalmente il cittadino dovrebbe interessarsi alle vicende politiche per dare un proprio giudizio sulle Forze politiche  (e lavorare “nelle” Forze politiche) che offrono piste per raggiungere il bene comune e vagliarle, non tanto in base a ideologie (che distorcono la realtà e disperdono forze e risorse perché piegano a un impossibile schema di soluzione altrettante illusorie proposte), quanto in base alla capacità oggettive di affrontare e risolvere i problemi comuni.

Altrettanto normalmente, il cittadino e il personaggio politico dovrebbero lasciarsi guidare da una forte etica, da una morale esigente e da una visione delle persone e delle cose che rispettino il posto e la dignità di tutti e di ciascuno.

La politica è necessaria al vivere sociale; la politica è necessaria al vivere democratico: chi squalifica il lavoro politico è un cittadino dimezzato. Con questo non si vogliono assolvere preventivamente “i politici”, ma indicare che i cittadini e i loro rappresentanti devono lavorare insieme, stimarsi reciprocamente e collaborare con serenità e onestà.

L’etica civile e la morale sociale sono necessarie alla vita sociale, politica, culturale, democratica, economica. Oggi assistiamo a forti cadute del senso etico o al ridursi della morale “alla mia morale che mi costruisco io”, senza riferimenti oggettivi o, peggio, senza quei riferimenti trascendenti che ne garantiscono l’oggettività e la validità universale.

Purtroppo la mentalità individualistica esasperata, il disinteresse per le dimensioni dello spirito, l’indifferentismo che mette ogni istanza etica sullo stesso piano, la irrisione o sottostima del contributo alla sana umanità e socialità che vengono dalla fede cristiana... stanno facendo sparire, nelle coscienze meno formate, le vie morali e civili costruite attraverso la riflessione e l’esperienza di decenni o di secoli. Evidentemente non ci riusciranno: ma moltiplicheranno le difficoltà per tutti, con il risultato di una moralità generale tendente a un livello molto basso. Prove ne siano i tentativi di ridurre il rispetto della dignità umana a una questione di rispetto della individualistica insindacabile opinione, che si abitua a prescindere da agganci oggettivi e di sicura e non equivoca umanità..

Anche la vita sociale e la azione politica devono avere punti di riferimento “assoluti”: la dignità della persona in ogni momento della vita; la dignità della famiglia (da non scambiare con altre aggregazioni umane, più o meno discutibili); la dignità del lavoro; la dignità della democrazia, ecc.

Sono i pilastri, se vogliamo, comuni alla sana civiltà e civicità “laiche” e alla Dottrina sociale della Chiesa. L’ordine logico nel quale muoversi resta comunque lo stesso per tutti: prima l’etica, poi la politica, poi l’attività economica.

Così vive una società ordinata, in grande e in piccolo.

Così c’è  possibilità di collaborazione a un’opera comune . Così c’è speranza sociale.


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7. Anche i politici devono infondere fiducia e speranza

La fiducia e la speranza sono virtù cristiane, ma sono anche virtù sociali e politiche. Certo, sono Dio, il Vangelo e la Chiesa alle radici della Speranza. Ma c’è anche una speranza civile che deve essere coltivata.

La politica può e deve dare speranza, dal suo particolare punto di vista: deve far sperare che ci sia difesa concreta della dignità di tutti, che ci sia un futuro di sempre maggior giustizia, che ci siano obiettivi posti e raggiunti, che si mettano le condizioni per il raggiungimento di maggiori livelli di bene comune, che migliori la qualità complessiva della vita.

Osiamo dire che i politici possono aiutare il raggiungimento di questo fine, se sono loro stessi uomini e donne di speranza, fortemente motivati da alti e vitali valori ( parte del mondo politico coltiva valori “sulla carta” e poco nella vita; e alcuni coltivano quasi solo valori “della carta”, nel senso della carta moneta); chi aspira al servizio politico deve essere ben inserito nel mondo vitale della società, delle relazioni tra le persone e nel cammino di concrete comunità.


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8. Formazione, formazione, formazione!

Cittadini seri e onesti non si improvvisano. Politici seri e onesti non si improvvisano. Nè ci si illuda che basti essere mestieranti in un partito di vecchia o nuova formazione per essere laureati politici seri e onesti, credibili da parte della gente. Per tutti, occorre tornare all’umiltà della formazione permanente. Il declino della politica in Italia è iniziato quando partiti e sindacati hanno fatto morire i loro “centri” di studio della vita sociale ed economica e di elaborazione delle proposte politiche. Sul piano locale il declino della politica avviene se i politici non fanno un vero lavoro a contatto del territorio, ma si limitano a vivere nel loro mondo illudendosi che sia quello di tutti.

Forse i politici di tutte le tendenze dovrebbero ascoltare di più gli operatori sociali del territorio, le associazioni professionali, chi è a contatto con i bisogni vecchi e nuovi... e magari anche gli operatori pastorali della Chiesa locale, che sono a contatto quotidiano con tutta la rosa delle emergenze, dei bisogni, delle povertà materiali e spirituali di centinaia e migliaia di persone.

Il politico non può limitarsi a gestire l’attività amministrativa: deve mantenere vivo il collegamento con la gente, con la gente  comune e i suoi reali problemi.

A tutto questo ci si forma, continuamente, senza paura, usando tutti gli strumenti adeguati.

Tutti hanno il dovere di formarsi alla vita e all’impegno sociale e politico. Tanto più chi osa proporsi come, chiamiamolo così, “politico di professione”, rappresentante dei cittadini in Comune e in tutti gli altri livelli di attività a favore del governo della società.

La Parrocchia offre spesso occasioni di riflessione formativa, anche verso la sensibilità e l’impegno sociale e politico.

Come già in passato non molto remoto, così nel prossimo futuro offrirà un cammino formativo per chi desidera operare per il bene comune. In modo particolare stimolerà l’impegno di formazione giovanile.


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9. Abbiamo bisogno di “leader”…

Una Città come la nostra sta vivendo un momento in cui è difficile individuare dei veri “leader”, come li intendiamo noi, così sensibili ai valori di autentica umanità e socialità, così attenti alla vita vera dei cittadini e alla esperienza concreta di una Comunità cristiana...

Pur senza eccessivo pessimismo, in questo momento mi sembra che ci sia una certa carenza di leadership: se ci fossero dei veri leader, che stanno spuntando –riconosciuti, ma che non  so vedere ancora– si facciano avanti, perché il loro contributo è urgente proprio nei momenti difficili.

“Leader” per me è colui che “interpreta” la Città, ne rappresenta l’anima e la trascina.

La nostra Città ha bisogno di gente che guardi a mete alte, che abbia una capacità di respiro culturalmente forte, che non sappia solo gestire bene una amministrazione, ma che a questa amministrazione offra un’anima, una spinta, uno stimolo, uno slancio; che abbia capacità di proposta e di coagulazione del consenso: un carisma, insomma, che ci deve pur essere nella figura di qualcuno.

La Città ne ha bisogno. Lo ripeto: chi ritiene di avere le doti necessarie, si faccia avanti con coraggio.


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10. … e di “leader” di qualità

Non ci basta sognare. Vogliamo operare perché spuntino in Città quei “leader” di cui abbiamo bisogno.

Tra le caratteristiche più importanti, dovrebbero avere, oltre a una grande carica umana, una forte coscienza morale.

Ancora: nel discorso di s. Ambrogio del 2002, l’Arcivescovo, oltre a puntare su un risveglio della coscienza morale in tutti i cittadini e della Città intera, evidentemente sottintendeva che tale coscienza morale avrebbe dovuto essere risvegliata a partire da chi guida o si candida a guidare la Città. Segnalava un “decalogo” valido per risvegliare la coscienza morale di cittadini e candidati, che mi permetto di elencare: “1. Non stancarti mai di lottare per la Verità; 2. Sii coerente con te stesso e adempi i tuoi doveri; 3. Riconosci e venera la dignità di ogni persona; 4. Ricorda che Dio, creatore e giudice, è il difensore e il garante della vita di tutti e di ciascuno; 5. Promuovi l’alleanza tra la scienza e la sapienza; 6. Offri sempre una testimonianza esemplare di vita; 7. Vivi l’impegno sociale e politico con senso di responsabilità; 8. Coltiva una grande sensibilità per il bene comune; 9. Vinci l’illegalità con un supplemento di moralità; 10. Ricordati che il Signore giudicherà con giustizia”.

Certo, chi non è cristiano non sarà del tutto convinto circa la bontà di tutti i punti, ma credo ugualmente che queste indicazioni di coscienza valgano proprio per tutti...

E’ infatti dal “Vangelo della coscienza” che può nascere la speranza, ne conclude il Cardinale.

Sono pienamente d’accordo.

Non solo, ma aggiungo, dal mio punto di vista: devono spuntare dei “leader” ben formati secondo la Dottrina sociale della Chiesa o, almeno, se non sono cristiani, che concordino con quegli orientamenti perfettamente condivisibili. Che siano ben conosciuti e apprezzati dalla gente; che siano “significativi” per quanto fatto finora al servizio della società; che siano culturalmente adeguati; che rifuggano da posizioni paternalistiche o di notabilato, ma siano modelli nel servizio, anzitutto verso i più poveri e bisognosi nella Città.


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11. Per un volto nuovo della Città

Solo persone così possono contribuire a dare una migliore fisionomia umana e civile alla Città. Solo persone così sapranno offrire progetti di ampio respiro.

Sapranno prestare attenzione anzitutto ai bisogni della gente comune e sapranno pilotare ogni attività cittadina perché si svolga con forte attenzione alla “Socialità” più genuina.

Prestata attenzione alle persone, dunque, metteranno condizioni migliori per le attività sociali: la vita scolastica, la attività produttiva, il servizio alla salute, le opere di aiuto nelle emergenze, ecc.

 Devono essere in grado di “sfruttare” bene i margini consentiti dalle leggi vigenti, a favore della Città.

Inoltre cureranno meglio i luoghi-simbolo della nostra Città: le piazze, gli edifìci pubblici significativi, l’Ospedale (bene prezioso al cuore dei Bollatesi, da valorizzare in una logica di ampio respiro); gli angoli cittadini che conservano la memoria di questo luogo, i beni artistici e Villa Arconati (bene da conquistare e valorizzare al servizio di tutti, a imitazione di quanto hanno fatto Comuni limitrofi), le adiacenze delle Chiese, anzi le Chiese stesse (patrimonio comune, che sono e restano i luoghi più pregnanti di Storia di tutta la Città! E sono luoghi vivi, non musei!) e degli Oratori (luoghi di grande aggregazione per migliaia di ragazzi e giovani e adulti, tutti i giorni dell’anno).

E’ ricchissima l’eredità umana, spirituale e storica della nostra Città! E’ grandissimo e determinante il contributo che la Comunità parrocchiale cattolica (qui viva da 1400 anni almeno come Comunità locale e da 704 come Parrocchia) ha dato, dà e darà alla Città.

Deve essere sempre più piacevole e sicuro vivere  in Bollate e passare per le nostre piazze e per le nostre strade, gustandone il sobrio, modesto, ma innegabile fascino.


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12. Un appello

Andiamo dunque verso una sicura meta elettorale, nella prossima primavera.

Desidero concludere facendo appello alle persone “serie”, “libere e forti” della Città: combattiamo insieme l’analfabetismo politico, che lascia spazio solo all’avventura; se possibile (superando i personalismi evidenti) forze politiche affini collaborino insieme (o addirittura si uniscano cordialmente: perché disperdersi se unica è l’ispirazione?) .

Lavoriamo per una Città più ospitale; lavoriamo per una Città che sia “meno paese” e “più Città”; promuoviamo le realtà che sul territorio aggregano e educano; non mortifichiamo le realtà positive che da tempo operano e si sacrificano; cancelliamo le antistoriche e irrispettose derive “anticlericali” o “anticristiane” e promuoviamo il rispetto verso tutte le culture, se sono vive, cercando insieme la necessaria base comune.

Mi permetto anche di domandare a chi lavora nel campo politico, qualunque sia il proprio colore, di moderare il livello di litigiosità, di abbandonare il facile “disprezzo del nemico”, di dominare la tentazione di assumere o mantenere presuntuosi atteggiamenti.

Non costruiscono un clima buono. Sono tutte cose dannose per la Comunità e per la Politica stessa.

Quanto, allora, a forze e leader politici per il nostro futuro amministrativo, osiamo sperare nella loro convergenza quasi spontanea su queste attenzioni e orientamenti.

A tutti ricordo queste parole dell’Antico  Testamento:

“Un governante saggio educa il suo popolo, 
l’autorità di un uomo assennato sarà ben ordinata.
Quale il governatore del popolo, tali i suoi ministri;
quale il capo di una città, tali tutti gli abitanti. 
Un re senza formazione rovinerà il suo popolo;
una città prospererà per il senno dei capi.
Il governo del mondo è nelle mani del Signore;
egli vi susciterà al momento giusto l’uomo adatto.
Il successo dell’uomo è nelle mani del Signore, che investirà il magistrato della sua autorità”

(Siracide 10,1-5).


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13. Verso una “primavera bollatese”

Santa Maria, aiuto dei cristiani e aiuto della Città, che vegli dalla cima del Campanile e san Martino che ci guardi dal culmine della facciata della nostra Prepositurale, dateci una mano e sostenete il lavoro onesto di chi vive la vita quotidiana a Bollate, di chi stima e nobilita l’impegno politico e di chi si prepara a governare la Città.

La Primavera del 2005 dovrà essere, in più d’un senso, “Primavera”.


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Bollate, 11 novembre 2004,
solennità patronale di  san Martino di Tours