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GIOVANNI MARIANO
Parroco di s.Martino e Prevosto di Bollate
Con la bussola in mano
Quinta lettera pastorale p er gli oltre 23000 Parrocchiani diBollate-centro
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| QUADERNI DI SAN MARTINO 5/2005 |
Anno pastorale 2005-2006 |
| IN ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO |
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Mt 5,13-16 “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato vie e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”.
Mt 9,10-13 Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. Gesù li udì e disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.
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Ricominciamo: ecco ormai iniziato il nuovo anno pastorale!
L’Arcivescovo l’ha inaugurato l’8 settembre scorso in Duomo; noi con la due-giorni di impostazione dell’anno pastorale, la festa di inizio dell’attività degli Oratori, la festa tradizionale della I Domenica di ottobre dedicata alla Madonna del Rosario e, infine, la Festa patronale di san Martino dell’11 novembre, segnata anche dal “Discorso alla Città”.
Desidero allora offrire uno sguardo d’insieme sulla nostra vita parrocchiale, così da affrontare bene il cammino di quest’anno; desidero mettere a fuoco alcuni dati emergenti, che richiedono di essere trattati pastoralmente. Desidero, naturalmente, che il nostro “lavorare insieme” di quest’anno –condiviso anzitutto da preti, suore, operatori pastorali, consiglio pastorale, ecc.- sia portatore di frutti, a favore di tutti.
Quest’anno pastorale 2005-2006 è ormai il sesto che abbiamo incominciato e siamo chiamati a vivere insieme. Abbiamo ricordato il 18 luglio i primi cinque anni dalla morte di don Franco… Ma la vita deve andare avanti, il tempo vola, il Signore ci chiama a continuare… e così l’11 novembre ho celebrato già la sesta Festa patronale a Bollate.
Questa è la quinta lettera che vi scrivo. E sapete che vuol essere più di una semplice lettera: osa proporsi come una riflessione a voce alta sui problemi pastorali emergenti, un orientamento offerto a tutti e un punto di riferimento per i collaboratori parrocchiali di ogni tipo e settore della vita comunitaria. “Insieme”, infatti, siamo chiamati a compiere un forte cammino cristiano, non predicando il Vangelo “alle nuvole”, ma alla nostra concreta gente che vive –come vedremo- momenti e situazioni talvolta belle, talaltra non facili. Tuttavia siamo chiamati, come Comunità cristiana, a prendere coraggio dai fatti positivi e a mettere a fuoco bene anche i problemi, scegliendo le strade migliori per affrontarli.
Grati a Dio per il dono del tempo, pensiamo al passato e all’attualità, per impostare bene un lavoro sul futuro. Futuro che è nelle mani di Dio, ma anche un po’ nelle nostre, perché Dio si serve anche di noi e vuole la nostra intelligente e fattiva collaborazione.
Per l’immediato passato è naturale richiamare le Missioni 2005, che abbiamo vissuto tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio: quindici giorni davvero intensi e sicuramente fruttuosi.
I cinque “punti fermi”che i Missionari di Rho ci hanno lasciato e che tutti abbiamo condiviso, non vanno dimenticati, ma valorizzati per consolidare uno stile cristiano dignitoso, sotto del quale risulta comunque difficile identificare il discepolo del Signore. E poi possono essere il trampolino di lancio e uno stimolo per una migliore vita cristiana nel futuro [1].
Se riflettiamo sui dati generali a disposizione e riguardanti la vita cristiana in Italia, scopriamo ciò che ormai sappiamo intuire: sta cambiando (o è ormai cambiato e continua a cambiare) sempre più velocemente il volto della nostra società e anche quello delle nostre Comunità cristiane. Sono sempre più diversificate le forme di religiosità: e alcune (o molte) non sono certo più qualificabili per “cattoliche” o addirittura per “cristiane”, anche se i soggetti che le praticano ritengono di essere “cristianissimi” (anche se aggiungono: “a modo nostro”).
L’unico vero modo di essere cristiani è quello di vivere il Vangelo nella sua pienezza e profondità, in comunione con la Chiesa del Signore: le altre strade sono, appunto, “altre” e quindi molto distanti dal Vangelo e da quello che ha voluto il Signore Gesù.
Comune a tutto il nostro Paese è la tendenza di chi pensa di essere “cristiano”, senza Vangelo e senza Chiesa, disposto a “credere, ciascuno alla propria maniera”: non si tratta della giusta soggettività e originalità, ma del ritagliarsi dal Vangelo ciò che piace, ciò che non impegna secondo l’insegnamento della Chiesa, senza rendersi conto che in questo modo diventa difficile dirsi ed essere autenticamente cristiani.
Compresa la svariata serie di scelte di vita più o meno lontane dalle stesse “radici cristiane”.
Comunque nessuno si deve ritenere immune da qualche elemento che necessita di conversione: il Vangelo ce lo dice continuamente.
Stando al Vangelo, allora, di “sani” non ce ne possono essere: siamo tutti bisognosi di qualche intervento (o di tanti interventi) del vero Medico, il Signore Gesù, per essere sanati nelle malattie lievi, per essere incoraggiati nel cammino intrapreso, per essere rassicurati sulla bontà e necessità del vero Medico.
Ecco la malattia, per la quale un solo Medico può fare qualcosa. Solo se guariti nella mente e nel cuore dal vero Medico, si può essere “sale della terra”, come ci chiede sempre il Vangelo e quest’anno in modo pressante l’Arcivescovo.
A voce alta faccio, come sempre, la ormai consueta riflessione pastorale annuale, che offro come guida e motivo ispiratore per tutti.
2. ALLA RICERCA DEI MALATI E DEL MEDICO
Dalle ricerche socio-religiose ricavo l’immagine di un Paese religiosamente ancora esistente, ma piuttosto “sfilacciato” nel suo aspetto ecclesiale e sempre più “vago” nel suo riferimento di fede.
Resiste uno “zoccolo duro” del 20% di credenti convinti e assidui “praticanti”: e questo è molto confortante, anche solo dal punto di vista sociale, perché non esiste da nessuna parte una aggregazione di questa consistenza.
Ma il resto è fatto da pecorelle più o meno “smarrite”, praticanti più o meno saltuari, cristiani solo dal punto di vista di qualche tradizione, o altri.
Anche noi, abbiamo tentato di fare un sondaggio[2], facendo compilare, in più momenti e in mesi diversi, una scheda a genitori dei bambini, a fidanzati e a tanti altri adulti che abbiamo interpellato.Quasi 600 schede sono state distribuite, 320 sono ritornate compilate. Le schede sono state analizzate da membri del Consiglio pastorale; i risultati sono pubblicati nell’ “insieme” trimestrale n. 16 al quale è allegata questa lettera. I risultati di una prima lettura mi permettono di dire che la nostra situazione non è molto diversa da quella dell’intero Paese, anche se resta uno “zoccolo duro” molto consistente, di gente convinta, pari al 20% della intera popolazione, oppure pari al 25-30% della stessa popolazione, se consideriamo le persone dai sette anni in su ed escludiamo qualche punto percentuale di non cattolici; un richiamo forte per tutti, poi, è l’esistenza, all’interno di quell’area di praticanti, di un nucleo vivo –certamente più ridotto- di persone particolarmente vivaci; il tutto in veloce movimento.
La situazione dei nostri cristiani è, dunque, varia: di “buoni” ce ne sono, e tanti, ma ci sono anche molti “confusi”, disorientati, indifferenti, assenti, supponenti…
Ai più fedeli dico: continuate così, anzi migliorate; agli altri, anzi a tutti dico: non abbiate paura; c’è la malattia, ma c’è anche il Medico!
3. LA MENTALITA’ CHE SI MODIFICA
La mentalità cambia; la cultura si diversifica; i riferimenti
tradizionali tendono sempre più a ridursi.
Questo “movimento” non va certo in direzioni “più cristiane”, spesso va in direzioni molto diverse dalle “direzioni cristiane”.
Molta gente non è nemmeno disposta a lasciarsi dare indicazioni di rotta; molti pretendono di navigare senza bussola.
Bisogna essere chiari: “cristiano” è un modo di pensare e di vivere secondo il Vangelo vissuto nella Chiesa e annunciato dalla Chiesa e dai suoi pastori, vissuto con forza e con gioia com’unitariamente: questo è lo stile cristiano cattolico. Fondamentale è la logica della “comunione”, che si gioca a ogni livello.
Molti si illudono di vivere il Vangelo pur facendo scelte che (basterebbe aprire davvero il Vangelo) sono indicate dal Signore come negative; altri credono di vivere cristianamente “senza Chiesa”, cioè senza la Comunità cristiana o “senza preti”, inutili mediatori del Vangelo; è questa una operazione impossibile, dal momento che Gesù ha affidato agli apostoli il compito di radunare la Chiesa a suo nome e di nutrirla con la Verità della Parola e dell’Eucaristia; in più c’è la tendenza individualistica, che fa dimenticare la dimensione comunitaria e fraterna della Fede.
Anche qui: non abbiate paura. Per tutte queste possibili “malattie”…c’è il Medico!
4. I “LUOGHI” CHE RIVELANO LE MODIFICHE
Quali “spie” della mentalità che si modifica possiamo rintracciare nella nostra esperienza concreta di parrocchia?
Guardando la nostra realtà bollatese, identifico almeno queste otto “spie”.
Bisognerebbe aggiungere che c’è una “spia” aggiuntiva, che è di carattere globale: quando nella catechesi o dal pulpito si sente annunciare qualche Vangelo che dà fastidio, c’è una qualche reazione, perché anche il cristiano medio desidera prevalentemente parole rassicuranti: di “zucchero”, non di “sale”. Ma Gesù ha parlato di “sale della terra” e non ha solo parole “politicamente corrette”.
Dice “sì” se è “si”, “no”, se è “no”.
Talvolta è “diplomatico”, ma più spesso è doverosamente tagliente. Pensate soltanto a parole come: “Avete inteso che fu detto… ma io vi dico” (ed è nientemeno che il Discorso della montagna); pensate a parole di Gesù, sempre attuali, del tipo “Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha congiunto”[3]; oppure ai doverosi richiami alla coerenza, dai quali è necessario ricavare indicazioni precise, come, ad esempio, l’invito a non “convivere” e anzi a non avere “rapporti prima e fuori dal matrimonio”, come vuole la morale cristiana; oppure inviti a coerenza evangelica e onestà pubblica, sul piano sociale, della giustizia in ogni campo, dell’onestà fiscale…
Alcune indicazioni determinanti le ha proprio date il Signore e i pastori della sua Chiesa non possono né tacere nè dire diversamente; ma anche sulle conseguenze immediate delle parole del Signore non possono né tacere nè dire diversamente: si pensi, ad esempio al dibattito attuale sulla pillola abortiva o sull’improbabile “matrimonio” tra persone dello stesso sesso.
Chi vuole, pensi e faccia come vuole, ma la Chiesa non può tacere. Anche perché la Chiesa è convinta che dalla Fede derivi anche la via di una autentica umanità.
Rendiamoci conto che è dovere del pastore segnalare quando si va fuori strada e si perde la bussola[4]. Il pastore della Chiesa è contentissimo se può riscontrare buoni cammini e se può incoraggiare a procedere bene sulla buona strada, ma non può rinunciare ad essere “sentinella” sul cammino di tutti.
E’ almeno “cristianamente sciocco” ritenersi offesi dalla Verità; anche perché, poi, la saggezza dei pastori, con le singole persone, non solo non fa loro stendere alcun dito accusatore, ma dimostra la disponibilità più grande nel tentare ogni possibile cristiano recupero; e questo avviene fino all’esagerazione, qualche volta: i diretti interessati possono testimoniarlo![5]
Ma veniamo, in modo particolare, alle otto “spie” della mentalità che si modifica e verso la quale una coscienza evangelica deve costruttivamente reagire.
4.1 – Dai giovani che partecipano ai cammini di recupero della Fede e di un minimo di vita cristiana in vista del Matrimonio emerge un primo dato-spia: la maggior parte (più dell’80%, ormai, in media e, a qualche corso fidanzati anche il 95%) già tranquillamente “convive” da più mesi o più anni, sceglie di “convivere”, come se fossero già marito e moglie, con tutto quello che consegue.
Dieci anni fa il fenomeno era molto più ridotto; vent’anni fa era ancora più raro; trent’anni fa era una “novità” importata dai Paesi del Nord Europa.
Oggi? È più veloce far alzare la mano: chi di voi ancora non convive? La alzano alcuni pochissimi giovani conosciuti in Oratorio e che hanno fatto anche impegnativi cammini, qualche coppia che ha ancora profondi riferimenti cristiani (perché li vive)…
Eppure il Vangelo del Matrimonio e della preparazione al Matrimonio non è cambiato, né può cambiare, perché non dipende da noi.
E’ generale, invece, la svalutazione quasi totale della castità cristiana, che indica ai giovani non solo grandi ideali di vita, una seria preparazione alla famiglia e la “purezza” dei pensieri e delle azioni, ma anche la coraggiosa rinuncia a gesti (tra i quali i rapporti pre-matrimoniali) che non possono essere secondo il Vangelo.
A ricordare queste cose un prete viene guardato come se fosse disceso dal pianeta Marte: “Ma dove vivi?”, sembra la domanda. “Vivo da cristiano”, è l’unica risposta.
Questa modificazione della mentalità e della pratica di vita è certamente comprensibile: l’insicurezza dei soggetti che, magari a 30 anni, non sono ancora maturi; l’età “giovanile” spostata anche oltre i trent’anni; il lavoro stabile e dignitoso che esiste spesso solo nelle promesse politiche; la mancanza più o meno marcata di formazione umana e cristiana, grazie all’abbandono dopo la Cresima; la vita religiosa spesso ridotta al lumicino o scomparsa. Si vive spesso indipendentemente dal Vangelo: è una constatazione.
E’ certamente bello vedere qualche coppia di fidanzati che riprende a vivere la Messa domenicale come un bisogno profondo, “riscoperto” magari grazie al cammino di preparazione al Matrimonio… Ma tanti sono, oggettivamente, cristianamente incerti e talvolta cristianamente “analfabeti”, cioè ormai privi di quella “bussola cristiana” che permetterebbe loro di vivere da cristiani anche la loro situazione di vita.
Convivenze giovanili e pratiche conseguenti (compresi contraccezione e aborto) non si possono definire “cristiane”; si possono comprendere, certamente; ma non giustificare.
La Chiesa, attraverso i suoi pastori e i suoi catechisti, ha il compito da parte del Signore, di ricordare il Vangelo nella sua integralità: “Se qualcuno guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” [6].
Cristianamente parlando, se uno ama l’altra persona, sceglie di sposarla, non di “provarla”; cristianamente parlando, solo la propria donna, sposata davanti a Dio, può essere “desiderata” e con lo spirito giusto.
Gesù è eccessivamente rigido ed esigente?
Io credo che non molti abbiano sperimentato quanto sia bello, costruttivo, rasserenante, vivere il Vangelo fino in fondo, prendendo sul serio la Parola che libera e che salva. Questa proposta, serena ma decisa, viene costantemente fatta.
Ai giovani e ai fidanzati, proprio perché spesso vivono diversamente dal Vangelo, è importante proporre la via giusta, che permette loro di vivere senza equivoci la costruzione della loro nuova famiglia. E poi ai medesimi giovani e fidanzati occorre permettere di riflettere, proprio vedendo come stanno andando molte vicende matrimoniali, aiutandoli a mettere le basi giuste perché non sprechino un buon futuro (senza ripetere errori altrui).
In questi anni stiamo investendo molto tempo ed energie perché si arrivi al Matrimonio in modo dignitoso. E non manca certo l’invito ad andare controcorrente, con coraggio.
Devo dire che non mancano anche le soddisfazioni per qualche risultato ottenuto.
4.2 – Dalla richiesta del Sacramento del Battesimo, che cosa emerge? Ecco la seconda “spia” del cambiamento di mentalità che sta avvenendo.
Anzitutto è positivo che quasi tutti,cioè oltre il 90% dei genitori, sposati o no, chiedano ancora il Battesimo per i propri figli, qualunque sia la propria situazione di vita: vuol dire che il lumicino del Vangelo non è del tutto spento. Questa è già una cosa bella.
Però, come ci si può accontentare di un filo di fumo tenue e che con difficoltà si può riaccendere? Per la richiesta del Battesimo è solo quello il “minimo di fede” che si può esigere? Quale garanzia di una vera educazione cristiana dei figli? Qui, pur “esagerando” poi nei casi concreti per larghezza di manica, è giusto richiamare ciò che è necessario per diventare cristiani.
E poi: la situazione delle coppie che chiedono il Battesimo è ormai forse al 30% “irregolare”da un punto di vista cristiano: non sposati, semi-conviventi, conviventi stabili da anni e magari con altri figli, divorziati conviventi e che non osano più pensare a legami stabili, sposati civilmente; risposati.
Ma anche il 60%, che appare “regolare” dal punto di vista del Diritto Canonico e della mentalità tradizionale, è composto tutto da persone “vive nella Fede”? Molti certamente lo sono; ma non tutti.
Qui scatta allora la seria preoccupazione pastorale.
La Parrocchia cerca, attraverso preti e suore, di non far mancare una parola costruttiva ai genitori dei battezzandi.
Ma preti e suore non bastano e poi non sono loro la “massa” nella Chiesa: sono i laici cristiani; in futuro sarà necessario riproporre a laici adeguatamente preparati, di collaborare alla preparazione al Battesimo, in forza del loro Battesimo e non solo perché il clero si riduce in questo momento storico: pubblicamente invito chi desiderasse assumere questo compito ecclesiale, di farsi avanti[7]. In Diocesi la scuola per operatori pastorali esiste e merita di essere frequentata, assieme ad alcuni momenti di formazione che si possono proporre in Parrocchia o in Decanato. In più, per casi particolari, sono disposto a fare formazione anche personalmente.
Ma più che altro è il cammino di preparazione al Matrimonio che va sempre migliorato, qualificando ulteriormente la prima parte, relativa ai contenuti della Fede: la preparazione al Battesimo di un figlio non può essere un episodio sporadico, bensì una tappa del cammino cristiano, ben inserita nel progetto formativo che, anno dopo anno, stiamo costruendo e sperimentando. Mi piace avere sempre come sfondo le linee diocesane (anzi delle dieci diocesi lombarde) facendo, però, la fatica di “tradurle” per la nostra gente.
4.3 – Dalla richiesta per i figli della Prima Confessione, Prima Comunione, Cresima, che cosa emerge? Ecco la terza “spia”.
Emerge un panorama di cristianesimo piuttosto fiacco, insufficiente, legato ancora alla tradizione di chiedere i Sacramenti per i figli, ma spesso non vitale, cioè senza vero coinvolgimento da parte di molti.
La prova? La domenica dopo la Prima Comunione a Messa è presente il 20% dei bambini che l’hanno ricevuta. E l’80% dov’è? E’ naturale che continuerò a fare proposte tali da incoraggiare i bambini alla partecipazione, come quando è possibile la Messa per qualche gruppo in cappella dell’Oratorio Femminile.
E dopo la Cresima, quanti continuano? In questi anni meno della metà, anzi circa un terzo dei cresimati continua seriamente il cammino e torna alla catechesi; ma anche qui il momento più importante che è l’Eucaristia della Domenica, non c’è quasi più per la gran massa dei cresimati.
Bisogna domandarsi: come fa a “esserci” il cristiano che vive così. Dobbiamo pentirci di avere ammesso molti ai sacramenti?
Senza la Messa domenicale non c’è il cristiano e non c’è Chiesa. E come si fa a giustificare tanta leggerezza?
Da parte dei genitori la richiesta è “per i figli”: buona e bella scelta. Ma con i figli ci dovrebbero essere i genitori! Se non ci sono i figli in Chiesa, probabilmente è perché non è rilevante la Messa domenicale per i genitori.
Verifico, poi, quanto sia difficile incoraggiare la disponibilità dei genitori a compiere un cammino “parallelo”.
Eppure, se vogliamo seriamente i Sacramenti per i figli, dobbiamo farci convinti della necessità di non lasciarli soli. Potrebbe diventare una occasione d’oro anche per molti genitori nei quali la vita cristiana si sia un po’ appannata, sbiadita, ma che percepiscono.
Facciamo e rifacciamo la giusta proposta, senza stancarci né scoraggiarci.
4.4 – Quarto luogo-spia del cambiamento in atto: per Battesimo e
Cresima resta l’uso di cercare un padrino o una madrina,
cioè una persona cristiana, matura e praticante, in grado di accompagnare la
vita cristiana del bambino, testimoniandogli una vita cristiana piena.
Ma, spesso, parenti e amici, pur “brave persone” non sono nella condizione per assumere un incarico: se ci sono matrimoni civili, divorzi, convivenze e altro, come può un padrino dire di testimoniare pienamente e coerentemente il Vangelo?
Spesso faccio fatica a spiegare che queste condizioni le ha messe sì l’autorità della Chiesa, ma, di più, sono richieste dall’Autorità del Vangelo e valgono per i cristiani di tutto il mondo…
La mentalità di un “cristianesimo” troppo generico o che fa questa richiesta solo per tradizione porta a non capire, ad esempio, che se io sono divorziato, come farò a dimostrare che la mia famiglia è fondata sul Matrimonio cristiano: Matrimonio che, stando a Gesù, è… indissolubile[8].
Invito sempre tutti a non ridurre la funzione di padrino a semplice usanza, indicando che la scelta cada su qualcuno in grado di testimoniare con la vita la fede che ha; e che possa accompagnare la crescita del bambino “da vicino”: cioè sia una persona realmente a contatto con chi riceve i Sacramenti.
Vedo con piacere che quasi sempre queste indicazioni sono accolte.
4.5 – Le giovani famiglie,
poi sono difficili da agganciare. Hanno una loro vita, la carriera (spesso la
“sopravvivenza”, lavorando sodo tutti e due…), i problemi della gestione della
vita familiare, i primi figli…
Preparo almeno 70-80 coppie all’anno: una sessantina in media sono i Matrimoni celebrati in Parrocchia, gli altri “delegati” ad altri Parroci, soprattutto a quello d’origine della famiglia, per evidenti motivi: tuttavia solo una piccola parte delle giovani coppie resta “visibile”; le altre, come sono comparse chiedendo il Matrimonio, scompaiono fino all’arrivo del primo figlio. Questo fenomeno è comprensibile, anche se posso notare quanto diventino più facili da vivere i primi anni di Matrimonio per le coppie che non si isolano.
Comunque a questo punto, scatta un’altra delle nostre scelte pastorali forti: favorire la loro presenza in Parrocchia e la loro “raggiungibilità” proprio nei primi anni di Matrimonio, non solo con iniziative per loro, ma anzitutto con il potenziamento della nostra “Scuola dell’Infanzia”, cioè quel complesso educativo che è formato ormai dalla Scuola Materna, da quel segmento di Nido che va dai 30 ai 36 mesi, che è l’anticipo della Materna previsto dalla legge di riforma; ad esso aggiungiamo, il nuovo spazio di Nido, pensato in modo che abbia tutto il sapore dell’accompagnamento della famiglia e non solo l’offerta di un servizio molto richiesto.
Questa nuova parte della nostra “Scuola dell’infanzia” l’abbiamo dedicata a una santa nostra “vicina di casa”, la magentina Gianna Beretta Molla, mamma che ha dato la vita per poter far venire alla luce la bambina che aveva in grembo.
Se non attraverso la nostra Scuola, altri “facili” punti di aggancio con queste coppie giovani non ce ne sono… E’ necessario avere questo luogo importante che garantisca non solo un buon servizio, ma anche un clima fondato sulla Fede e la possibilità di un concreto incontro con persone di Fede della Comunità parrocchiale.
Se creiamo le occasioni, possiamo sperare nell’accoglimento più facile della proposta cristiana di vita. Circa 200 famiglie giovani ruotano così attorno alla nostra Scuola dell’Infanzia, sono contattati dalle Suore, sono incontrati anche da me, vengono loro offerti momenti formativi e ricreativi… L’occasione c’è, dunque, e si è dilatata moltissimo, perché queste giovani coppie non si isolino e vivano a contatto con la Comunità cristiana, mentre viene reso loro un servizio di alta qualità.
I molti problemi che hanno, comprese le difficoltà familiari, si possono aiutare solo in un contesto di non-isolamento.
Vorrei che tutta la Comunità stimasse e sostenesse sempre più questa occasione che offriamo alle famiglie giovani. La scuola pubblica statale o comunale svolge bene il suo ruolo; la nostra scuola pubblica di iniziativa parrocchiale, però, si propone, si qualifica cristianamente e offre percorsi e attenzioni che all’altra scuola non sono richiesti, ma che, per noi, sono fondamentali. Per questo la nostra Scuola dell’Infanzia (alla quale, lo ripeto, sono interessate oltre 200 famiglie giovani) è e diventerà sempre più non solo una buona scuola ma uno dei pilastri della nostra pastorale familiare.
4.6 - L’atteggiamento verso la vita e verso la morte.
Verso la vita, anzitutto. In cinque anni ho avuto notizia di quasi 1000 nascite; ma questa notizia (tranne che per collaboratori o gente più “vicina”) quasi sempre l’ho avuta al momento della richiesta del Battesimo: solo 3 (tre) nascite sono state annunciate prima dell’evento nascita, 2 (due) al momento della nascita, con la richiesta di un tocco di campana in segno di gioia; le altre nascite molte settimane, mesi o anni dopo.
Anche questi dati sono una spia del cambiamento di mentalità. Un tempo era un gesto di gioia da condividere l’annuncia al parroco dell’avvenuta nascita. Oggi passa molto tempo, talvolta troppo tempo.
Così avviene anche per i defunti.
Nel 90% e più dei casi, la morte è annunciata… dalle Imprese delle Onoranze funebri, alle quali è delegato il compito di “fare tutto”, compresa la “notifica” al Parroco. Il rischio è di ridurre la scelta del Funerale religioso a gesto burocratico.
Per questo, se non vengo a sapere di una morte per altre vie, chiedo con insistenza alle imprese di pompe funebri di ricordare subito ai parenti del defunto di… avvisare il parroco. Il defunto, in una ottica cristiana, è una persona che ha concluso il cammino su questa terra e ormai vive nella luce della Risurrezione: per chi è morto l’intera Chiesa, l’intera Comunità cristiana è invitata a pregare e il commiato cristiano non è un lugubre “funerale” (da farsi per forza), ma il gesto di fede comunitaria che affida al Signore il defunto. Il nome corretto è “esequie”: è il “seguire il corteo” che accompagna il defunto, è l’accompagnamento alla sepoltura (è questo il senso della parola latina da cui quella italiana deriva), che, per il cristiano, è la celebrazione della Pasqua nel defunto, nella certezza della risurrezione.
Auspico che, sempre di più, prima che dalle pompe Funebri, il Parroco venga avvertito direttamente e personalmente dai parenti: si può così pensare in tempo anche a un momento di preghiera in casa o in Chiesa e avere il conforto della Fede…
Il pianto per la morte di una persona cara non può diventare desolata disperazione o, peggio, grido verso Dio, che avrebbe fatto una cosa ingiusta. Le esequie cristiane sono sì un grido, ma di speranza: è la certezza che se siamo uniti alla morte del Signore col Battesimo, siamo uniti a lui anche nella risurrezione; per questo il funerale cristiano è la celebrazione della Pasqua del Signore che porta i suoi frutti verso chi è già stato immerso nell’acqua del Battesimo. Questa è la radice della speranza, che fa diventare utile la vicinanza umana di tanta gente a chi è colpito dal dolore e la trasforma in testimonianza reciproca di fede.
4.7 – Giovani e vocazioni. Qui c’è un altro segnale (ed è il settimo) del cambiamento di mentalità: sta diventando arduo parlare di vocazione ai giovani; difficile a cominciare dalla vocazione più comune, quella al Matrimonio e alla Famiglia, come si è già potuto intravedere.
Difficile aiutare a capire il senso della vita come vocazione a chi, avendo già “tutto” (cose e persone) si anestetizza da sé nei confronti di ideali alti. Incapaci spesso a scegliere con forza e decisione il Matrimonio, pochi giovani si pongono il problema di una consacrazione religiosa o di una vita sacerdotale. Sarà perché vedono noi preti costretti a un “lavoro” sfiancante, poco riconosciuto, oppure che non rappresenta alcuno stimolo di impegno, così che quasi a nessuno viene in mente di seguire una strada analoga? Sarà perché una vocazione sboccia se c’è anzitutto dialogo personale col Signore… Teniamo conto poi che, a differenza dei tempi andati, “fare il prete” non è più la conquista di un posto onorevole e onorato nella società, ma una strada difficile e l’esposizione anche alla presa in giro da parte dei beffardi, quasi fossimo i rappresentanti di una mala congrega…: esiste anche l’anticlericalismo, arrogante e incapace di rispettare le persone. Mettendo insieme tutto, forse alcuni giovani si spaventano; e, se qualcuno sente di dover rispondere alla chiamata del Signore, magari ci pensa; ma, poi, davanti ad altre possibilità, si ritira. Certo, se uno ha vera fede, segue il Signore: ma non è automatico. Ci vuole coraggio.
Fragili come i giovani d’oggi, i candidati al sacerdozio sembrano proprio “agnelli in mezzo a lupi”. Il ruolo sacerdotale non è visto più dalla massa della gente con l’occhio serio e positivo, anche solo di venti-trent’anni fa; chi arriva al sacerdozio, inoltre, ha spesso alle spalle le esperienze più varie; alcuni non sanno nemmeno più che cosa sia un Oratorio; per molti la Parrocchia è solo una istituzione tra le tante… Mettiamoci nei panni anche del Vescovo, che deve discernere tra le vere vocazioni e le emozioni “religiose” che qualcuno insegue. D’altra parte non spaventiamoci: gli apostoli o san Paolo non sono entrati in Seminario da piccoli…
Di fatto stiamo attraversando anni di poca risposta alle vocazioni di dedizione totale al Signore e alla sua Chiesa: probabilmente, incide molto il sentire di certi ambienti, anche politici e giornalistici, circa la Chiesa, oltre, naturalmente, il poco legame personale col Signore, già in crisi presso la maggioranza dei cristiani…
4.7 – Lo spirito di condivisione, ottavo e ultimo “ambito-spia”.
Una volta valeva il “precetto generale” di aiutare la Parrocchia, contribuendo secondo le usanze. Molti offrivano concretamente qualcosa di significativo, magari ritagliandolo dal necessario.
Come pensate abbiano fatto, nel 1895, i Bollatesi di allora a “raddoppiare” la Chiesa di san Martino? Con tanto sacrificio personale e familiare. E all’inizio del 1900, come hanno fatto a rifare il campanile? Stessa risposta.
Tanti anziani, nelle loro ultime volontà, si ricordavano della doverosa riconoscenza verso Dio e la Chiesa. Ciò che vedete in parrocchia anche quanto a strutture è proprio il frutto dei sacrifici di chi ci ha preceduto e di chi generosamente ha collaborato e contribuito a dotare una Parrocchia del necessario per servire meglio il Vangelo.