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GIOVANNI MARIANO
Parroco di s.Martino e Prevosto di Bollate
CENTODUE
terza lettera pastorale per i 23.000 Parrocchiani di Bollate-Centro
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| QUADERNI DI SAN MARTINO 3/2003 |
| A PARTIRE DAL VANGELO |
Marco 4,3-8 3"Ascoltate.
Ecco, uscì il seminatore a seminare.
4Mentre seminava, una parte
cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono.
5 Un’altra cadde fra i sassi, dove non c’era molta terra, e subito spuntò
perché non c’era un terreno profondo;
6 ma quando si levò
il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò.
7 Un’altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non
diede frutto.
8 E un’altra cadde sulla terra buona, diede frutto che
venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per
uno".
“La Parola è seminata nel
cuore degli uomini... La Chiesa è la risposta complessiva del campo”. + Carlo Maria Martini “L’evangelizzazione e la
fede sono il ‘caso serio’ della Chiesa”. +
Dionigi Tettamanzi |
1. TRA DUE VESCOVI.
Voglio un gran bene al Cardinal Dionigi, anche perché è stato mio professore di Morale in Seminario, in quegli anni densi che segnano la vita di un prete: anni importanti soprattutto per gente come me, che in Seminario è rimasta, netti, poco più di quattro anni e mezzo.
Ma non posso dimenticare Colui che è stato per ventidue anni il nostro Arcivescovo e che, quindi, ha visto ventidue anni del mio sacerdozio (e della vostra vita parrocchiale).
Così che mi pare giusto valorizzare, in questo momento di vita della nostra Comunità, uno dei suoi testi (che a me sono sembrati) più belli e forse troppo in fretta finiti nel “dimenticatoio”: la sua lettera alla Diocesi dopo i primi sette anni di ministero episcopale a Milano, nel 1987.
Io, più modestamente, termino i primi tre anni di ministero a Bollate e comincio solo il quarto; non voglio certo fare alcun paragone. Lasciate, però, al povero parroco di san Martino nonché prevosto di Bollate la possibilità di sfruttare alcune intuizioni di quella lettera, a me apparse felicissime e feconde. Tanto più che il cardinale Dionigi Tettamanzi, a sua volta, offre spunti per una ripresa di temi analoghi soprattutto nel capitolo terzo di “Mi sarete testimoni”, il percorso pastorale triennale diocesano.
Proviamo anche quest’anno a riflettere insieme.
Me lo domando ogni Domenica, pensando a come annunciare la buona notizia di quel giorno: la Parola viene seminata, ma che “campo” trova?
In prima approssimazione, occorre dire che anche da noi nonostante tutti gli sforzi, non diminuisce molto l’ignoranza più pericolosa: l’ignoranza della Parola di Dio; la Fede e la Chiesa non sembrano essere quei punti di riferimento che ci aspetteremmo. D’altra parte non ci si può sostituire ai diretti interessati, che sono i parrocchiani.
Dopo secoli e secoli di annuncio cristiano, in qualche occasione sembra essere come ai tempi di Gesù: i Dodici; una cerchia un po’ più larga di discepoli; una massa di ondeggianti; tanti curiosi; molti indifferenti; molti ostili. Probabilmente, per la Fede e per la Chiesa, sarà sempre così, visto che tale situazione continua a ripetersi.
Ma, proprio per questo, se è variegato il “campo di Dio” (che resta formato da tutti, compresi quelli che lo mettono in Croce), la Chiesa ritrova continuamente la spinta alla Missione.
Ricordando la famosa parabola, con pazienza, si cercherà di eliminare le “spine”, ridurre il numero dei “sassi”, far fronte alla “aridità” del terreno, coltivare il terreno buono così che dia frutto a seconda delle proprie possibilità.
Per questo, il Consiglio Pastorale nell’anno pastorale scorso ha deliberato di andare verso le “Missioni”, cioè quel tentativo di aratura e coltivazione del campo, decisa e provocatoria, che potrebbe ottenere nuove risposte e, sicuramente, un aiuto per il risveglio della Fede e della vita cristiana. Si terranno tra gennaio e febbraio del 2005.
Più volte ci siamo riproposti ciò che ha chiesto il Papa nella lettera per il Giubileo, cioè di lavorare per “rifare il tessuto cristiano della società”: le Missioni del 2005 potranno essere un tentativo importante, una scossa salutare, un rimescolamento delle zolle, un contributo ad aumentare la semina della Parola che fa nascere la Fede. Senza illuderci sui risultati, certamente qualche buon effetto lo produrranno.
3. BOLLATE, SANTA CHIESA DI DIO
L’essenziale perché ci sia la Chiesa, naturalmente, c’è già… da quando (1300 anni fa?…1200 anni fa?…) a “Bolate” non ci si è accontentati di bere alle “bole” che sgorgavano spontanee dal terreno, ma si è cominciato a desiderare la Sorgente dell’acqua viva, è stato costruito un edificio per il culto cristiano, un Fonte battesimale e un altare per la Parola e l’Eucaristia.
E da allora, in ogni periodo storico, la Comunità vivente in quel tempo, si è sentita chiamata a “riappropriarsi” continuamente dei fondamenti della Fede. Altrimenti ha capito che…muore. Se non sa attingere acqua sempre nuova alla Sorgente, diventa prima solo tradizione, poi abitudine, poi folklore e poi muore.
Per questo motivo, è utile che in quest’anno pastorale, mentre pensiamo alle nostre “Missioni” e realizziamo con generosità quanto sulla “Missionarietà” ci va dicendo il nostro nuovo Arcivescovo, ritorniamo –coralmente, tutti insieme, grandi e piccoli, singoli e gruppi– a considerare la grande e stupenda realtà della “Chiesa”.
Anzitutto io scrivo e scriverò sempre “Chiesa” con la “C” maiuscola: infatti mi irrita l’abitudine –discutibile– di molti, anche di illustri teologi di scrivere la Chiesa con la “c” minuscola, aggrappandosi a motivi grammaticali o a qualcosa di simile.
Ci fossero pure questi motivi, nessuno può permettersi di scrivere il nome della propria Madre con la minuscola: il rispetto, anzi l’amore per lei, invitano a infrangere (se ci fosse) anche una piccola e discutibile regola.
A Bollate vive “da sempre” la santa Chiesa di Dio: da quando il Vescovo di Milano vi ha mandato un “presbitero” (un prete) a battezzare, predicare, celebrare l’Eucaristia.
Data per scontata la riconoscenza per coloro che ci hanno preceduto in tanti secoli, guardiamo a noi.
E ritorniamo a pensare alla bellezza e alla grandezza della Chiesa, (e della nostra Chiesa locale) per amarla con la forza e l’intelligenza di oggi.
4. PER POTER “PARLARE” DELLA CHIESA
Riappropriamoci subito del linguaggio e del vocabolario. Non diamolo per scontato. In molti, soprattutto giovani, il linguaggio comune della vita cristiana sembra perduto. Ma poco importa. Anche san Paolo a Corinto ha trovato terra bruciata, indifferente o ostile; che cosa ha fatto? Si è messo a predicare il vangelo, senza paura.
Nel “Credo” diciamo: Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica, e non sono espressioni da poco.
Quest’anno ripetiamo queste cose senza paura! Le diciamo a voce alta, così che chi non le conosce bene, vi si avvicinerà; chi le conosce già, si rafforzerà. Chi vive già seriamente la fede entrerà con maggior consapevolezza nell’impegno programmatico segnato dal percorso diocesano.
Credo, dunque, la Chiesa; e constato con gioia che, con la Fede di chi ci ha preceduto e con il Battesimo, la Chiesa esiste e vive. Esiste già prima di me e vive anche se io non la conosco o non la amo o la odio.
Credo la Chiesa!
Credo la Chiesa “Una”, perché dal Vangelo, non solo, ma da tutta la Tradizione vivente, emerge che il suo Fondatore l’ha pensata “una” e capace di restare unita a condizione che si lasci confermare da quell’Apostolo che Gesù ha scelto per questo compito (Lc 22,32). La stessa Parola di Dio, infatti, non cade dal cielo per il troppo peso, ma nasce per opera di Dio in quel terreno particolare che Dio semina: “nella Chiesa”; è accolta “dalla Chiesa”, è riconosciuta dall’“Autorità della Chiesa”, è predicata e compresa “nella Chiesa”.
Credo la Chiesa “Santa”, perché santo è il suo Capo, Gesù Cristo nostro Signore; perché lo Spirito Santo ne fa una “comunione di santi”.
Credo la Chiesa “Cattolica”, perché è il Popolo di Dio al quale tutti sono chiamati; perché esiste qui, ma anche in tutto il mondo: il Signore la fa sorgere e, per vocazione, appunto, tutta l’Umanità vi è chiamata e attesa.
Credo la Chiesa “Apostolica”, edificata sugli Apostoli che sono la presenza viva del Fondatore; non c’è “Chiesa” in senso vero e pieno, senza gli Apostoli e i loro successori, i nostri Vescovi.
5. CANCELLIAMO LE “CARICATURE” DELLA CHIESA.
Tenendo conto della “confusione” circolante, per capire e amare sempre più la Chiesa, occorre anzitutto fare “pulizia mentale”, eliminando le caricature che ne stravolgono l’immagine. Questa “pulizia” può avvenire, naturalmente, grazie al confronto con i contenuti veri della fede che eliminano gli errori e chiariscono le prospettive.
La verità evangelica sulla Chiesa permette – potremmo procedere così, in modo quasi giornalistico, ma non per questo meno preciso e efficace – di purificarci da “virus” che deformano la vera immagine di Chiesa che dovremmo avere. Cancelliamo, insomma, quelle vere e proprie caricature della Chiesa, che sono difficili a morire.
Le caricature sono quasi sempre delle mezze verità: oppure delle esagerate accentuazioni di un aspetto, pur vero (a scapito di tutti gli altri); le caricature evidentemente, non possono offrire la vera immagine della Chiesa. Anzi stravolgono i discorsi e le relazioni tra le persone. E ci impediscono di essere veramente “missionari”.
Cancelliamo, allora le caricature.
Provo a fare un elenco; così, subito, le commento:
5.1 LA CHIESA, BELLA E SANTA PIRAMIDE.
È circolata e circola tuttora un’idea di Chiesa come piramide ben organizzata, “società perfetta”, sottomessa a un Capo (il Papa), formata dalla Gerarchia e dallo stuolo dei non-preti (non-chierici, bisognerebbe dire). Sotto il Capo, i graduati di vario livello: i capi locali che derivano tutto dal Capo supremo, l’élite internazionale dei Cardinali, lo stuolo di vari notabili. Una Chiesa, insomma, quasi come quella descritta in “Roma” da Fellini. Oggi, anche san Pio X scriverebbe diversamente le cose che ha scritto nel Catechismo, condizionato dal pensiero e dal clima culturale del suo tempo: “La Chiesa è la società dei veri cristiani, cioè dei battezzati, che professano la fede e partecipano ai sacramenti e ubbidiscono ai legittimi pastori”. E’ tutto vero, intendiamoci, ma non è una maniera sufficientemente adeguata, oggi, per proporre la verità, dato che si presta a sottolineature e assolutizzazioni esagerate. Se il cattolico si distingue certamente “per l’ubbidienza al Romano Pontefice”, è anche vero, ma non basta a definire il cattolico. Non è l’ubbidienza al “generalissimo”, perché l’ubbidienza nella Chiesa nasce dall’amore per la comunione col Papa e col Vescovo. Assolutizzare e enfatizzare una visione della Chiesa “a piramide” è dire solo una parte della verità, così che resta una presentazione più o meno inadeguata della verità della Chiesa: il Vangelo e la Tradizione della Chiesa sono molto, molto più ricchi. E anche meno… opprimenti, secondo la cultura attuale e la comprensione attuale dell’uomo credente e della fede. Grazie a Dio, il Concilio ecumenico Vaticano II, ha voluto integrare questa visione un po’ parziale di Chiesa “società perfetta”, santa piramide accanto (o sopra?) le altre (le altre piramidi: politica, sociale, economica, ecc.). La Chiesa non può essere più pensata e presentata solo come Santa Piramide che quando incontra le altre e le riconosce, ne viene a sua volta riconosciuta (nota di colore, ad esempio: nel vecchio Concordato del 1929 si riconosce ai Cardinali l’onore che si dava ai “Principi del sangue”, ai Vescovi l’ossequio dovuto ai Conti del Regno d’Italia, ai Parroci il posto d’onore accanto ai Podestà…).
La verità della Chiesa, infatti, è che… pensare così oggi, con la maturazione biblica ed ecclesiale attuale, è inadeguato; forse era parzialmente rispondente alla cultura del tempo: oggi non più. Pensare ancora così fa rischiare la caricatura. Accontentarsi di una visione inadeguata, rende… inadeguati nel dialogo col mondo e nell’annuncio del Vangelo.
Occorre fare lo sforzo di integrare il discorso, senza paura.
Il Concilio, appunto, ci ha aiutati approfondendo le idee bibliche di “Popolo di Dio”, “Corpo di Cristo”, Tempio dello Spirito Santo”, “Comunione”, “Sacramento dell’incontro con Dio”, “Comunità eucaristica”, ecc. Descrivere così la Chiesa è attingere a una sorgente ricchissima e feconda. E si impara a sorridere con libertà anche delle caricature.
5.2 LA CHIESA, CERCHIO RISTRETTO DEGLI ELETTI.
Un’altra lettura (che rischia di essere caricaturale) della realtà della Chiesa è antica e moderna insieme, dal momento che gli stessi Apostoli hanno dovuto vincere la tentazione di restare tra le mura d’Israele, accorgendosi con stupore che anche i pagani ricevevano lo Spirito che loro stessi avevano ricevuto (At 10,44-48).
Attraverso i secoli e anche ai nostri giorni, la tentazione di pensare e vivere la Chiesa come appartenenza élitaria, settaria o restrittiva è reale. La più triste caricatura è… una Chiesa “circolare”, con un muro perimetrale che separa dai non-eletti. Certo nessuno parla più in questi termini: ma c’è la tentazione di sentirsi “Chiesa” solo se si è nel cerchio degli amici, nella fraternità “di elezione”, perché si trova qualcuno che crede allo stesso modo, pensa allo stesso modo senza sfumature pur legittime, vive allo stesso modo, parla allo stesso modo, ecc. Magari in quel cerchio c’è tutta gente che crede così tanto alle cose che dice, che fa incontrare Gesù Cristo allo stato puro (e poveretti gli altri che non hanno questa fortuna).
In antico si sconfinava quasi subito nella situazione dell’eresia e nelle concrete rotture dello scisma; oggi se si pensa così si fa fare alla Chiesa la figura della setta.
E non si capisce più nemmeno il senso vero di asserti teologici tipo “fuori della Chiesa non c’è salvezza”.
Resta evidente il rischio di presentare una caricatura della Chiesa, che può anche arrivare a mettere in difficoltà l’evangelizzazione, perché, ad esempio, i pastori della Chiesa devono proporre una Chiesa più ricca e completa di questa, e devono aprire a tutti (ma proprio a tutti) le porte del Vangelo e della Comunità cristiana. Tutti, infatti, sono chiamati a diventare “eletti”, per grazia del Signore. E il Signore non nega a nessuno questa grazia e chiama tutti alla Chiesa. Per questo “fuori della Chiesa non c’è salvezza”: hai rifiutato lucidamente quello che hai capito essere un dono…
5.3 LA CHIESA, CARISMI A RUOTA LIBERA.
Pericoloso è anche pensare la Chiesa come un rubinetto aperto, che riversa lo Spirito Santo sui “prediletti” di Dio. Lo Spirito non è inscatolabile né incasellabile, ma non spira a ruota libera: spira secondo i progetti di Dio. Lo Spirito non ispira tutto e il contrario di tutto. L’azione dello Spirito è una “unzione”, non (o non solo) una “emozione”.
Lo Spirito elargisce doni infiniti, ma sempre e soltanto “per l’utilità comune” (cfr 1Cor 14) della Chiesa: quella di san Paolo è Parola di Dio normativa. E tali doni sono sottoposti al giudizio dell’Autorità della Chiesa: che sono i Vescovi, non i capi carismatici, tantomeno sedicenti veggenti o portatori di “messaggi” (cose belle se son vere e, per essere vere, devono stare al giudizio dell’Autorità della Chiesa; e son cose, comunque, mai normative per tutti, anche se approvate).
Il Vangelo è sobrio, Gesù è sobrio, gli Apostoli sono sobri, la Donna di Nazaret è più che sobria: questa è la regola dello Spirito. Non confondiamo le chiacchiere con le Parole di Dio.
La Parola di Dio e della Chiesa sono parole misurate, parole di essenzialità: il resto (anche nella misura in cui possa essere vero e riconoscibile dall’Autorità apostolica) non è essenziale, né obbligante -vale la pena di ripetere- per alcun cristiano. Basti ricordare come Giovanni Paolo II ha trattato il tema di Fatima, pur essendo devotissimo di Fatima!
“Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati, ecc.” (Gv 20,22-23) è detto agli Apostoli, gli unici che da allora hanno il compito di riconoscere se sia sempre lo Spirito a manifestarsi.
Il senso comune della fede nel popolo cristiano è ben diverso dalle credulonerie che spesso facilmente si diffondono anche a livello popolare, grazie alla scarsa fede, alla persistente ignoranza biblica e del Magistero e allo scarso senso della Chiesa in molti che dovrebbero averne.
Deviare, anche inconsapevolmente, da questa strada porta a pensare in modo distorto alla Fede e alla Chiesa, fa inaugurare pratiche religiose più vicine all’esoterismo o al folklore che non alla fede cattolica…, fa sottoporre la Chiesa a critiche ingiuste e ingiustificate, ostacola l’evangelizzazione seria.
5.4 LA CHIESA, CUPA ISTITUZIONE.
Molti, dall’esterno o che se ne sono andati, hanno in mente questa ulteriore caricatura: Chiesa uguale a istituzione cupa e oppressiva.
Oltre che cupa, “nociva”, come era scritto in una lettera al quotidiano “La Repubblica” dell’agosto 2003.
Infatti la Chiesa, vista solo come istituzione umana o solo come struttura centrale del governo ecclesiastico (come portano a pensare proprio alcune caricature della Chiesa), non può che apparire come un centro di potere che cercherà di comportarsi come tutti i centri di potere, con l’aggravante che si rivolge anche alle coscienze. Se poi, per difendere le proprie teorie, organizza Santa Inquisizione, Sant’Uffizio a salvaguardia dell’ortodossia, una rete di prelati incaricati di far da guardiani e tutta una serie di iniziative volte a intromettersi ovunque, non escluse le ingerenze nelle questioni interne degli Stati, si capisce come questa istituzione religiosa sia giudicata cupa e pericolosa, invadente e arcigna.
Ma questa è una ingiusta e ignobile caricatura, pensata per combattere, in realtà, la Chiesa perché essa, (quella vera) evidentemente, “disturba”.
Moltissimi ancora oggi quando dicono “Chiesa”, la pensano solo come Gerarchia che impone e non si pensa nemmeno che esistano i Laici del popolo di Dio. E’ questo un modo di concepire la Chiesa tipico dei cosiddetti “laici”, come loro si definiscono: cioè di gente che fa a meno di riferimenti religiosi, forse qualche volta li tollera, comunque li disprezza o li sottostima. A loro non interessa che i cristiani tutti sono orgogliosi di essere loro invece i “Laici”, cioè i membri del Popolo di Dio, della Chiesa, appunto. Quei “laici” antireligiosi, invece, usano indebitamente un vocabolo nostro. Più che “laici”, quelli che pensano così alla Chiesa, sarebbero da qualificare come “laicisti” (come si diceva una volta), agnostici, areligiosi non tranquilli, cioè nemici della Chiesa intesa come Gerarchia e comunque ostili a una religiosità codificata; al massimo permettono una religiosità libera da vincoli, da vivere intimisticamente senza disturbare.
Non si accorgono che si scagliano, in realtà, contro una caricatura: o meglio contro una mezza verità che, se resta “mezza” non quadra più. Nella Chiesa esiste la Gerarchia, come esiste il Laicato, tutti membri con dignità battesimale dell’unico Popolo di Dio, questo sì da chiamare “la Chiesa”.
Ma i “laicisti”, che si spacciano per rispettosi e tolleranti, spesso sono fondamentalisti del loro pensiero stravolto e intolleranti. Così va il mondo…
5.5 LA CHIESA “A BOLLICINE”.
C’è anche una caricatura curiosa, una volta diffusa, oggi forse meno.
Una… Chiesa a bollicine: come sarà mai? E perché?
Perché nel Vangelo si parla di “lievito” non disgiunto dalla “massa” da fermentare; ma molti invece continuano a pensare alla Chiesa solo come “puro lievito” e quindi come contrapposizione alla degradata “Chiesa ufficiale”; “Chiesa vera”, magari “di base”, sarebbe la Chiesa autentica.
La prima sarebbe infedele per definizione; la seconda (quella “non Ufficiale”) addirittura “profetica”. La regola è di disperdersi nella massa; non serve organizzarsi molto per fermentarla, magari pensando che la massa si fermenta automaticamente per la forza della testimonianza silenziosa.
Chi aderisce a questa caricatura di Chiesa ritiene importante la critica più radicale alla “Chiesa Ufficiale”; anzi: criticarla è “amarla”, contrapponendosi ad essa, al suo amore per il potere, alla sua alleanza con i potentati suoi pari. Per essere veri cristiani bisogna disperdersi, annullarsi, sicuri della bontà della propria profezia. Il rischio è di fare la fine della particella di sodio della famosa pubblicità, ma poco importa. La “diaspora” è il luogo della testimonianza…
Così si ignora la realtà e la grandezza del Popolo di Dio, quello che Dio mette insieme non per farlo scomparire, ma perché sia sale e luce che dà sapore e luminosità a chi non ce l’ha, così che insieme si goda del sapore e della luce…
Lo Spirito animerebbe solo “la base” della “chiesa” (regolarmente scritta con la “c” minuscola).
Unica regola è la Bibbia; e la Gerarchia (che non si è certi che Gesù Cristo l’abbia voluta così com’è, con tanto di Vaticano) non deve intromettersi nelle coscienze della gente. Si dimentica, così che Lutero è già nato e che la secolarizzazione ha antenati precisi oltre che tanti padri nobili in questi ultimi cinquant’anni o più.
Una caricatura così della Chiesa era diffusa negli anni Sessanta, Settanta, forse Ottanta. Ora si è così “disciolta” che forse non c’è più, se non nel pensiero di pochissimi isolati gruppetti pieni di nostalgia e di… se stessi.
5.6 LA CHIESA, AGENZIA DI SERVIZI.
La Chiesa, in questa caricatura, si vede riconoscere reali compiti. I “servizi” che le si richiedono sono quelli “religiosi”: battesimi, matrimoni, funerali. Poi, per il resto, si è autonomi.
E’ spesso la nostra situazione, che fa leva su di una religiosità tradizionale non praticata secondo il Vangelo, ma secondo quel che si vuole.
E’ la situazione di quegli “utenti” che si definiscono “credenti non praticanti”, senza accorgersi che, se si è veramente credenti nel vero Dio di Gesù Cristo, accolto in modo vitale, questa dichiarazione non ha senso. I credenti così diventano spesso non più credenti, quasi senza accorgersi, tanta è la distanza tra quella che chiamano “fede in Dio”, “fede in Dio ma non nella Chiesa”, e le esigenze vere di una Fede autentica, che chiede di essere praticata per dimostrarla autentica. Il credente tradizionale non praticante chiede (e più spesso: pretende) i servizi religiosi in alcune occasioni; chiede il Battesimo, la Prima Comunione per i figli, pur sapendo che saranno gesti destinati a concludersi subito e a essere sterili per la vita. Poi alla Chiesa chiede tutti gli altri servizi; e vi aggiunge quelli di carattere sociale: sport, Oratorio, Scuola Materna, interventi caritativi, ecc. Ma non c’è relazione vitale con la Chiesa. Al massimo si diventa “clienti”.
Si riconosce la Chiesa come si riconosce la Croce Rossa, il CONI, il WWF, il FAI. Utili se intervengono, magari con continua supplenza.
Chissà chi ha coltivato le idee che appartengono a questa caricatura...
5.7 LA CHIESA OSCURANTISTA.
In questa caricatura, la gente si divide in due fazioni: gli arretrati e gli evoluti, le vecchiette e gli scienziati. La Chiesa, dunque è pensata come roba per vecchiette analfabete.
Sì, perché le persone evolute hanno la Scienza al posto della Fede, ormai. E la scienza spiega tutto, ma proprio tutto. Lasciamo la religiosità alle vecchiette analfabete e ai preti che le coltivano. Lasciamo loro le “devozioni” religiose che una persona evoluta nettamente rifiuta e disprezza (la Fede è ridotta alle manifestazioni devozionistiche, che sconfinano con la superstizione).
Questa caricatura di Chiesa è purtroppo incoraggiata da quelli che non sono vigili al riguardo e talvolta tollerano proprio un certo deleterio devozionismo, che non fa che confermare le accuse che ci vengono rivolte! Con conseguenze pesantissime.
Dicono così i sostenitori di questa caricatura di Chiesa: cerchiamo di contenere l’influsso della Chiesa, la quale non può permettersi più (siamo evoluti!) di indicare mete morali, proporre ideali, proclamare diritti e dignità della persona (come li intende lei) e delle sue comunità. La Scienza può ormai “tutto” e, quando “si può tutto”, la Chiesa è nociva anche sul piano spirituale e morale: perché dice che “non si può far tutto”, mentre la Scienza lo permette e dunque lo rende morale. Immorale è ogni intervento della Chiesa… Chiesa che, naturalmente, mentre coltiva sentimenti che sono il contrario della Scienza, ha quasi cinque secoli di lotta contro la Scienza, e non si è ancora stancata.
Ai tempi dell’Unione Sovietica questo era affare di Stato, ma i relativi nipoti oggi non la pensano molto diversamente. E il brutto è che anche i paladini di ogni libertà gridano alle continue “ingerenze” della Chiesa: tolleranza sulla carta, ostilità nei fatti.
Ma la Chiesa è sopravvissuta a Nerone, a Diocleziano, ai Vandali, agli Illuministi, a Hitler, Stalin e Mao: le difficoltà di oggi sono fisiologiche e perfettamente sostenibili.
Per concludere, si potrebbero aggiungere altre caricature: la Chiesa come ne (s)parlano quasi ogni giorno “La Stampa”, “la Repubblica”, l’“Unità” o il “Corriere della sera”, facendo irritare per l’incompetenza generalizzata di giornalisti che scrivono “di Chiesa” e che spesso non conoscono nemmeno tutto il vocabolario per parlarne (in ottobre 2003 si è letto che il Papa ha “ordinato” i nuovi Cardinali…, dimenticando che il cardinalato è un’onorificenza e un compito particolare nella Chiesa e non il Sacramento dell’Ordine); poi c’è la Chiesa dei servizi televisivi, la Chiesa dei talk-show, ecc.
Basta così, per ora.
Ci basta tenerci lontano dalle caricature della Chiesa e cercare con tenacia la verità completa e complessiva della Chiesa, la verità del nostro essere Chiesa. Spesso, più che le parole, annunciano la realtà e la verità sulla Chiesa i comportamenti ecclesiali corretti.
6. QUATTRO PAROLE (PIÙ SERIE) SULLA CHIESA
Non lasciamoci scoraggiare: la Chiesa in Duemila anni (ha detto qualcuno) non è stata distrutta nemmeno da noi del Clero; non la distruggeranno certo i propugnatori di idee caricaturali della Chiesa, né i gruppetti che credono di essere una “chiesa” più bella, più vera, più fedele, più santa della “Chiesa”, né, tantomeno i giornalisti anticlericali e/o anticristiani… (che sono la maggioranza, anche perché troppi cristiani non osano fare i giornalisti seri)…
Questo sta a indicare subito una cosa bella: è vero che è il Signore il Capo della Chiesa, e la anima e la sostiene: “Non praevalebunt!” (nessuno prevarrà contro di Essa, secondo la Parola del Signore, come è detto in Mt 16,13-19).
A noi resta il compito di avere idee sempre più chiare e meno inadeguate circa la rea-ltà della Chiesa, se no ci sarà impossibile viverla e invitare a viverla.
Abbiamo bisogno di “sciacquare i panni in Arno” (come diceva il Manzoni) relativamente al nostro modo di pensare e parlare della Chiesa.
Occorre imparare a tenere insieme tutti i pezzi del “mosaico” Chiesa, per accogliere una “ecclesiologia” completa, cattolica, corretta.
Proprio per poter evangelizzare, per essere autenticamente “missionari”…
6.1 ECCLESIOLOGIE DIVERSE, UN’UNICA CHIESA.
“Ecclesiologia” significa riflessione seria sulla Chiesa, così come l’ha voluta il Signore Gesù. Per questo, “attenzione alle caricature”!
D’altra parte, anche le caricature, essendo mezze verità esageratamente proposte come se fossero “la verità” intera, possono aiutarci (ricordiamocene) a evitare danni.
Per noi è importante quest’anno puntare l’attenzione sul basilare discorso ecclesiale, dal momento che è condizione necessaria per essere missionari e testimoni del Vangelo.
Nella storia, allora, si sono elaborate alcune ecclesiologie fondamentali che vanno dalla Chiesa società storico-giuridica; alla Chiesa intesa in senso più carismatico, alla Chiesa “sacramento” di Cristo Signore. Proviamo a ricapitolarle, semplificando al massimo.
6.2 LA SOCIETÀ DEI CRISTIANI.
Non per far lezione, ma per richiamare le cose essenziali alla memoria, mi sembra opportuno riassumere così.
La Chiesa “società dei cristiani”, è forse il discorso sulla Chiesa che ha le radici più antiche e che ha prevalso con diverse accentuazioni fino al Concilio Vaticano II. Anche se spesso integrata e “corretta” con altre prospettive, oggi diremmo “conciliari”, mai totalmente assenti.
Quali sono gli elementi che definiscono la Chiesa?
E’ la “società dei cristiani battezzati”, società visibile, organizzata alla pari delle altre società umane; solo che l’origine è divina; questo fa la differenza; Gesù Cristo l’ha voluta costituire sotto l’autorità dei pastori, autorità gerarchicamente ordinata e sottomessa al suo Vicario.
I Trattati preconciliari sulla Chiesa mostrano giustamente che il Signore è all’origine di essa; fondamentale è la Successione Apostolica; Pietro e i suoi Successori reggono monarchicamente la Chiesa; certamente “Corpo di Cristo”, la Chiesa è caratterizzata dall’essere “una, santa, cattolica e apostolica”. Tutta vera questa ecclesiologia, tant’è che questi elementi ci sono tutti anche nei documenti del Concilio Vaticano II e nella riflessione postconciliare corretta: tuttavia, essendo un discorso per i “tempi della chiarezza e della stabilità” di ogni cosa (che non sono più i nostri tempi), l’ecclesiologia “da società perfetta” certamente ha bisogno di essere in qualche modo approfondita, tradotta, integrata, soprattutto evitando di far pensare, che “la Chiesa” sia “la Gerarchia”, cioè chi ha il Sacramento dell’Ordine. Anche gli estensori di quella ecclesiologia sapevano benissimo che non era tutta lì la realtà della Chiesa. E forse pensavano, alla maniera antica, alla maniera ebraica, al “popolo di Dio”.
Purtroppo l’ignoranza religiosa ha fatto nascere (ed è viva ancora) proprio la caricatura della Chiesa “a piramide”, dimenticando proprio l’essenza “popolare” della Chiesa.
6.3 UNA CHIESA “DALLO SPIRITO”.
E’ giustissimo pensare la Chiesa come animata dallo Spirito Santo, che riempie ciascuno di doni specifici da vivere nella comunione. Così si è approfondita un’altra linea teologica. L’azione dello Spirito del Signore tocca proprio ciascuno: i carismi vengono dallo Spirito e si incarnano nelle persone e nelle concrete situazioni.
La caricatura è nata quando “tutti gli altri” hanno carismi, ma si attribuisce ogni carisma o, al contrario, si nega ai Successori degli Apostoli il loro fondamentale carisma, che è quello dell’Autorità, a favore dell’ “autorità del popolo”, della “base”, del “gruppo”, del “movimento”. Si pensi a un certo teologo svizzero, ad esempio, che mette in discussione l’infallibilità del Papa, ma parla “ex-cathedra” lui, come se fosse un teologo infallibile… e l’infallibilità vera fosse suo appannaggio.
Una corretta ecclesiologia, come è invece quella conciliare, recupera perfettamente questo discorso, senza assolutizzarlo.
Nella storia ci sono, ad esempio, movimenti religiosi soprattutto laicali che assolutizzano il proprio particolare modo di vivere il cristianesimo e pensano e fanno come se tutti gli altri, se vogliono essere cristiani, devono esserlo come loro. Assurdo.
In modo corretto, ogni dono dello Spirito è per la Chiesa e per la Comunione nella Chiesa. E i doni sono diversi: così è per ogni battezzato che ha comunque un qualche carisma dello Spirito, così è per ogni battezzato che ha anche il Sacramento del Matrimonio, così è per ogni battezzato che ha anche il Sacramento dell’Ordine.
Tutto serve alla vita della Chiesa, per la gloria di Dio.
6.4 LA CHIESA, “SACRAMENTO” DI CRISTO.
C’è chi ha teorizzato la Chiesa, come “sacramento” di Cristo, il quale è “sacramento dell’incontro con Dio”.
Va quasi tutto bene, ma ci vuole attenzione a non usare espressioni equivoche, difficili da comprendere da parte della gente comune.
Quando si dice “sacramento” si dice che lì il Signore è presente e agisce in quel gesto e in quel momento e in quelle persone.
L’idea parte da quello che succede nella Liturgia che celebra i Sacramenti e offre Cristo Signore? Probabilmente sì: e allora si sottolineano giustamente questi aspetti di presenza eminente del Signore.
Gesù, attraverso quei suoi gesti, costruisce la Chiesa; in primo luogo lo fa nell’Eucaristia.
Ha cominciato a farlo quasi duemila anni fa e la sua presenza e la sua azione è sempre viva e attuale. Cristo risorto è sempre contemporaneo alla sua Chiesa, la vivifica continuamente, l’accompagna ogni giorno. Bisogna evitare, però, di mettere in ombra gli altri aspetti più umani e istituzionali della Chiesa, ugualmente voluti da Gesù Cristo, evitando di presentarla in modo disincarnato (se no ecco che spunta qualche altra caricatura). Questi dati fondamentali sono ciò che la Tradizione vivente della Chiesa offre come punto di partenza per capire e descrivere se stessa.
La “Lumen Gentium”, costituzione dogmatica sulla Chiesa, del Concilio Ecumenico Vaticano II sa recuperare questi discorsi inserendoli nel quadro più completo (e più complesso) della realtà della Chiesa e del suo rapporto con il Signore. Lo vedremo a suo tempo.
Comprendendo il tesoro che Essa è, la Chiesa può diventare sempre più correttamente missionaria e segno vivo del Signore.
7. LA PAROLA DI DIO PARLA DELLA CHIESA
A questo punto dovremmo rileggere insieme una serie di testi della Sacra Scrittura, che sono il punto di riferimento per tutti i tempi.
Riportiamo in Appendice (Appendice A) tutto questo materiale, per una riflessione più prolungata.
7.1 VOCABOLARIO
Qui offriamo solo una piccola spiegazione del “vocabolario” biblico (tutte cose che dovrebbero essere già note, ma non si sa mai…).
C’è, nella Bibbia, una “realtà” voluta da Cristo e che viene chiamata in modi diversi: chiesa (ekklésia, in greco), comunità, assemblea (synagoghè, in greco), popolo di Dio.
Tutte queste espressioni indicano un “mistero”: Dio ha progettato e realizzato per tutti la salvezza e vuole che tale salvezza diventi di tutti e tutti se ne possano appropriare con libertà e con gioia.
L’idea passata dall’Antico Testamento al Nuovo è quella di “assemblea religiosa”, di “popolo di Dio”, convocatodaDio. Nel NT la “Chiesa” poco per volta appare come il popolo dei redenti che vive in un certo luogo, diventando Comunità: Cristo ne è il Capo, l’apostolo è segno di Cristo Capo e Pastore, e tutti godono della salvezza che Egli offre.
Diamo, appunto, nell’Appendice “A”, una possibile sintesi biblica, utile anche per un riflessione personale o comunitaria.
7.2 DOPO DUEMILA ANNI...
E oggi, dopo duemila anni di ascolto della Parola di Dio e di vita pratica della Chiesa, come si è nella Chiesa, come si vede la Chiesa, come si vive la Chiesa?
Per mantenersi fedeli alla rivelazione biblica, la Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II invita a vedere la Chiesa in modo più adeguato e corretto. E senza dimenticare che Cristo chiama i suoi discepoli a essere un segno speciale nel mondo: tra Gesù e gli Apostoli l’unità dell’umanità è già cosa fatta; ma occorre arrivare fino ai confini del mondo, fino all’ultimo uomo del mondo e fino alla fine dei tempi.
La Chiesa è “segno” nel mondo; la sua attività nel mondo dilaterà la comunione con Dio e tra gli uomini: ma il cammino da fare è, evidentemente, ancora tantissimo. Solo gli eretici, bisognerebbe dire, sognano di esserci arrivati (loro, naturalmente).
8. LA NOSTRA CHIESA È QUELLA DEL VATICANO II
Con il Concilio Ecumenico celebrato tra il 1962 e il 1965, la Chiesa cattolica ha raggiunto un grande equilibrio nel “vedere” la realtà ecclesiale.
Dopo la risurrezione di Gesù, la Chiesa era apparsa subito come un organismo vivo, in continua espansione, perchè in continua conversione: un organismo in continua costruzione secondo le linee evangeliche.
E’ la realtà del “popolo di Dio” che, come si può vedere nell’Appendice “A” -anche se solo per fugaci e imprecisi accenni-, si presenta contemporaneamente come:
·popolo: società, assemblea, comunità, organizzazione visibile;
·di Dio: comunità la quale, perdonata e ricostruita continuamente da Dio, si sforza di appartenergli sempre di più (comunione, col Padre, Figlio e Spirito).
Nella storia della Chiesa, talvolta si è sottolineato di più il primo aspetto, talvolta il secondo.
Nel primo caso, appunto, si sottolinea l’aspetto esterno-istituzionale, soprattutto la presenza della Gerarchia in quanto portatrice della sicura fedele testimonianza, nonché della giurisdizione sulla Chiesa; nel secondo caso, si sottolinea di più l’aspetto di “comunione”.
Col Concilio Vaticano II si raggiunge un grande equilibrio dogmatico, teologico, pastorale, nel considerare la realtà della Chiesa, tenendo strettamente uniti i vari aspetti e contemporanei i vari modi di leggere la realtà della Chiesa.
8.1 LA CHIESA “SEGNO” DI CRISTO SIGNORE
Nella costituzione dogmatica Lumen Gentium 1, il Concilio Vaticano II presenta così la Chiesa:
a) Nella storia del genere umano (storia fatta di rapporti interpersonali, di progetti concreti e di fatti) si staglia una caratteristica: l’umanità è in cammino.
b) All’interno dell’umanità (non in contrapposízione, né in confusione), dell’unica umanità in cammino, è già iniziato qualcosa, non ancora compiuto, ma concreto e reale: l’umanità è in cammino verso la sua grande unità, ma c’è già l’unità del genere umano; si trova tutto nel mistero di Cristo. La Chiesa vive in e di questo mistero e annuncia questo mistero e lo offre a tutti, perché questo evento di salvezza possa essere condiviso e vissuto da tutti, fino agli estremi confini della terra.
c) La Chiesa è allora un segno nel mondo. Con Gesù lavora per la salvezza del mondo e spinge la tendenza all’unità universale, ponendosi come segno della già esistente unità e come strumento perché diventi effettiva per tutti.
Così si può cominciare, col Concilio, a capire, almeno adeguatamente ad oggi, la Chiesa.
La Chiesa nel mondo è un segno, non un “colpo di folgore” obbligante alla fede.
E’ segno indicativo della presenza di Gesù Cristo; un segno da riconoscere (Gesù stesso non sempre è stato riconosciuto): il valore del segno è reale, ma il suo discernimento è legato sia alle condizioni in cui si trova il segno, sia alle disposizioni di chi lo incontra.
Per l’uomo di oggi il segno efficace della bontà della Chiesa, sta anzitutto nel suo predicare l’autentico Vangelo di salvezza e difendere i valori umani veri, pienamente assunti nel mistero di Cristo: così presentandosi, rende credibile il Vangelo di quella verità che l’uomo non può immaginare di darsi da sè. Parlando al cuore dell’uomo, la Chiesa lo apre all’incontro con Dio: allora è possibile annunciare: “Il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15).
In questo senso è dunque possibile parlare della Chiesa come sacramento dell’incontro con Dio, così come, in certi brani, ha fatto il Concilio: prima che luogo e strumento di salvezza, la Chiesa è la manifestazione della Salvezza!
8.2 COME DESCRIVERE LA CHIESA.
Il Concilio, nella Lumen Gentium (pp.5-17) oltre la nozione generale, insegna a individuare “la Chiesa”.
Raccoglie da Antico e Nuovo Testamento alcune immagini “parlanti” e dice che la Chiesa è: “regno” (LG 5), ovile, campo, edificio, famiglia (LG 6); popolo di Dio (LG 9-17).
Presenta allora questo popolo di Dio come comunità che vive della e nella comunione; comunità unita e, al contempo diversificata.
In particolare il Concilio dice che la Chiesa è il “piccolo gregge” (che non comprende ancora tutti), chiamato a dìventare il “grande gregge”, perchè ha in sè i germi di questa grandezza e unità, speranza di salvezza per tutti gli uomini (LG 9); questa parola del Concilio è fondamentale perché se ci si abitua troppo a piangere sull’essere “piccolo gregge” ci si rinchiude nel piccolo gregge; se, invece, si parte realisticamente dall’essere piccolo gregge, ma si guarda al “grande gregge”, si scopre e si riscopre il senso della vera missionarietà, che è verso tutti gli uomini del mondo!
La Chiesa è il popolo che rende il vero culto a Dio; può (per dono di Cristo) fare della vita fedele un culto, che si esprime nei “gesti di culto” (LG 10-11); un popolo di sacerdoti, grazie al Battesimo, che abilita a “stare davanti a Dio”, portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2) (LG 10); un popolo di profeti, col compito di evangelizzare (LG12); un popolo di carismatici, ognuno con un dono specifico per l’edificazione della Chiesa e la salvezza dell’umanità (LG 12).
Questo popolo di Dio è in pienezza la Chiesa Cattolica (LG 14-16), che ha la missione di portare la luce del Vangelo in tutto ciò che è umano.
8.3 I SACRAMENTI FANNO DIVENTARE “CHIESA”.
La Chiesa, battezzando, diffonde nell’umanità l’unione al mistero di Gesù salvatore. Nella Chiesa si entra mediante la Fede e il Battesimo (LG 14). Questo inserimento ha il suo culmine nella partecipazione all’Eucaristia, presieduta dal Vescovo o, in suo nome, dai presbiteri (LG 17): è l’Eucaristia il segno e la forza per l’unità del popolo di Dio (LG 11).
Gli altri Sacramenti sono altrettanti momenti fondamentali della edificazione della Chiesa: con la Confermazione i cristiani sono abilitati al coraggio della testimonianza (LG 11); con la Riconciliazione, il cristiano peccatore si riconcilia con Dio e con la Chiesa; con l’Unzione degli infermi Cristo unisce i malati alla sua Passione, per contribuire al bene di tutto il popolo di Dio; con l’Ordine, vengono assicurati alla Chiesa i Pastori, segno di Cristo Capo, chiamati a presiedere il Popolo di Dio e a rendere presente Cristo Signore nel farne memoria; con il Matrimonio i cristiani diventano segno della fecondità della Chiesa e dell’infinito amore di Cristo per essa e per il mondo.
8.4 RIFARE LA “GEOMETRIA” DELLA CHIESA.
Popolo di Dio in cammino, all’interno dell’umanità; popolo di Dio edificato sugli apostoli (LG 22), in comunione col successore di Pietro (LG 18): questo popolo di Dio va pensato in modo lontano da quello delle famose “caricature” ricordate a suo tempo, ma anche mettendo insieme tutti i necessari aspetti di verità contenuti nelle più diverse ecclesiologie.
Così, anzitutto, il Concilio invita a ripensare il posto della Gerarchia nella Chiesa. Gli apostoli non sono soltanto una “autorità suprema” al vertice della Gerarchia o della “piramide” ecclesiale, ma, ben diversamente: sono segni di Cristo-Capo, che, come il Capo, servono la vita della Comunità cristiana, fino al dono della vita. Ricordiamo Mt 10,45. Forse, per rinnovare la. “geometria” della Chiesa si può pensare di mettere gli apostoli, con Cristo, al “cuore” della Chiesa stessa, come “autorità” che, esemplarmente, è chiamata a dare la vita per i fratelli.
Tutti chiamati alla santità, pellegrinano verso l’incontro finale col Signore dell’universo.
La santità realizzata di Maria è modello e fiducia di ogni possibilità anche per noi. Per capire e amare la Chiesa, occorre quindi guardare Maria (cap. VIII della LG), e così ridisegnare la sopraddetta “geometria” della Chiesa:

Riporto in Appendice “C” una presentazione schematica della “Lumen Gentium”.
9. PER VIVERE IL MISTERO DELLA CHIESA
Al fine di dare linee tendenzialmente sufficienti a cogliere il mistero della Chiesa, concludo con qualche tema problematico e con qualche tema di attualità.
Sono, in sostanza, tutti aspetti dei quali occorre tener conto per parlare in modo equilibrato della Chiesa.
Sono pertanto tematiche da tener presenti anche nello sviluppo successivo del discorso sulla realizzazione della Chiesa nella vita ordinaria (la Parrocchia).
Vedremo così, adesso, le tensioni tra istituzione e “avvenimento”, la identificazione della Chiesa nell’evangelizzazíone, la tensione tra “comunione” e “comunità”; qualche accenno verrà fatto circa il rapporto “chiesa-mondo”; salteremo il tema “Chiesa-cultura” (che è stato l’oggetto della riflessione dello scorso anno in “Un anno ancora”).
10. LA CHIESA E’ “EVANGELIZZAZIONE”.
Per cogliere correttamente il tema “Chiesa” non si possono dimenticare aspetti essenziali, che avranno bisogno di maggiori approfondimenti da parte dei teologi.
L’evangelizzazione è l’essenza della Chiesa: perchè la Chiesa è il Corpo di Cristo, “la memoria viva di lui”; ne è quindi “l’annuncio vivo e perenne”.
La Chiesa è “Vangelo vivo”; la Chiesa è l’annuncio di Cristo morto e risorto: annuncio vivo, vissuto e da vivere.
L’evangelizzazione è dunque lo specifico della Chiesa e, pertanto, del cristiano, membro della Chiesa.
La Chiesa ha, verso il mondo non-credente il dovere della evangelizzazione.
Fino a che punto c’è, in ogni membro della Chiesa, anche della nostra Chiesa bollatese, consapevolezza di tutto questo?
11. CHIESA CATTOLICA
Una domanda: “dove” troviamo, dove incontriamo questa Chiesa di Gesù Cristo?
Il n° 26 della Lumen Gentium dice che la “Chiesa cattolica”, la “Chiesa universale” non si realizza in astratto, ma in concreto, attorno al vescovo, successore degli apostoli. In sostanza afferma: la Chiesa particolare (la porzione di popolo di Dio che è la Diocesi) realizza la Chiesa cattolica, in comunione con tutte le Chiese e con la Chiesa di Roma (che, a sua volta, è per prima cosa Chiesa particolare).
Perchè -dice il Concilio- la Chiesa di Cristo è veramente presente “nelle legittime comunità locali di fedeli”, cioè nelle Chiese dei Vescovi, cioè nelle “diocesi”, le quali “nella loro sede sono il popolo nuovo chiamato da Dio”. Il momento culminante in cui si rende visibile la Chiesa cattolica è quando il Vescovo (in comunione con tutta la Chiesa) celebra i sacramenti della Salvezza.
Questo punto così importante è perfino diventato oggetto di particolare preoccupazione in un piano pastorale del Cardinale Giovanni Colombo, il quale nel 1978-79 (quando avevo 25 anni di meno) diceva che “Ci proponiamo di tornare ad indicare come questa concezione ecclesiale debba fattivamente incarnarsi e come ogni Comunità cristiana risponda alla sua vocazione di collaboratrice del Signore Gesù nell’opera di salvezza” (N. 16 del piano pastorale): questa concezione conciliare di Chiesa, appunto.
Sarà bene che tutti noi riflettiamo molto su questo aspetto della Chiesa universale che si “localizza”: faremo ogni giusto approfondimento parlando della Comunità parrocchiale.
Intanto rimando all’Appendice “D” per un approfondimento dei temi “comunione” e “comunità”.
12. LA REALIZZAZIONE DELLA CHIESA NELLA “PARROCCHIA”
Finora abbiamo parlato”della Chiesa” in generale. Ma adesso dobbiamo ingrandire l’immagine e vedere “dove” e “come” si realizza la Chiesa nella quotidianità della vita.
Bisogna allora dare spazio alla “Parrocchia”, la “Chiesa di ogni giorno” a contatto con tutti.
I riferimenti che farò fra le righe sono quasi tutti a documenti della Chiesa universale, per offrire l’alveo sicuro della nostra riflessione: soprattutto sul Concilio è bene ritornare a quarant’anni di distanza, mentre le indicazioni provenienti dal Sinodo diocesano 47° ormai hanno permeato tutta l’azione pastorale, rivolgendosi soprattutto al momento pastorale-pratico.
12.1 LA “PARROCCHIA” NON E’…
Come abbiamo cercato di fare con l’idea di “Chiesa”, cominciamo questa parte, sbarazzandoci anzitutto di ogni idea riduttiva di “Parrocchia”.
Ogni elemento per cui “la Parrocchia non è”, è certamente “un” elemento vero, ma guai a prenderlo da solo.
La Parrocchia non è, anzitutto, la “chiesa” di mattoni; non è solo il parroco, neppure tutti i preti della Parrocchia messi insieme; non è la “sacristia”, nè la burocrazia dei certificati, degli uffici, dei legati.
La Parrocchia non è fatta neppure dai “fedelissimi” della Domenica e delle altre feste comandate. Non sono neppure soltanto i collaboratori più stretti dei sacerdoti; tantomeno sono la Parrocchia, i più bravi a parlare di “cose di chiesa” o i più disinvolti a presentarsi come buoni cristiani.
La Parrocchia non è solo un confine e un territorio; non è neppure “il campanile”, inteso nel senso... “campanilistico” del termine.
La Parrocchia (qui facciamo riferimento in particolare alla nostra) non è fatta solo dal giornalino settimanale; la Parrocchía non è neanche la somma delle liturgie e delle occasioni formative, ricreative, sociali, caritative, culturali, sportive.
La Parrocchia non è solo la catechesi, tantomeno la sola catechesi dei bambini, tantomeno quella in occasione dei Sacramenti.
La Parrocchia non è fatta dal suono delle campane (che irrita coloro ai quali il Vangelo dà fastidio), non è la busta di Natale o “la cera” (che sono solo espressione di condivisione di risorse in spirito di carità): anche se per molti la Parrocchia è ricordata solo da queste cose.
La Parrocchia non è certo tutto ciò che puzza di chiuso, di mediocre, di piccolo.
La Parrocchia non è il “sacramentificio”.
La Parrocchia non è il luogo in cui si debba pensare solo a “mantenere” le tradizioni, accontentandosi di gestire l’esistente, perdendo il senso della iniziativa.
La Parrocchia non è uno dei “servizi sociali” del “territorio”, anche se, purtroppo, è spesso vista come l’agenzia dei servizi religiosi (e non certo come il centro generatore della vita cristiana).
Ma dopo aver detto venti volte “non è”, occorre passare al positivo, e anzitutto tener conto che tutte quelle cose, pur non essendo “la Parrocchia”, in una Parrocchia sono quasi tutte necessarie.
12.2 LA PARROCCHIA “E`...
La Parrocchia è il “luogo” che “fa i cristiani”. Questo compito, nessuno lo può fare in sua vece, nè lo può delegare ad altri. Ma la Parrocchia è molto di più.
La Parrocchia è la presenza di Dio sulla terra, sul “territorio”, fatto di vita di uomini, di relazioni, di cose, di problemi, ecc.: non è una definizione esagerata.
Propongo allora di meditare su queste parole del nostro antico Arcivescovo, il Cardinale Martini: “Il mistero della salvezza consiste nel fatto che l’umanità, rimanendo umanità, è chiamata a entrare nell’intimo del mistero della stessa vita trinitaria di Dio (...). Questo mistero è molto importante. Significa che noi, adunati in questa Chiesa per l’Eucarístia, non siamo semplicemente una comunità, persone che hanno deciso nel proprio cuore di seguire l’invito di Dio e di trovarsi qui insieme. Non siamo semplicemente un gruppo, una associazione con fini umanitari, morali, religiosi. Noi siamo la presenza di Dio sulla terra, siamo il mistero di Dio rivelato nella storia, siamo il riflesso della Trinità, dell’Unità e Trinità di Dio, vissuto qui (...). Il mistero della Parrocchia è anch’esso riflesso della Trinità. Voi sapete che la Chiesa, nella sua espressione autentica, si realizza nella Comunità Diocesana: col Vescovo, i presbiteri, i religiosi e le religiose, i laici impegnati nella loro vocazione. Tuttavia questa unità della Chiesa locale, che si realizza in ogni diocesi del mondo, prende corpo e storia quotidiana in una porzione geografica del territorio, cioè in una Parrocchia”. (C.M. MARTINI, Omelia dell’11.V.1985, in Rivista Diocesana Milanese, maggio 1985, pp 599-602).
Questa lunga citazione ci dice subito in quale ottica noi ci muoviamo: non è l’ottica parziale delle “comunità” dei vari gruppi che prosperano là dove languisce (o viene fatta languire) la Chiesa locale, ma è l’ottica corretta della “comunità parrocchiale” come cellula della Diocesi e nella quale c’è posto anche per eventuali gruppi in spirito di comunione, senza creare infondate “chiese parallele”, ma riconoscendosi nell’unica vera appartenenza possibile.
Punto di partenza non è neppure lo scegliersi e il fare comunità per iniziativa propria o alla maniera delle comunità religiose. A questo punto dovremmo fare riferimento a decine di pagine del Sinodo 47, ma riconosciamo, in filigrana del discorso, quanto lì viene detto.
“Ciascuno di noi”, continua l’Arcivescovo nella citata Omelia,
“in questo momento è presente qui non soltanto per scelta propria. La Chiesa non nasce dal basso, dai convergere di volontà umane, come accade invece per ogni altra società civile o politica. La Chiesa nasce dall’alto, perchè Dio, nell’infinito amore per Gesù, unisce gli uomini, ciascuno di noi, alla vita di Gesù, e lo fa sua vita, suo mistero; il mistero della Chiesa non è semplicemente un mistero di buone volontà, di persone che vogliono pregare e che si mettono insieme, è un dono di Dio”.E conclude: “La Parrocchia è una figura di valore”, non semplicemente uno strumento operativo, non una delle tante aggregazioni (...). Vivere la vita della Parrocchia, della Chiesa Locale, della Diocesi... Non è una delle tante cose: piuttosto è il nostro modo di vivere il mistero di Dio, è il nostro modo di cercare Dio, di amarlo, di esprimere il mistero di Gesù, di vivere la vita eterna che ci è donata in Gesù, di vivere il dono della salvezza, di essere testimoni della verità di Dio nel mondo (...). Di qui dunque la serietà della Parrocchia, delle sue opere, delle sue organizzazioni, delle sue strutture, del suo aspetto educativo, dell’Oratorio, della catechesi, della Liturgia, della carità, dell’aiuto ai malati, di tutte le realtà sociali e culturali che la Parrocchia esprime”.
A questo punto, in Appendice “E” offro un po’ di materiale per comprendere la Parrocchia.
12.3 UNA COMUNITA’- EUCARISTICA
Deve apparire immediato e indiscutibile che la Comunità parrocchiale, come comunione di fede e di impegno di vita e missionario, nasce ed è nutrita dalla Celebrazione eucaristica. Qui si gioca il fondamentale rapporto tra “comunione” e “comunità”, come si è visto. Dice ancora il Concilio (Presbyterorum Ordinis 6):
“Non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della sacra Eucaristia, dalla quale deve quindi prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità. E la celebrazione Eucaristica, a sua volta, per essere piena e sincera, deve spingere sia alle diverse opere di carità e di reciproco aiuto, sia all’azione missionaria e alle varie forme di testimonianza cristiana. Inoltre, mediante la carità, la preghiera, l’esempio e le opere di penitenza, la Comunità ecclesiale esercita una vera funzione materna nei confronti delle anime da avvicinare a Cristo. Essa infatti viene ad essere, per chi ancora non crede, uno strumento efficace per indicare o per agevolare il cammino che porta a Cristo e alla sua Chiesa; e per chi già crede è stimolo, alimento e sostegno per la lotta spirituale”.Espliciti al massimo sono i vescovi italiani, quando, nel piano pastorale per gli anni Ottanta, Comunione e comunità, (n.44), affermano:
“Lo si voglia o no, la Parrocchia resta un punto capitale di riferimento per il popolo cristiano ed anche per i non praticanti”.Pensiamo a quanto sia importante questo discorso per richiamare al “senso della ecclesialità” tutti quanti (gruppi, movimenti, iniziative di spiritualità, ecc.) sono tentati di non avere la Parrocchia come punto fondamentale di riferimento, dopo quello del Vescovo diocesano. Infatti, solo la “Parrocchia è il luogo ordinario della vita cristiana” (Sin. 47, can. 137) Il resto è di supporto o vi conduce.
12.4 LA PARROCCHIA E IL “TERRITORIO” CHE LA “LOCALIZZA”
E’ giusto rivalutare anche l’aspetto “territoriale” della Parrocchia.
Il “territorio” di una Parrocchia è il segno della provvidenza di Dio, che chiama a vivere fianco a fianco e chiama a farsi carico dì tutti e di tutto in un certo luogo di questo mondo.
La Parrocchia è la Chiesa che assume la responsabilità di quanti vivono in un certo territorio: verso questa gente, tutti i membri della Comunità Parrocchiale hanno il dovere di portare l’annuncio della fede; tanto più sono tiepidi e lontani, questo dovere incombe; assieme a questo dovere, immediatamente segue quello di farsi carico di tutti i problemi umani che accompagnano la vita di un popolo. Così, nel territorio, la Parrocchia è luogo della comunione e della vita cristiana dei già credenti, ma anche strumento per la conversione di tutti coloro che, per il momento, credono solo in certi valori dell’uomo, ma che sono disponibili alla certa azione dello Spirito di Dio.
L’unità della Chiesa locale e il suo essere Comunità nel territorio, sono la conclusione della giusta visione ecclesiale e della considerazione come in essa Parrocchia sia essenziale che convergano tutte le realtà vitali esistenti proprio sul medesimo territorio: famiglie, gruppi, associazioni, ecc.
Da questo punto di vista si capisce come sia un profondo gesto di fede la fondazione di una Comunità Parrocchiale da parte del Vescovo.
Ma, ormai, siamo ai temi del “Percorso pastorale” dell’Arcivescovo cardinal Dionigi Tettamanzi per il triennio 2003-2006...
12.5 LA PARROCCHIA EVANGELIZZA.
Il presbitero, nella Comunità parrocchiale, è tenuto anzitutto a fare in modo, con la sua azione pastorale, che la Parola di Dio sia integralmente annunciata a coloro che appartengono alla Parrocchia, così che la fede possa sorgere, essere nutrita e dilatata.
A tutta la gente del loro territorio, i pastori sono tenuti ad annunciare la Parola di Dio, nella sua interezza e in modo accessibile. La Parola va offerta con abbondanza; va portata anche ai lontani, utilizzando ogni mezzo, compresi i mass-media.
Ricordiamo ancora una volta e anche per i più sbadati, che nella nostra Comunità parrocchiale, un posto privilegiato hanno varie iniziative di comunicazione e, in particolare, il Giornale di iniziativa ecclesiale “insieme” settimanale e trimestrale (ormai al compimento del terzo anno di vita), la Radio Città Bollate, il Sito internet www.sax.it/SanMartino la casella di posta elettronica dgm.giovanni@libero.it.
Il posto fondamentale nell’evan-gelizzazione è, evidentemente, anzitutto, quello della predicazione diretta, dell’omelia domenicale, della catechesi adatta alle varie fasce di età, ecc. “La Chiesa, nel fare catechesi, propone ai credenti non soltanto i grandi contenuti della fede che scaturiscono in ogni tempo e luogo da una meditazione attenta del mistero di Cristo; ma con viva sensibilità pastorale svolge anche i temi che le condizioni storiche e ambientali rendono particolarmente attuali e urgenti” (C.E.I. Il Rinnovamento della catechesi, 1970, n.96.)
Nell’impartire la catechesi, i presbiteri sono, saggiamente, invitati a non dare mai per scontato che i fedeli conoscano sufficientemente la Parola di Dio, le verità fondamentali della fede cattolica e della morale ad essa conseguente.
Nella Comunità parrocchiale, i presbiteri sono chiamati a mettere le condizioni per curare la formazione degli adulti, dei giovani, dei ragazzi: con la collaborazione dei religiosi e dei laici. La fede, per mezzo dell’insegnamento dottrinale e della concreta vita nella Comunità parrocchiale, diventa matura, esplicita, operante.
E’ proprio nella Comunità parrocchiale, che é “comunità di vita” nel senso pieno, che l’evangelizzazione può dispiegarsi e non esaurirsi nella comunicazione di una “dottrina”: l’evangelizzazione “deve raggiungere la vita: la vita naturale alla quale dà un senso nuovo, grazie alle prospettive evangeliche che apre; e la vita soprannaturale, che non é la negazione, ma la purificazione e l’elevazione della vita naturale. Questa vita soprannaturale trova la sua espressione vivente nei sette Sacramenti e nella loro mirabile irradiazione, e di grazia e di santità. Il compito dell’evangelizzazione è precisamente quello di educare nella fede in modo tale che essa conduca ciascun cristiano a vivere i Sacramenti come veri Sacramenti della fede, e non a riceverli passivamente o a subirli”. (PAOLO VI, Evangelii nuntiandi, n. 47)
L’evangelizzazione diventa “vita” cristiana perché “comporta un messaggio esplicito, adatto alle diverse situazioni, costantemente attualizzato, sui diritti e sui doveri di ogni persona umana, sulla vita familiare senza la quale la crescita personale difficilmente è possibile, sulla vita in comune nella società, sulla vita internazionale, la pace, la giustizia, lo sviluppo” (Ibidem, n. 29.).
In questa maniera la catechesi é anzitutto iniziazione ordinata e sistematica alla Rivelazione di Dio in Gesù Cristo; “ma una tale rivelazione non è isolata dalla vita, né a questa giustapposta artificialmente. Essa riguarda il senso ultimo dell’esistenza che essa illumina completamente, per ispirarla o per esaminarla alla luce del Vangelo”. (GIOVANNI PAOLO II, Catechesi tradendae, n.22)
L’ortodossia, si dice allora, è la condizione per l’ortoprassi; la “vera” fede permette una “giusta” vita.
La catechesi è e deve diventare sempre di più una sollecitudine condivisa da tutti nella Comunità parrocchiale: la catechesi riguarda tutti e coinvolge tutti.
I genitori sono i primi chiamati a comunicare la fede con la parola e con l’esempio di vita; ma anche tutti gli altri sono vincolati a tale dovere...
Il dovere della catechesi, oltre che spettante a tutti i membri della Chiesa, in particolare modo tocca alla Comunità Parrocchiale, in quanto tale: “La comunità parrocchiale deve restare l’animatrice della catechesi ed il suo luogo privilegiato” (Ibidem n. 29).
Per realizzare questo compito apostolico, il Signore fa sorgere vocazioni a essere catechisti parrocchiali: così che i pastori possano vagliare tali vocazioni, verificare le disponibilità e chiamare al ministero pubblico della catechesi parrocchiale.
In sostanza, l’evangelizzazione in Parrocchia consiste nel proporre efficacemente il nuovo modello di uomo e di comunità, che proviene dal Vangelo; questa proposta la Parrocchia la fa a tutti, fondandola su tre elementi essenziali: la Parola, il Pane eucaristico e il servizio amorevole del Prossimo.
Tre linee, (tre “P” ha sottolineato qualcuno), che in Parrocchia creano una comunità viva e vera.
13. LA NOSTRA CHIESA E’ PROPRIO QUELLA DEL CONCILIO VATICANO II
E’ bene ribadire questa nostra fedeltà che ci qualifica.
Infatti, il Concilio recupera, tutte insieme, le caratteristiche autentiche della Chiesa. Recupera, in particolare le immagini bibliche più belle: Popolo di Dio, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo, Sacramento della salvezza del genere umano, Comunione con la Trinità.
La nostra Chiesa, il nostro essere Chiesa attinge a quello che è il modo e il contenuto per annunciare il Vangelo… fino al prossimo Concilio.
E’, per noi, il modo e il contenuto del nostro annunciare il Vangelo qui.
14. PER NOI DI MILANO, PER NOI DI BOLLATE
Se abbiamo capito il discorso fatto finora, la Chiesa non vive tra le nuvole, né soltanto nel cuore della gente e neppure soltanto in piazza san Pietro. Anzi, per noi, la Chiesa si rende visibile attorno al nostro vescovo, che è colui che ci garantisce la comunione con la Chiesa universale. La nostra Chiesa è dunque la Santa Chiesa di Dio che è in Milano e che si fa concreta qui a Bollate. La nostra realtà concreta di Chiesa è quella del nostro Vescovo, che si fa presente qui. E’ allora bello e fecondo, di tanto in tanto, riflettere sulla nostra realtà di Chiesa, di chiesa locale, parte e presenza della Chiesa diocesana. E’ bello e fecondo riscoprire ultimamente la nostra “Chiesa per noi”, la Parrocchia: la nostra Parrocchia.
Se si dà spazio a qualche caricatura della Chiesa, si cerca di vivere la Chiesa secondo le proprie scelte, i propri gusti, le proprie discutibili opzioni, simpatie, ecc. Se si accoglie la verità della Chiesa, ci si sente chiamati a vivere “qui” la Chiesa.
Dice il card. Martini (verso la fine di “Cento parole di Comunione”) le più forti espressioni: “Non esiste altro spazio di Chiesa in cui (tutti i fedeli presbiteri, religiosi, laici, associazioni e gruppi) essi sono chiamati a esprimersi e a servire, se non quello di questa Chiesa, che è a sua volta in comunione con la Chiesa di Roma e con tutte le altre Chiese cattoliche della terra”. E aggiunge:
“Tutti sono chiamati ad essere membra vive e vivificanti di questa realtà territoriale, segni e fermenti evangelici in questo campo che è la Chiesa ambrosiana”.Quali passi dobbiamo allora fare per riscoprire la bellezza del nostro “essere Chiesa”?
Anzitutto ciascuno pensi a liberarsi dalle caricature ecclesiali e da impostazioni non corrette.
Il card. Martini avverte: “Nessuno lasci che il centro dell’attenzione e della contemplazione si sposti dalle realtà veramente essenziali e sicure come la Parola di Dio, l’Eucaristia, lo Spirito Santo, a progetti o visioni parziali, né presti fede, prima dell’approvazione della Chiesa, ad asserite rivelazioni o messaggi che possono far perdere di vista il ruolo centrale della fede nel cammino cristiano. E’ importante non confondere il buon grano con le erbe inutili o la zizzania…”.
Liberàti dalla zizzania, occorre coltivare nella mente e nel cuore l’autenticità dei contenuti del nostro “credere la Chiesa” e quindi (per noi) il nostro riconoscerci “nella Parrocchia”. A questo possono bastare le ultime riflessioni di carattere generale proposte sulla Chiesa. E, per comprendere e amare meglio “la Chiesa per noi, qui”, la Parrocchia, possono bastare le riflessioni che ora mi sento di proporre, oltre a quelle in Appendice “E”.
15. UN “TERRITORIO” DA AMARE.
Riprendiamo l’idea del “territorio”, perché ha anche una connotazione vocazionale e spirituale. Siamo, infatti, chiamati a vivere la Chiesa “qui”.
“Territorio” non è tanto il confine delimitante una circoscrizione, ma esprime l’indicazione provvidenziale del luogo in cui Dio mi chiama ad essere cristiano, con quella gente -che non mi sono scelto, ma che lui mi mette accanto!- con la quale “salvarci” insieme.
Non è per caso che ciascuno di noi abita qui, vive qui. C’è dietro un progetto di Dio, che va scoperto, per poter mettere la propria fede e i propri talenti a servizio degli altri.
Pensate quanto sia importante questa riflessione per chi immigra a Bollate: l’occasione sarà stata la vicinanza della ferrovia o l’aver trovato tre locali a Bollate; ma la verità più profonda è una vera vocazione di Dio a vivere qui.
C’è anche una responsabilità reciproca, dietro al fatto di vivere qui: c’è la chiamata a vivere questa responsabilità reciproca.
Apriamo allora gli occhi sul “territorio”: non è questione di geografia!
Chi lo riduce a spazio delimitato da un confine, lo fa spesso apposta per denigrare una realtà ben diversa. E’ in gioco, infatti, la gente, con la quale devo (e insieme dobbiamo) arrivare a condividere la fede e la vita.
Se questo è vero per un prete, lo è ugualmente per un laico; anzi: di più, perché un laico è più stabile “sul territorio” che non un prete.
Alla riscoperta del valore cristiano del “Territorio”, dunque, cioè della vita concreta di una Comunità fatta di persone che, in parte notevole, si riconoscono anche nella Comunità cristiana, e che, comunque, anche se la rifiutano, alla Chiesa sono chiamati. Qui, alla fede e alla Chiesa sono chiamati!
15.1 LA NOSTRA CHIESA E IL SUO IMPORTANTE PASSATO
Qui, a Bollate, la Chiesa vive da quasi quindici secoli, probabilmente. Non si possono cancellare i segni di questo passaggio; non ha senso negarne le radici. Su, su fino a noi, la Comunità cristiana è stata l’anima e il cuore del nostro territorio: in alcuni periodi storici in maniera quasi totale, in altri in maniere diverse; anche oggi, se noi togliessimo la Parrocchia dal paesaggio umano di Bollate, non riusciremmo più a decifrare la spinta al progresso, all’impegno, alla semina culturale, della nostra realtà bollatese. Gli altri apporti umani e culturali (anche se importanti) non spiegano sufficientemente quello che noi siamo oggi: bisogna aprire le pagine della storia della Comunità cristiana bollatese, della Chiesa bollatese, della Parrocchia bollatese (e delle altre Parrocchie che da essa sono nate).
Uno dei nostri impegni sul versante culturale sarà di mettere a disposizione quanto più è possibile, ciò che può aiutare a conoscere il nostro remoto e recente passato. Senza tener conto di esso, non c’è futuro. Senza valorizzare l’apporto che la Chiesa di Bollate ha dato e sa dare alla Collettività civile bollatese e senza un profondo dialogo con essa, non c’è possibilità oggettiva di crescita civile, per nessuno, nemmeno per chi vede la Chiesa come fumo negli occhi.
E ricordo sempre che quando uso il termine “Chiesa” non lo uso nel senso delle caricature, ma del corretto discorso sulla Chiesa! Pastori e laici, insieme, hanno fatto e fanno “la Chiesa”: e dunque ogni componente ecclesiale ha un ruolo che ha giocato, gioca e giocherà, ciascuno con la propria originalità.
Questo chiede, ovviamente, rispetto e oggettiva considerazione.
15.2 LA NOSTRA CHIESA SI DESCRIVE AL PRESENTE
Bisognerebbe a questo punto tentare un discorso panoramico, descrivendo tutto ciò che vive, pensa, fa, “produce” la nostra Chiesa bollatese. Su qualche aspetto ritorneremo nei prossimi anni, ma qui basti ricordare la testimonianza che ne danno i nostri organi di stampa: quello dato a tutte le 9.300 famiglie, il trimestrale “insieme”; e quello raccolto da chi viene nelle nostre Chiese alle celebrazioni il modesto ma prezioso “insieme” settimanale, che, nel periodo di massima tiratura supera di molto le 3000 copie e si avvicina anche talvolta alle 4000. Lì c’è un campionario di ciò che viviamo. Basta leggere quei fogli.
Lì si ripropongono i gesti tradizionali, lì si conoscono i nuovi passi. Lì i nuovi abitanti di Bollate possono trovare le prime utili informazioni per entrare in quella comunità cui sono chiamati dalla Provvidenza.
Lì, sulla carta; nella vita della Comunità cristiana bollatese, in modo vivo!
15.3 LA NOSTRA CHIESA GUARDA AL FUTURO.
Stiamo veramente vivendo un “passaggio d’epoca”: non solo perché lo ripetono tutti, ma… perché la lettura dei dati ci fa capire che è così.
Il futuro della Chiesa bollatese sarà simile a quello del resto della Diocesi: una Chiesa con sempre meno clero ma con laici chiamati a essere molto più fattivi e molto più seri…, nel senso che sarà sempre meno possibile attribuire al clero responsabilità laicali di supplenza e, grazie ai pochi sacerdoti, ci sarà la possibilità -una vera chance- di scoprire nuovi talenti, che sono doni dello Spirito per il servizio adeguato alla fede e alla vita nelle condizioni in cui siamo chiamati a vivere. Un futuro, in parte da inventare…
E’ azzardato dire che siamo chiamati a inventarlo insieme, unendoci al lavoro corale di tutta la Diocesi?
Siamo chiamati a riproporre insieme le cose essenziali di sempre e a rinnovare pratica pastorale e vita cristiana, come la Provvidenza ci spingerà a fare, rispondendo agli appelli degli eventi e delle situazioni di oggi.
16. UNA URGENZA FONDAMENTALE
E’ più che ovvio che tutti saremo in grado di costruire un adeguato futuro, se crescerà la qualità della nostra vita cristiana. Qui è in gioco la Parrocchia, che è fatta proprio per questa opera capillare e immensa.
Anche da noi sta crescendo il cosiddetto “fai-da-te” religioso: ma se sappiamo recuperare la verità della Chiesa, della fede, della religiosità autentica, non dobbiamo avere paura; è vero che l’individualismo sembra talvolta vincente sullo spirito comunitario (ne sono testimonianza gli orientamenti generali della politica e dell’economia…): ma nostro compito è proprio quello di far gustare il contrario dell’individualismo; è vero che cresce un atteggiamento indifferentista nei confronti della religione, così che tutte le religioni vengono ritenute “tutte uguali” e vengono trattate come se fossero “equivalenti”: ma non dobbiamo avere paura, perché il nostro compito di testimonianza è in grado di dissipare questi equivoci, di comodo e inconcludenti atteggiamenti (la Verità è una sola).
E’ solo una rinnovata pratica di vita manifestamente e convintamene cristiana (come ha insistentemente ripetuto il Cardinale Tettamanzi) che può “dire qualcosa” alla gente indifferente di oggi.
Nostro compito è e sarà sempre più quello di creare un senso di appartenenza forte alla Chiesa, pur sapendo quanto ciò sia difficile soprattutto nei confronti dei più giovani. Ma non dobbiamo temere: la forza della grazia di Dio è vincente.
Inoltre tale lavoro per creare appartenenza forte deve essere connotato da una altrettanto forte qualità missionaria: è finito il tempo in cui ciascuno può accontentarsi di “salvare la propria anima”. Forse da sempre, ma soprattutto da oggi in poi, te la salvi se aiuti altri a salvarla.
17. CONOSCERE MEGLIO LA REALTA’
Tra i vari passi previsti nel Percorso pastorale triennale, c’è anche quello di arrivare a disporre di conoscenze più precise o meno approssimative circa la realtà nella quale siamo chiamati a vivere. Ebbene, senza sapere di queste richieste, nei mesi scorsi abbiamo iniziato un “sondaggio” per tastare il polso della fede e della vita cristiana, facendo compilare un questionario ad alcune categorie di persone: fidanzati dei corsi, genitori dei ragazzi della catechesi, ecc. Alcune centinaia di risposte sono già state raccolte e proseguiremo ancora in questo inizio di anno pastorale: emergerà un volto meno impreciso della nostra gente e già una prima lettura delle schede a disposizione indica molte cose necessarie, molte sottolineature da ripercorrere, attenzioni da avere, ecc. Metteremo a disposizione i risultati di tale sondaggio.
Cercheremo poi di incrociare tali risultati con quanto ci viene concretamente chiesto dal Percorso pastorale triennale.
E non disprezzeremo anche informazioni di carattere sociologico che ne potremo trarre; non si può disprezzare la sociologia: significherebbe voler ignorare alcuni tratti evidenti della nostra gente e quindi fare interventi non centrati e comunque inadeguati.
A noi i risultati di tipo sociologico interessano e, senza mitizzarli, vogliamo valorizzarli. E che possano essere confermati dalla “sociologia diretta” che possiamo fare parlando direttamente e quotidianamente con tanta gente, misurandoci con situazioni, problemi, devianze, appelli.
18. COME SAREMO?
Certamente qualche riflessione, anche in Consiglio pastorale, dovrà essere fatta relativamente al nostro futuro di Parrocchia nella Città.
Come sarà questo futuro, solo il Signore esattamente lo sa. Tuttavia possiamo fare delle ipotesi, per lavorare meglio.
a) La nostra grande Comunità si dividerà in tre? Ma per farlo ci saranno i preti a sufficienza? Non pare proprio nell’immediato futuro… E anche se Madonna in Campagna (l’oltre ferrovia) e san Giuseppe diventassero altrettante Parrocchie, saranno in grado di sopravvivere come Comunità autonome? Saranno in grado di far nascere tutte le collaborazioni, soprattutto giovanili, necessarie per la vita comunitaria? E anche su un piano materiale, saranno in grado di autosostenersi economicamente? Anche a voi ipotesi del genere appaiono esageratamente ottimistiche? Dato che tocca al Vescovo mantenere, dividere o unificare le Comunità-base della Chiesa... lasciamo a lui questo compito.
b) La nostra Comunità di san Martino attuerà collaborazione stretta con qualche altra Parrocchia confinante (già parte di essa fino a trent’anni fa)? Quali collaborazioni? La pastorale giovanile? La preparazione degli operatori parrocchiali, in primis i catechisti? La preparazione al Matrimonio? Che cosa altro?
Sono pensieri praticabili? Forse.
E forse, da eventi imprevedibili o da occasioni pastorali, saremo invitati ad attuare queste collaborazioni.
c) La nostra parrocchia resta così. E’ forse (assieme all’ipotesi b) il nostro futuro, tenendo conto anche dei discorsi che si stanno facendo in Diocesi. Avremo sempre un parroco, un coadiutore per la pastorale giovanile, qualche sacerdote non più giovane per l’aiuto pastorale.
Certo dovrà crescere la capacità di “lavorare insieme”, di condividere questo stile anche con i sacerdoti delle altre Parrocchie della Città, costruendo, comunque, una vera “pastorale cittadina”. Senza “inventiva pastorale” sarà difficile sostenere gli impegni prevedibili per un futuro non lontano.
La formazione e l’animazione del laicato resta un compito sacerdotale, ma tanti compiti andranno attribuiti meglio a laici sempre più preparati. La loro preparazione seria sarà un problema urgente. Anche i laici hanno bisogno di imparare a “lavorare insieme”. Voi sapete che un “peccato originale” di Bollate è il tanto lavorare senza essere capaci di ben comunicare tra i gruppi di collaboratori; il tanto lavorare con spirito individualistico e di gruppo (talvolta di gruppo chiuso) sta riducendosi a vista d’occhio, ma tanta strada ancora resta da fare.
Sono difetti, che, addirittura, possono essere trasformati in pregi, diventando gente che non solo lavora molto, ma impara a lavorare insieme sempre di più. Insieme anzitutto con il Parroco, poi con i sacerdoti suoi collaboratori, e tutti insieme, per il bene della Comunità cristiana. Devono ridursi a zero tutti gli atteggiamenti autonomistici e quelli di chi ha come regola che… se non fai quello che propongono, ti mettono il bastone tra le ruote! Certi irrigidimenti non sono cristianamente costruttivi.
Il Percorso diocesano sulla Missionarietà (che, però, non ci trova impreparati, anzi!) sarà un prezioso aiuto. Dedicheremo i mesi indicati dall’Arcivescovo a una riflessione su di esso e a un serio approfondimento, sia nel Consiglio pastorale che nei vari gruppi e Commissioni. Comprenderemo meglio anche il nostro cammino verso le future Missioni.
19. CENTODUE PAROLE DI COMUNIONE
Chiesa locale, spirito di comunione, capacità di “lavorare insieme”: qui si gioca la nostra serietà di cristiani bollatesi e di testimonianza nella nostra società locale.
Per la nostra Parrocchia si aprono anni entusiasmanti, a condizione che si operi in molti “vicini” la necessaria conversione della mente e del cuore. Abbiamo bisogno, oltre che del numero, della qualità umana e cristiana, per procedere sicuri in una via di vera comunione di intenti e di serio lavoro pastorale.
Il Card. Martini si fermava idealmente a “cento parole di comunione”. Mi permetto di aggiungerne altre due.
La prima parola, perché cresca la comunione in Parrocchia: maggiore ascolto e ubbidienza alla parola di Dio. Mi capita talvolta ancora di sentire anche in Consiglio pastorale interventi troppo slegati da una mentalità segnata dalla Parola di Dio. Quando avremo gente che quotidianamente si riferisce a una brano della Sacra Scrittura, lo prega e si sforza di metterlo in pratica, avremo gente che sa veramente essere cristiana. Senza questa prima operazione non abbiamo e non avremo cristiani autentici, che ragionano e funzionano cristianamente.
La seconda Parola, perché cresca la generosità in Parrocchia: troppa gente vive solo per sé, lavora solo per sé; e, appunto, anche tanti collaboratori non è ben chiaro “per Chi” stanno lavorando: occorre prendere coscienza della motivazione forte che tutti dobbiamo avere e che sostiene ogni fatica e impegno. Essere un cristiano generoso, significa anche diventare capace di aiutare gli altri a diventare generosi. Non solo la Parrocchia, ma la società civile e il mondo intero hanno bisogno di gente “di cuore”. E il “cuore” nasce evangelico solo se si converte.
20. NEL NOME DI SAN MARTINO…
Oltre che nel nome del Signore, dobbiamo vivere e agire anche nel nome del nostro patrono, san Martino.
Sto facendo una piccola ricerca iconografica su san Martino e mi sto accorgendo che è uno dei santi più rappresentati nella pittura e nella scultura, nelle vetrate e nelle miniature… perfino sui francobolli! Ci sarà un motivo.
Il motivo più semplice è che in lui, attraverso i secoli, tantissimi hanno visto il modello della vita cristiana, fatta di… preghiera, azione e sacrificio. Preghiera, azione e sacrificio era la formula dell’impegno cristiano dei tempi in cui ero giovane io… e magari molti di voi.
San Martino ci aiuti a recuperarne lo spirito e l’effettiva realtà. E’ il nostro tagliare il mantello in due. Scopriremo che ne stiamo dando una parte al Signore. Auguri a me e a voi, per questo anno pastorale.

APPENDICE “A”: LA CHIESA NELLA BIBBIA
A.1 L’ANTICO POPOLO DI DIO.
Quando Gesù parlava agli apostoli e alle folle ebree, quali contenuti esprimeva a riguardo del “popolo di Dio”? E perchè poteva essere capito?
Nell’Antico Testamento, un popolo, Israele, che si presenta apparentemente come tutti gli altri popoli, in profondità ha qualcosa di diverso:
- esiste solo perchè Dio l’ha scelto (Dt 7,7; Is 41,8), l’ha chiamato (Is 48,12), portandolo fuori dall’Egitto (Es) verso la Terra. Dio lo sceglie per amore (Dt 7,8; Os 11) e si capirà sempre di più (già dai profeti) che lo sceglie per amore di tutta l’umanità.
- Dio riscatta e libera continuamente Israele; fa e rinnova l’Alleanza con lui.
- Dio vuole così per sè un popolo che sia santo, consacrato a Lui (Dt 7,6;14,12); sua proprietà (Es 19,5); suo gregge (Sl 80;95); suo figlio (Es 4,22; Os 11,1); sua sposa (Os 2,4; Ger 2,2; Ez 16).
- Dio attribuisce un compito al suo popolo: essere testimone del Dio Unico in mezzo ai popoli dai tanti “dei”: così che questi popoli possano convertirsi e lodare il Signore (Is 45) e ricevere le stesse benedizioni di Israele (Gn 12,3).
- Soprattutto i profeti indicano la rinnovazione continua di Israele, chiamandolo ad essere gente con la legge del Signore davvero scritta nei cuori (Ger 31; Ez 36); Israele, rinnovato e amato da Dio, è chiamato a ricambiare questo amore, così che Dio può aprire le porte della speranza a tutti i popoli: perfino per gli odiati Egiziani c’è questa speranza (Is 19,16-25), il che significa che c’è posto per tutti nel cuore e nei progetti di Dio.
Avrebbe dovuto essere almeno questa la base di convinzioni dell’antico popolo di Dio, all’incontro col Messia.
In realtà, Israele non sempre capisce e spesso non si dimostra all’altezza dell’idea che Dio aveva del “popolo” e non accoglie, se non in parte (quantitativamente nella Bibbia si parla di un “resto” già relativamente alla fedeltà a Dio e alla parola dei profeti) il Vangelo e i nuovi compiti che Cristo affida.
A.2 NASCE LA CHIESA.
Dalla novità di Cristo, nasce la novità della Chiesa: nuovo popolo di Dio, o “continuazione” dell’unico popolo di Dio. Nel Nuovo Testamento come è presentato, allora, il “popolo di Dio”? Non si dimentichi che il Nuovo Testamento nasce “nella Chiesa”, dopo alcuni anni o decenni di vita e di tradizione ecclesiale apostolica e post-apostolica.
- Nel NT appare anzitutto qualche descrizione della esperienza diretta della vita comunitaria della neonata Chiesa: vivono insieme, pregano, operano in comune (At 2,42-48); sperimentano l’azione dello Spirito di Dio e della effettiva comunione con Dio e coi fratelli (1Gv; 1Cor 10,16).
- In questa vita nascente della Chiesa, appare subito rilevante e, anzi, determinante, il posto dei “Dodici” (Gv 4,34), presentati come i nuovi patriarchi del Popolo di Dio. Essi sono mandati da Gesù (Mt 10,2) ad annunciare il suo Vangelo (At); e lo fanno con grande forza e sicurezza, perchè Gesù stesso è con loro e li assiste (At 13,46); non vengono meno, pur sperimentando la debolezza umana (1Cor 4,13) e l’incapacità a cogliere la portata di certe parole di Gesù (Mc 4,13); vedono però con gioia l’accoglienza e l’efficacia dell’annuncio che fanno nel nome del Signore (Mc 6,7-11).
- Nel Nuovo Testamento la Chiesa appare come il “luogo” dove si può dire: “Gesù è il Signore!” (1Cor 12,3; 14,36; 15,2; Gal 1,8; 2,2), perchè la sua realtà di Vivente è stata “vista” e “toccata” dagli Apostoli, che ne rendono testimonianza (1Gv 1,1-4).
- Il Nuovo Testamento è certamente preoccupato di collegare la Chiesa alla vita di Gesù (prima e dopo la Pasqua) per dimostrare che l’ha voluta Lui: per cui gli Apostoli e gli altri discepoli vivono della fedeltà al Signore.
San Paolo è quello che marca in modo particolare la Chiesa come Corpo di Cristo (1Cor) o come insieme di Capo e Membra (1Cor 12; Ef 4).
Occorre aggiungere che negli Atti la Chiesa è presentata in modo “onesto” (segno che Luca o gli autori o l’autore sacro non sta inventando): fa anch’essa i suoi bravi primi passi, guidata dallo Spirito; è orientata a darsi progressivamente una struttura capace di affrontare il futuro e si precisano i compiti degli Apostoli e di Pietro; vive momenti alterni: grandi successi (At 2,41-48), conversioni in massa (At 5,12-16), peccati (At 5,1-11), dissidi interni (At 6,1; 15; 1Cor 1,10-16), l’annuncio parziale del Vangelo da parte di alcuni (At 19), ci si ribella già a Pietro (At 8,9-25; 11,1-7).
Ma gli Apostoli hanno il dovere di testimoniare che il Cristo della croce è Risorto e Vivente (At 1,15-26); che agisce sempre nei Sacramenti e nei Pastori; che la Chiesa è aperta a tutti i popoli (At 10; 15), anzi è una folla immensa: solo questa immagine sa descriverla (Ap 7,9).
In sostanza, la Bibbia (che, ripeto, non si deve dimenticare che nel Nuovo Testamento, nasce “nella Chiesa” ed è riconosciuta grazie all’Autorità della Chiesa) ci presenta una Chiesa che ha avviato la sua missione; è unita, ma con fatica e, essendo composta di uomini limitati e peccatori, non mancano dissensi e disamori; è molto missionaria, ma è già viva la tentazione di chiudersi; i cristiani si chiamano “santi”, ma ci sono -e come!- i peccatori e, lucidamente, san Paolo ritiene giusta la modestia e il realismo (arriva a valutare sé stesso come l’ultimo); sulla coscienza dei primi cristiani gravano già i peccati “personali” (vedi At e 1Cor!) e ci sono già situazioni comunitarie di peccato; la Chiesa è “apostolica”, ma spuntano le prime assurde ribellioni; prega, ma con contraddittori comportamenti (1Cor 11), disattendendo la grandezza dei misteri che celebra.
APPENDICE B: DALLA BIBBIA ALLA TEOLOGIA.
Pensiamo che la maturazione teologica del tema Chiesa in questi decenni sia stata notevole, grazie soprattutto al nuovo e più vasto impulso di attenzione alla Bibbia. Così si sono andate smussando le punte di certe polemiche del passato e si sono ricondotti alle dimensioni esatte i più scottanti problemi.
B.1 SUPERARE DUE RISCHI
In passato c’erano stati almeno due rischi, dovuti al non ancora generalizzato uso delle conoscenze bibliche, o al loro uso “ideologico”.
Il primo rischio porta a negare che la Bibbia possa permettere una vera “teologia della Chiesa”, fino a giungere alle affermazioni secondo le quali la Chiesa (praticamente, la Chiesa cattolica) sarebbe al di fuori di ogni progetto di Cristo (potremmo dire, col nostro linguaggio di oggi: Cristo ha predicato il Vangelo e ci siamo ritrovati “tra i piedi” la Chiesa); la Chiesa (cattolica) sarebbe così una evidente creazione umana successiva. Chi ragiona così non si accorge che, le proprie personali idee sulla “chiesa”, stavolta sono creazioni umane ancora più evidenti (si pensi a certe interpretazioni estremistiche di stampo protestante, senza dimenticare le rocambolesche teorie di Testimoni di Geova o simili).
Il secondo rischio deriva dai tentativi di risposta a queste critiche di matrice razionalistica e modernistica (di correnti di pensiero, cioè, che praticamente arrivavano a cancellare ogni possibile credito alla Rivelazione e alla Religione). II rischio è stato corso dai teologi (cattolici), col loro impegno a voler “dimostrare tutto” e a voler rintracciare ad ogni costo nelle lettere della Bibbia i testi esatti per la dimostrazione stessa, col risultato di giustificare delle verità con testi biblici troppo forzatamente presi. Ancora peggio hanno fatto teologi di matrice protestante, per negare tanto o tutto ciò che insegna la teologia cattolica e, di più, il Magistero della Chiesa.
Affinandosi, però, le scienze bibliche, si è potuto correggere il tiro e arrivare a risposte “centrate” e perfine in notevole parte condivise tra cattolici, protestanti e ortodossi.
Si è capito meglio, ad esempio, il legame tra l’Antico testamento e il Nuovo Testamento; si è compreso meglio la nascita della Bibbia stessa “nel popolo di Dio” (e quindi il NT “nella Chiesa”: Chiesa che, bisogna ripetere sempre, al sorgere dei nuovi libri rivelati, esisteva già da decenni rispetto alla sua origine ad opera del Fondatore, Gesù Cristo).
Dall’AT, l’ecclesiologia ha raccolto proprio alcuni degli spunti migliori e più corretti sul “popolo di Dio” e le immagini più belle, fatte maturare progressivamente -ad opera di Dio- in quella che è una unica storia della Salvezza. La Chiesa nasce nei “nuovi tempi” inaugurati da Gesù, ma la teologia biblica ha insegnato a non ridurre i problemi a quello della “fondazione” della Chiesa, come se la Chiesa fosse una istituzione come le altre e come se fosse possibile rintracciare il suo atto notarile di nascita.
Il più approfondito studio e la più raffinata ricerca biblica, fanno capire che si tratta di una coscienza di essere Chiesa, maturata progressivamente, mentre si vive già la “Chiesa”, ringraziandone il Signore.
Tutto parte dall’esperienza forte e singolarissima del ministero pubblico di Gesù, con il grande evento della Pasqua-Pentecoste. Anzitutto i Dodici e i primi cristiani vivono questi eventi e solo in un secondo tempo, ubbidendo al comando di Gesù di “farne memoria” ripenseranno e teorizzeranno. Soprattutto “testimonieranno”!
I Vangeli non sono infatti una “teorizzazione”: sono la testimonianza viva di Gesù e su Gesù; e della Chiesa, sulla Chiesa, nella Chiesa.
I primi discepoli sono assorbiti dalla conversione e dal seguire il Signore. Sono le vicende ulteriori che, inevitabilmente, portano a ritornare sull’esperienza fatta, sull’annuncio che continua e sulla vita cristiana che si sviluppa, in modo da coglierne sempre più completamente le linee in essi esistenti.
Progressivamente i cristiani si staccano dal popolo ebraico: trovano incompatibile il progetto evangelico con mentalità e organizzazione religiosa ebraica. E i cristiani non possono certo assimilarsi ai pagani.
Ecco allora lo Spirito Santo spinger la Chiesa a decifrare la propria fisionomia e identità, a riconoscere la novità inaugurata da Cristo, a trovare le linee della propria vita e struttura.
La Chiesa comprende in profondità anche le parole di Cristo prima della Pasqua, leggendo tutto quanto la riguarda in ogni momento dell’azione del Signore. Gli evangelisti Matteo e Luca colgono e riportano chiaramente i segni di ciò che ha in mente di fare Cristo, a riguardo della Chiesa futura; Luca soprattutto traccerà le tappe di tale progetto che prende consistenza: e lo farà nel suo secondo libro, gli Atti degli apostoli, fornendo la fisionomia del nuovo “popolo di Dio”, mentre questa fisionomia si delinea e si stabilizza.
Giovanni e Paolo insisteranno sul superamento pratico di Israele: il legame che unisce tutti gli uomini del mondo è ormai quello della Fede e dei Sacramenti: ogni uomo è chiamato alla possibilità effettiva di farsi discepolo di Cristo e diventare membro del nuovo popolo di Dio, che comprende certamente Israele, se Israele vorrà.
Tra le conseguenze che si ricavano da questa grande riflessione, c’è la ricerca dell’importanza dell’identità “apostolica” della Chiesa; c’è la verifica della permanenza della funzione degli apostoli in essa: così che si chiarisce il ruolo dei pastori; si afferma inoltre il principio della comunione e della collegialità; si approfondiscono gli elementi essenziali della Chiesa, senza dei quali non c’è Chiesa (Parola, Sacramenti, testimonianza, carità...).
A prova biblica, nel NT, hanno ricevuto particolare attenzione tre testi sulla funzione di Pietro (Mt 16,17-19; Lc 22,31-32; Gv 21,15-17).
L’enciclica Mystici Corporis, di Pio XII, ha raccolto molti brani biblici sulla Chiesa come “Corpo di Cristo”. La Lumen Gentium e la Dei Verbum del Vaticano II riusciranno a presentare in modo completo il mistero della Chiesa e insegneranno a usare la Bibbia senza accentuazioni unilaterali: ad esempio LG 5 invita a non identificare troppo facilmente Chiesa e “Regno di Dio”; invita a comprendere la Chiesa avendo presenti contemporaneamente tutte le immagini bibliche. La realtà profonda della Chiesa la si può cogliere avendo presente tutto il complesso di tali immagini; così anche altre espressioni come “popolo di Dio” o “sacramento” (Chiesa-sacramento) vengono portate ai loro giusti limiti.
B.2 LA CHIESA PARLA DI SE’
II Magistero della Chiesa ha proposto i dati del dogma soprattutto trattando della struttura visibile e della “istituzione” (Chiesa come istituzione, cioe realtà voluta, realtà concreta, consistente, storica, “istituita” e iniziata da Gesù Cristo).
Nei primi secoli del cristianesimo (periodo dei Padri): la preoccupazione maggiore è stata quella di illustrare i “dogmi principali” della fede: Dio che è Trinità e Gesù Cristo e l’opera dello Spirito; poco per volta compaiono le affermazioni dogmatiche sulla Chiesa (la Chiesa diventa esplicitamente oggetto della proposta di fede: “credo la Chiesa”), espresse in modo da indicare la necessaria accoglienza da avere verso il mistero della Chiesa, la fiducia in essa, l’appartenenza ad essa.
E’ chiaro che la Chiesa è lo strumento di Gesù Cristo sulla terra; è chiaro anche che si “crede” ad essa in modo diverso (cioè in modo derivato) che non “in Dio”, “in Gesù Cristo” (in modo fondamentale).
Ci si concentra, poi, progressivamente sulla santità, sull’unità, sulla cattolicità, sull’apostolicità della Chiesa stessa: il che sta ad indicare una profonda e chiara coscienza dei caratteri essenziali perchè ci sia la Chiesa (si chiariscono sempre più la natura e la missione della Chiesa).
I Padri (pastori e scrittori dei primi secoli, come si è detto) sottolineano vecchi e nuovi simbolismi già presenti nel NT, cioè immagini della Chiesa “parlanti”: colomba, luna, nave, paradiso terrestre; il rapporto Eva-Maria si amplifica in quello Eva-Chiesa; molti aspetti dell’ “istituzione” vengono sviluppati: la successione apostolica (s. Ireneo di Lione, II secolo), il ruolo del vescovo (s. Cipriano, III secolo), il primato del papa (s. Leone I Magno, V secolo), ecc. Ma non si sente il bisogno di definizioni dogmatiche sui singoli punti, tanto sono vissuti, se non quando ci sono di mezzo eresie: allora, nei primi Concili, si arriva a definizioni dogmatiche esplicite.
Nei secoli seguenti si rendono necessarie prese di posizione del Magistero sempre quando errori gravi sulla Chiesa diventano dirompenti.
Con la “bolla” Unam Sanctam di papa Bonifacio VIII, nel 1302 si inizia la serie di documenti che trattano aspetti del dogma della Chiesa.
Tale documento afferma l’unità e l’unicità della Chiesa, contro alcune gravi contestazioni.
Quando la tendenza a pensare la Chiesa in termini “democratici” o solo “carismatici” spuntano, ecco il Concilio di Costanza e le condanne contro Wycliff e Huss e tutti quelli che ritengono il Concilio superiore al Papa (contestazione del primato).
Il Concilio di Trento (1545-1563) tratterà della struttura gerarchica della Chiesa (necessità del Sacramento dell’Ordine).
Il Concilio Vatícano I (1869-1870) riprende tutti gli interventi della storia e tratta in modo esplicito (fino a “defìnirli”) il “primato” del papa e la sua “infallibilità”. Primato che non è solo di onore, ma anche di “giurisdizione” (di guida effettiva) su tutta la Chiesa: il primato passa da Pietro ai suoi successori. L’infallibilità, che appartiene al Papa quando, in qualità di pastore universale (non in quanto persona privata, nè rivolgendosi a parte della Chiesa, ma a tutta la Chiesa e impegnando la fede di tutta la Chiesa) definisce materie di fede o ad essa attinenti: il Papa è assistito dallo Spirito Santo e le sue definizioni sono irreformabili, perché appartengono al patrimonio rivelato.
Il Vaticano I ha anche affermato e delineato il potere dei vescovi, in quanto successori degli Apostoli e l’infallibilità generale dei vescovi uniti al Papa.
Leone XIII, in due encicliche, verso la fine del secolo dirà che la Chiesa risulta da un elemento umano visibile e da un elemento divino; determinante l’azione dello Spirito Santo, anima della Chiesa.
Pio XII, con le encicliche Mystici Corporis (1943) e Mediator Dei (1947) metterà in luce il “mistero della Chiesa”.
Occorre però arrivare al Concilio Vaticano II per avere la grande sintesi dogmatica sulla Chiesa, in particolare, come già più volte citato, nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium (1964).
Il contributo della Chiesa italiana sui temi della “Chiesa”, in questi anni, non è mancato ed è contenuto in numerosissimi documenti.
APPENDICE “C”: LA STRUTTURA DELLA LUMEN GENTIUM.
Ecco le possibili indicazioni per uno sguardo d’insieme sull’intera Lumen Gentium:
La costituzione sulla Chiesa abbraccia otto capitoli, suddivisi in sessantanove articoli.
Il primo capitolo sul mistero della Chiesa (nn. 1-18), dopo una breve premessa dove si affermano le ragioni per cui il concilio ne illustra la natura e la missione (n.1), presenta il disegno salvifico universale del Padre (n. 2), la missione redentiva del Figlio (n. 3), l’opera santificatrice dello Spirito Santo (n. 4), il regno di Dio (n. 5), le varie immagini della Chiesa nel Nuovo Testamento (n. 6), il corpo mistico di Cristo (n. 7), il duplice elemento umano e divino nella Chiesa (n. 8).
Il secondo capitolo, dedicato al popolo di Dio (nn. 9-17), descrive la nuova-alleanza e il nuovo popolo (n. 9), il sacerdozio comune dei fedeli (n. 10), l’esercizio del sacerdozio comune nei sacramenti (n. 11), il «senso della fede» e i carismi nel popolo cristiano (n. 12), la cattolicità dell’unico popolo di Dio (n. 13), i fedeli cattolici (n. 14), i loro rapporti con gli acattolici (n. 15) e con i non cristiani (n. 16), il carattere missionario della Chiesa (n. 17).
Il terzo capitolo, consacrato alla costituzione gerarchica della Chiesa e in particolare all’episcopato (nn. 18-29), dopo un richiamo all’unità ed indivisibilità dell’episcopato in Pietro e nei suoi legittimi successori, i Romani Pontefici (n. 18), esamina l’istituzione dei dodici Apostoli (n. 19); la legittima successione dei vescovi (n. 20); l’episcopato come grado sommo del sacramento dell’ordine (n. 21); il collegio episcopale e il suo Capo (n. 22); i rapporti fra i vescovi nel collegio (n. 23); il ministero dei vescovi (n. 24); il loro compito di insegnare (n. 25), santificare (n. 26) e governare (n. 27); i sacerdoti nei loro rapporti con Cristo, con i vescovi, con gli altri sacerdoti e con il popolo cristiano (n. 28); i diaconi e le loro funzioni (n. 29).
Il quarto capitolo sui laici (nn. 30-38), dopo aver indicato perché il Concilio ne tratta (n. 30), presenta la vocazione laicale (n. 31); la posizione del laicato nella Chiesa (n. 32); il compito ecclesiale del laicato, in quanto partecipa alla missione salvifica della Chiesa (n. 33) nell’esercizio della sua triplice funzione: sacerdotale (n. 34), profetica (n. 35) e regale (n. 36); e, infine, i rapporti dei laici con la gerarchia (n. 37) e il loro dovere di testimoniare la risurrezione di Cristo (n. 38).
Il quinto capitolo sulla universale vocazione alla santità nella Chiesa (nn. 39-42) tratteggia la santità della Chiesa (n. 39), l’universale richiamo alla pienezza della vita cristiana; e della perfezione della carità (n. 40), il multiforme esercizio di una unica santità (n. 41), le vie e i mezzi di santificazione (n. 42).
Il sesto capitolo sui religiosi (nn. 43-47) riguarda la pratica dei consigli evangelici nella Chiesa (n. 43), la natura ed importanza dello stato religioso (n. 44), la dipendenza dalla gerarchia (n. 45), la stima della consacrazione a Dio nella vita religiosa (n. 46) e la perseveranza in essa (n. 47).
Il settimo capitolo, dedicato all’indole escatologica della Chiesa peregrinante e alla sua unione con la Chiesa celeste (nn. 48-51), presenta la nostra vocazione nella Chiesa ordinata alla vita futura in Cristo (n. 48), la comunione della Chiesa celeste con la Chiesa peregrinante (n. 49), i rapporti di questa con quella (n. 50), ed alcune norme pratiche sul genuino culto dei santi (n. 51).
L’ottavo capitolo, intitolato “La Beata Maria Vergine Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa” (nn. 52-69), consta di un proemio e di quattro paragrafi, suddivisi a loro volta in vari punti.
Il proemio accenna alla Vergine nel mistero di Cristo (n. 52) e della Chiesa (n. 53) e precisa le intenzioni del Concilio nel parlare della Madonna (n. 54).
Il primo paragrafo sulla funzione della Vergine nell’economia della salvezza sfiora questi argomenti: la madre del Messia nell’Antico Testamento (n. 55), Maria SS.ma nell’annunciazione (n. 56), Maria e l’infanzia di Gesù (n. 57), Maria durante il ministero della vita pubblica di Gesù (n. 58), Maria dopo 1’ascensione di Gesù al cielo, la sua assunzione e la sua regalità (n. 59).
Il secondo paragrafo sulla Madonna e la Chiesa considera la maternità spirituale di Maria (n. 60), la sua cooperazione all’opera redentrice di Cristo (n. 61) e alla santificazione delle anime (n. 62), Maria tipo e figura della Chiesa (n. 63) per la sua verginità e maternità (n. 64), e le virtù di Maria che la Chiesa deve imitare (n. 65).
Il terzo paragrafo, relativo al culto della Vergine nella Chiesa, illustra sia la natura e il fondamento del culto mariano (n. 66), sia lo spirito della predicazione e del culto alla Madonna (n. 67).
Il quarto paragrafo esalta Maria come segno di certa speranza e di consolazione per il peregrinante popolo di Dio (n. 68) ed esprime l’esultanza del concilio verso i fratelli separati, che tributano il debito onore alla Madre del Signore e Salvatore (n. 69).
APPENDICE “D”: COMUNIONE E COMUNITA’
Un altro modo per descrivere la realtà della Chiesa è quello di parlarne in termini di “Comunione” e di “Comunità”. Anni interi di programmazione pastorale delle Chiese italiane si sono incentrati su questa riflessione, se ricordate.
Termini che si prestano a usi non corretti, se non ben capiti.
La Chiesa è “comunione”; la Chiesa è “comunità”. Che cosa significa?
D.1 COMUNIONE.
“Comunione” è il dono della fedeltà di Dio; è relazione, tramite Gesù, col Padre, nello Spirito Santo. E’ vita di Dio, spartita coi fratelli, nutrita di fede (Fm 6), Vangelo (Fil 1,5), Eucaristia (1Cor 10,16), aiuto fraterno (2Cor 8,4; 9,13; Rm 12,13; 15,26); “fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro” (1Cor 1,9). Ricordiamo che si parla di “comunione” in questo termine in tanti altri testi del NT.
Se guardiamo, in particolare agli At, in 2,42 troviamo: “Erano assidui all’insegnamento degli apostoli, alla comunione, alla frazione del pane e alle preghiere”. E’ comunione di fede, comunione con Dio che, nella Chiesa, diventa comunione di vita. Basta poi rileggere tutti gli indirizzi di saluto e le conclusioni delle lettere di San Paolo, per capire in che cosa consista il dono della comunione.
D.2 COMUNITA’.
Segnaliamo alcuni tratti salienti della “comunità”, così come se ne parla nel NT, a complemento di quanto già detto circa il termine “Chiesa”.
E’, per conseguenza, una comunità di fratelli (At 2,42-47; 4,32-35; 5,12,16); è una fratellanza fondata sull’unica fede (At 4,32; 5,14; 11,21-23; 18,8-9; 20,21), sull’unico Battesimo (At 2,38.41; 8,12-13; 8,36-38; 10,47-48; 18,8-9).
La forza della comunità cristiana è costituita dallo Spirito Santo e dalla Parola di Dio: At 1,8 dice: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”.
Difatti lo Spirito scende (At 2); la Parola crea il nuovo popolo di Dio (At 6,7; 12,24, ecc.). Chiamati dalla Parola, convocati dalla Parola, la Chiesa nasce come comunità e, come comunità, cresce, prega, celebra.
E’ guidata dagli apostoli: è quindi comunità apostolica. E’, infine, comunità missionaria.
D.3 COMUNIONE E COMUNITA’.
Dunque, “comunione” è il dono dello Spirito, per il quale l’uomo non è più lontano da Dio, ma è chiamato a partecipare alla vita del Padre, del Figlio, dello Spirito; ed è quel dono per il quale il cristiano è contento di trovare (ovunque e prima nella Chiesa) fratelli coi quali condividere il mistero del rapporto con Dio (Cfr il n° 14 del documento C.E.I, Comunione e comunità, del 1980).
“Comunità” ecclesiale è, invece, l’unione tra i credenti che viene generata dalla “comunione” nelle Chiese istituite dai successori degli Apostoli.
“La vita della Chiesa”- scriveva, se ricordate, il card. Carlo Maria Martini nella sua prima lettera pastorale, In principio la Parola, p 19
- è vista dai vescovi italiani in tensione tra due poli, che vengono designati con le parole comunione e comunità. La comunione allude ai beni misteriosi e invisibili, che scaturiscono dalla vita trinitaria di Dio, vengono donati a noi dal Signore risorto e, attraverso la presenza dello Spirito Santo, raggiungono ogni credente. La comunità è la realtà storica e visibile della Chiesa, fatta di parole, di gesti, di strutture, di iniziative pratiche, di relazioni personali che scaturiscono dalla comunione, ne esprimono le ricchezze e ne rivelano la vitalità in tutti i settori dell’esistenza umana. La grazia della comunione, manifestandosi nella comunità, assume le concrete situazioni umane, interpella la libertà dei credenti, scatena e purifica le più belle energie dell’uomo, asseconda i progressi della vita sociale, interpreta le aspirazioni più profonde di ogni epoca e di ogni cultura”.Comunione e comunità: sono dunque due concetti distinti, ma non separati. Anche se c’è chi dice che “la Chiesa è una comunione”, noi, meno affrettatamente e più correttamente diciamo che la Chiesa è il segno che c’è la comunione, è la manifestazione storica e visibile della Comunione. La Chiesa è ministra della comunione, mentre è fatta dalla comunione, a partire dalla Comunione per eccellenza, quella eucaristica.
APPENDICE “E”: LA PARROCCHIA
Ci sembra utile chiarire, una tantum, il significato della parola Parrocchia e offrire alcune linee di “storia della Parrocchia”. Purtroppo non esistono grandi “studi” su questo tema, per cui le informazioni che diamo possono sembrare -e in parte lo sono- approssimative.
E.1 ORIGINE DELLA PAROLA “PARROCCHIA”
E’ indubbio che “Parrocchia” derivi dal greco paroikìa, da cui il latino
paroecia.Paroikéo, in greco è un verbo e significa, più o meno “avere una abitazione temporanea” o anche “vivere in un posto” (tutto sommato stabilmente) ma come straniero.
Paroíkía, è la situazione di vita tra stranieri. Paròikos, è proprio lo straniero, l’esiliato.
Che cosa ne possiamo ricavare? Che la nostra derivazione Parrocchia significa qualcosa come stare insieme, ma in esilio; vivere insieme, vicini, ma da stranieri, senza diritto di cittadinanza; significa essere pellegrini in un luogo: lì ormai stabili, ma con la spada di Damocle della precarietà, anche perché la nostra patria è nei cieli….
Se poi Paroikìa deriva anche da para (vicino)-oikìas (case),
la Parrocchia sarebbe la localizzazione della Chiesa là dove c’è la gente.Nel NT la parola paroikìa è usata in molti punti, con il primo significato. Oggi resta vero quel primo significato, ma si carica anche del secondo:
la Parrocchia è il luogo del pellegrinaggio terreno dei cristiani, è la localizzazione della Chiesa pellegrina sulla terra, è la Chiesa che, localizzandosi, può realizzarsi.E.2 PER UNA STORIA DELLA PARROCCHIA
Pur non essendoci grandi “storie” scientifiche della Parrocchia o studi accessibili, da quanto è stato pubblicato, si possono raccogliere almeno alcune linee di “storia”, che facciano cogliere le vicende di questa “localizzazione” della Chiesa.
Dal III secolo se ne ha notizia.
La Parrocchia come comunità pastorale stabile appare tra la fine del III e l’inizio del IV secolo.
Ovviamente, la Comunità normale della Chiesa è la Diocesi; ma, poco per volta, compaiono delle comunità minori. Crescendo il numero dei fedeli, i Vescovi incaricano i loro Presbiteri di agire pastoralmente, soprattutto per le comunità rurali, dove inizia l’evangelizzazione al di fuori delle Città.
Nei secoli V e VI furono create in Francia, Spagna e Italia numerose Chiese rurali, dette appunto “Parrocchie”, con un prete proprio (magari un secolo dopo, 680 circa o anche prima, anche qui da noi, a Bollate).
Via via si sviluppa il decentramento e vengono fissati doveri, diritti, compiti, limiti delle “Parrocchie”. Passano ancora uno-due secoli.
Il Vescovo ha il dovere di visitare le sue Parrocchie e di tenere “Sinodi”, mentre demanda ai Presbiteri il compito di celebrare l’Eucaristia, il Battesimo, di predicare, di visitare i malati, di amministrare i Sacramenti della Penitenza in forma privata (cioè senza la celebrazione pubblica della conversione e della riammissione nella Chiesa) e gli altri Sacramenti.
A partire dal V secolo, ci sono decreti papali che cominciano a fissare i confini delle Parrocchie; nascono (soprattutto in Germania) le “Chiese proprie” in certi feudi, dotate di beni per garantire il culto e il sostentamento del clero. Si comincia a parlare così del “beneficio” legato a una Chiesa.
Le “Chiese proprie” godono, già dall’VIII, secolo di una configurazione praticamente “parrocchiale” e la loro autonomia è desinata a crescere. Nascono già anche i primi conflitti tra Diocesi e Parrocchia e, soprattutto, tra Diocesi, Parrocchie e Organismi monastici, spesso concorrenti.
Nel Medio Evo si assiste al sommarsi di problemi legati alla “feudalizzazione” delle comunità. Lo sviluppo della Parrocchia è accompagnato, anche, dalla necessaria crescita dei beni ecclesiastici; ciò spinge già i governanti a operazioni di incameramento, con i conseguenti conflitti con l’autorità religiosa.
Nei paesi di fede ormai stabilizzata (Francia, Italia, Spagna) esiste già, nei secoli X e XI, una fitta rete di Parrocchie nelle campagne. Qui da noi la Parrocchia è quella della Collegiata: la Chiesa di S. Martino è Chiesa plebana e matrice di tutte quelle del suo ampio territorio; sono di questo periodo i primi documenti scritti che la riguardano (una pergamena del 1039).
Ma anche nel Centro e nel Nord Europa, la veloce evangelizzazione porta alla costituzione delle Parrocchie. Il clero della Parrocchia è retto da un presbitero che “ha cura delle anime” ivi residenti: da qui il nome di curato.
Anche la Chiesa parrocchiale ha il suo “beneficio”, e questo diventa causa di molteplici problemi.
Nell’XI e nel XIII secolo ci sono tentativi di riforma generale della Chiesa, anche in considerazione dei nuovi motivi di conflitto provenienti dagli ormai sorti “ordini religiosi mendicanti”. Nel 1300 Bonifacio VIII prescriverà a questi ordini di non predicare senza l’autorizzazione del Vescovo o del Parroco locali.
E’ proprio del 1300 l’atto ufficiale cui si fa risalire in modo sicuro l’istituzione della Parrocchia di san Martino, già esistente da secoli come Chiesa Collegiata (prevosto e canonici).
La crisi generale della Chiesa nell’ultima parte del Medio Evo è accompagnata, nelle Parrocchie, dalla corsa alla devozione privata e dallo spegnersi della coscienza comunitaria.
Matura così, tra il XIII e il XIV secolo il malcontento verso il clero; è un periodo anche di confusione teologica e di indebolimento del senso religioso. Sempre di più il clero si attacca al “beneficio”, a scapito dell’attaccamento da avere nei confronti dell’evangelizzazione e della celebrazione dei Sacramenti... E arriviamo al XVI-XVIII secolo, con il periodo delle “riforme”.
La cosiddetta “Riforma protestante”, anzichè riformare la Chiesa, la divise. Nemmeno la “controriforma cattolica” riuscì a riunire la Chiesa. Riuscì, invece, a detta della gran parte degli storici, a purificare notevolmente le strutture della Chiesa.
Il Concilio Ecumenico di Trento fu per la Parrocchia un avvenimento capitale, così come lo fu sul piano delle precisazioni dogmatiche della fede.
Porre l’obbligo della residenza per Vescovi e Parroci; sottolineare il dovere della evangelizzazione e della educazíone delle nuove generazioni cristiane: si tratta di una autentica svolta nella storia della Chiesa.
Anche per la Parrocchia c’è una svolta: oltre all’obbligo della residenza per i Parroci, oltre al dovere della predicazione, oltre alla lotta contro i cacciatori di benefici, il Concilio dà indicazioni precise circa i confini delle parrocchie (con dimensioni adeguate, per permettere la cura effettiva dei credenti); stabilisce norme per la attività pastorale, per la catechesi ordinaria, ecc.
La Parrocchia diventa davvero “la Chiesa per la salvezza” di quanti abitano in un territorio. Anche se 1’insistenza va più -sulla celebrazione dei Sacramenti e meno sulla Parola di Dio, il senso religioso progredisce: unico neo: la liturgia, che non viene molto vissuta, perchè il latino è quasi impossibile a capirsi da parte dei popolo. Ma supplisce la grazia di Dio.
E arriviamo alla situazione della Parrocchia nei secoli XVIII-XIX.
Poco per volta, la spinta rinnovatrice del Concilio di Trento viene in parte spenta, anche a causa delle crescenti pretese di intromissione da parte degli Stati. Si arrivò perfino a stabilire con decreti governativi i confini delle Parrocchie e con Giuseppe II d’Austria perfino il numero delle candele da mettere sull’altare...
Tutto questo, riportato al livello della Parrocchia, certamente contribuisce a spegnere le istanze rinnovatrici di Trento.
Come reazione, all’inizio dell’Ottocento, gruppi di teologi cattolici cercheranno di dare rinnovamento agli studi biblici e alla predicazione, convinti, come è giusto, che la predicazione sia il compito urgente di sempre.
Le prime grandi trasformazioni sociali incidono sulla Parrocchia, tanto che, si può dire, il problema della pastorale parrocchiale non fu mai così tanto acuto come a partire dalla fine del secolo XIX.Pensiamo solo ai cambiamenti indotti con il concentrarsi di nuove popolazioni nei centri industriali e nelle periferie delle città. La classe operaia comincia a formarsi fuori dalla Chiesa. La Chiesa stessa ha faticato a prendere coscienza in modo adeguato delle “rivoluzioni” dell’Ottocento (rivoluzione industriale, demografica, ecc.).
Così le Parrocchie non seguirono l’andamento della popolazione: non aumentò il loro numero, nè la pastorale si misurò con le nuove situazioni. La stessa vita religiosa parrocchiale rischiò di rimanere prevalentemente individualistica, per mancanza di spirito e di iniziative veramente comunitarie in Parrocchia.
Nel secolo XX e in questo inizio di XXI, rinasce la Parrocchia…!
Con il Concilio Vaticano I e con i grandi pontificati di Leone XIII e Pio X, la Chiesa prende nuova coscienza della portata dell’azione pastorale nelle nuove condizioni umane e sociali.
E’ san Pio X che attua una vasta riforma pastorale, all’inizio del secolo. Una riforma pastorale, quale nessuno mai tentò dal Concilio di Trento in poi.
Non solo è il Papa della riforma della Curia romana; non solo è il Papa del Catechismo e della Comunione frequente; è il Papa che spinse al rinnovamento la musica sacra e diede nuovo vigore alle iniziative pastorali parrocchiali e nello stesso Codice di Diritto Canonico promulgato poi nel 1917 (dal successore Benedetto XV) detta chiare norme sulla vita parrocchiale.
Pio XI, nostro Arcivescovo prima di diventare successore di Pietro, rilancia l’Azione Cattolica in ogni Parrocchia, come forma ordinaria di partecipazione dei laici all’apostolato gerarchico della Chiesa: certo questa scelta ha avuto grande influenza sulla vita delle Parrocchie.
Dopo grandi momenti di attenzione alle Parrocchie da parte di Pio XII, il più profondo rinnovamento pastorale avviene in seguito al Concilio Ecumenico Vaticano II: dall’uso della Bibbia alla rinnovata Liturgia, a una certa sinodalità nella conduzione delle Chiese locali, tutto ormai è segnato da impulsi fecondi, proprio a partire dalle Comunità Parrocchiali.
La Parrocchia è il nucleo fondamentale della vita cristiana e l’azione pastorale della Chiesa in quanto tale è lo scopo della sua esistenza.
E.3 LA PARROCCHIA NELLA CHIESA DI OGGI.
Cominciamo con alcune “prime approssimazioni” del tema. Vogliamo, cioè, cominciare a scendere verso i livelli di vita ecclesiale, che più toccano i modi di realizzazione della comunità parrocchiale, oggi.
La Parrocchia, nella odierna realtà ecclesiale, va vista -come dovrebbe essere ormai considerato ovvio- nella ottica della “Ecclesiologia del Concilio”, che è la proposta di fede per noi di oggi.
L’ecclesiologia conciliare è stata recepita, in buona parte, nel nuovo Codice di Diritto Canonico, promulgato nel 1983.
Esigenze di rispetto di tale ecclesiologia non sono assenti neppure nel testo della revisione del Concordato tra Italia e Santa Sede, del 1984.
Occorrerà ricordare, in modo particolare, che nelle nuove leggi della Chiesa è entrata la nozione di “popolo di Dio”, popolo che vive “nella comunione” con Dio; e che - ciascun membro con i suoi doni e compiti - ogni cristiano costruisce così la comunità ecclesiale.
All’interno di questo discorso, si dà una nuova definizione dei membri del popolo di Dio, soprattutto i laici.
Si riqualifica inoltre il posto delle Chiese particolari (Diocesi) e locali (Parrocchie): proprio ciò che a noi interessa.
Occorrerà, dunque, tener conto di tutti questi elementi, aggiungendo, per noi ambrosiani, il complesso di indicazioni pratiche del nostro Sinodo 47° del 1995.
E.4 IL CONCILIO E LA PARROCCHIA.
Il Concilio Vaticano II ha detto -è bene sempre ricordarlo- che la Chiesa di Cristo “è veramente presente in tutte le legittime comunità locali di fedeli”, le quali “sono, nella loro sede, il popolo nuovo chiamato da Dio”. Ovviamente, la Comunità fondamentale è la Diocesi. Tutto il n. 26 della LG ne parla così.
Per la Parrocchia, occorre dire che il Concilio ne ha parlato nelle sue linee generali, definendone la realtà e lasciando alle Chiese particolari (Diocesi) ogni determinazione, oltre quanto precisato dalle altre norme valide per tutta la Chiesa (Diritto Canonico).
La Chiesa, dunque, è visibile proprio perchè “si localizza”. Si localizza, per essere se stessa. E’ pellegrina in un luogo preciso; è una “comunità localizzata”... in cammino. In cammino, con Cristo. In cammino, con Cristo, come tutte le altre Diocesi. In cammino, col Vescovo e dal Vescovo. In cammino, con le altre Parrocchie sorelle, verso Gesù Cristo.
Questo cammino comunitario è cammino di comunione, con Dio e i fratelli, tramite il successore degli apostoli, il vescovo locale.
Occorre poi precisare che “tramite il Vescovo” significa anche tramite i presbiteri che il vescovo manda a rappresentarlo presso i “pellegrini” lontani dalla sua Cattedra.
Il Concilio ne parla, praticamente, in tutti i documenti: nè avrebbe potuto essere diversamente.
In generale, il Concilio offre alcune idee che valgono anzitutto per la Chiesa particolare (la Diocesi), ma immediatamente anche per la Parrocchia.
La Diocesi è presieduta dal Vescovo; ma, immediatamente, la Parrocchia è presieduta dal medesimo Vescovo, in quanto porzione della sua Chiesa Particolare, tramite il Parroco. Il Parroco è questa presenza del Vescovo.. Dice il Concilio: nelle comunità presiedute dal Vescovo “sebbene piccole e povere o disperse, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa, una santa, cattolica, apostolica” (LG 26). L’assemblea eucaristica, l’annuncio della Parola e la celebrazione degli altri Sacramenti sono il luogo della compaginazione della Chiesa.
Il Concilio presenta poi la Parrocchia come cellula della Chiesa diocesana.
Ecco tre testi:
-Sacrosanctum Concilium 42: “La Parrocchia organizzata localmente da un pastore che fa le veci del Vescovo (...) rappresenta in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra”.
-Nostra Aetate 37: “E’ compito delle Comunità Parrocchiali rendere testimonianza a Cristo di fronte alle genti”.
-Apostolicam Actuositatem 10: “La Parrocchia offre un luminoso esempio di apostolato comunitario, fondendo insieme tutte le differenze umane che vi si trovano e inserendole nella universalità della Chiesa. Si abituino i laici ad agire, nella Parrocchia, in intima unione con i loro sacerdoti; apportino alla Comunità della Chiesa i propri .problemi e quelli del mondo e le questioni spettanti la salvezza degli uomini, perchè siano esaminati e risolti col concorso di tutti; diano, secondo le proprie possibilità, il loro contributo a ogni iniziativa apostolica e missionaria”.
Possiamo, dunque, dire che per il Concilio la Parrocchia è:
·una comunità di persone che aderisce a Gesù Cristo e vive la fede in tutte le sue dimensioni;
·una comunità di persone con propri compiti e carismi;
·il luogo della comunione responsabile e partecipata sotto la guida del Pastore che fa le veci del Vescovo;
·luogo della celebrazione della Salvezza (Parola e Sacramenti);
·comunità missionaria.
“Noi abbiamo grande stima per la formula di vita cattolica rappresentata dalla Parrocchia! Abbiatela anche voi”: così Paolo VI il 19.VIII.1976.
Il nostro Card. Giovanni Colombo, nel Piano pastorale 1978/79 ha ripresentato una sintesi, veramente magistrale, della Comunità Parrocchiale, detta, tout-court, la Comunità cristiana.
E.5 LA PARROCCHIA “SOGGETTO” DELLA ATTIVITA’ PASTORALE
La Parrocchia è consapevole di essere la Chiesa locale e, quindi, di essere, in comunione col Vescovo e con tutta la Diocesi, responsabile prima di ogni azione pastorale locale. Intendiamo proprio questo, quando diciamo che la Parrocchia è il soggetto della pastorale ordinaria della Chiesa.
E.6 LA PARROCCHIA E IL DIRITTO CANONICO.
Quando parliamo di Parrocchia, facciamo ormai riferimento a una definizione precisa di “parrocchia”, che vorrebbe tradurre le indicazioni conciliare e le esigenze di una accresciuta maturità del Popolo di Dio.
L’antico Codice del 1917 diceva pressappoco che il territorio di ogni Diocesi deve essere diviso in distinte parti territoriali; ciascuna delle parti, con la sua Chiesa e il suo popolo, sia assegnata a un pastore, che abbia la cura delle anime (vecchio can. 216).
E’ evidente l’inadeguatezza, oggi, di questa definizione: la Parrocchia era presentata o come puro territorio o come territorio con chiesa e, fedeli e, parroco o anche solo come ufficio del parroco; dopo Concilio e Nuovo Codice, la Parrocchia è una certa Comunità locale di fedeli, costituita stabilmente nell’ambito della “Chiesa particolare” (cioè la Diocesi); la cura pastorale è affidata normalmente a un “parroco”, il quale ne è il pastore “ordinario” e la guida sotto l’autorità del Vescovo (così il nuovo Can. 515).
L’elemento essenziale della Parrocchia è intanto chiaro e innovativo rispetto al vecchio Codice:
ora la Parrocchia è essenzialmente la Comunità dei fedeli, stabilmente costituita in Comunità dal Vescovo.Il concetto di Parrocchia come comunità di fedeli fa parte della dottrina conciliare sulla Chiesa, come abbiamo ampiamente visto in precedenza.
Non è inutile riprendere il n. 42 del Decreto Sacrosanctum Concilium: “Poiché nella sua Chiesa il Vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l’intero gregge, deve costituire perciò dei gruppi di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le Parrocchie costituite localmente e poste sotto la guida di un pastore che fa le veci del Vescovo: esse infatti rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra. Per questo motivo la vita liturgica della Parrocchia e il suo legame con il Vescovo devono essere coltivati nell’animo e nell’azione dei fedeli e del clero; e bisogna fare in modo che il senso della Comunità parrocchiale fiorisca soprattutto nella celebrazione comunitaria della Messa domenicale”.
E Lumen Gentium 26: “La Chiesa di Cristo è veramente presente nelle legittime Comunità locali di fedeli, le quali, in quanto aderenti ai loro Pastori, sono anch’esse chiamate Chiese nel Nuovo Testamento (...). In queste Comunità, sebbene spesso piccole e disperse, è presente Cristo”. La Parrocchia è la Chiesa più immediatamente rintracciabile, visibile e vivibile: è la prima e insostituibile forma di Comunità ecclesiale.
Spesso queste espressioni sono ben riprese da Papa Giovanni Paolo II; un esempio tra tutti: “Nonostante le crisi vere o supposte da cui sarebbe colpita, la Parrocchia è un istituto da conservare come espressione normale e ordinaria della cura d’anime. Senza dubbio la Parrocchia non è una realtà sufficiente in un programma pastorale adeguato ai bisogni attuali: va perfezionata e integrata con molte altre forme, ma essa rimane tuttora un organismo indispensabile di primaria importanza nelle strutture visibili della Chiesa. La Parrocchia, infatti, è la prima Comunità ecclesiale: dopo la famiglia, è la prima scuola della fede, della preghiera e del costume cristiano; è il primo campo della carità ecclesiale; il primo organo dell’azione pastorale e sociale; il terreno più adatto per far sbocciare le vocazioni sacerdotali e religiose; la sede primaria della catechesi” (GIOVANN PAOLO II, discorso del 20.X.1984, in 0.R. 21.X.1984). Cito queste parole del Papa, perché risalgono a un periodo in cui si storceva ancora il naso parlando della Parrocchia e si dava quasi maggior importanza (se non la salvezza della Chiesa) a gruppi e movimenti.
Nella attuale legislazione canonica rinnovata, la Parrocchia è sì individuata mediante il “territorio”, ma questo serve solo per identificare la Comunità, i fedeli che ne fanno parte, laici e pastore.
Fondamentalmente tutti i fedeli hanno la medesima dignità in forza del Battesimo sul quale si innestano le specificità offerte dagli altri Sacramenti, Ordine e Matrimonio. La Parrocchia non si identifica col Parroco o col Clero locale: il pastore è parte della Comunità e la presiede a nome del Vescovo, animandone la vita e la missione, con apertura alla Chiesa diocesana e cattolica e al mondo.
Prima di essere programmazione, attività, strutture, strumenti, la Parrocchia è dunque una Comunità di Battezzati, che hanno l’identica dignità di figli di Dio, ricevono da Dio carismi personali e sono chiamati a essere nel mondo segno e testimonianza dì unità, di speranza, di carità, in comunione e collaborazione con i propri Pastori..
Sembra di risentire anche le parole dell’indimenticabile Papa Paolo VI: “Della Parrocchia non ci stancheremo di ripetere che essa deve costituire la prima e vera sede dell’unità ecclesiale e, attraverso il legame di una responsabile obbedienza al Parroco e al Vescovo, deve essere una Chiesa viva e, quindi, una cattedra della Parola di Dio, un centro di azione liturgica, una palestra delle virtù cristiane”. (PAOLO VI, discorso del 28.VI.1978, in O.R. 29.VI.1978.)
A questo punto ci basti ricordare che il nostro Sinodo diocesano 47° descrive in dettaglio le linee vitali delle nostre parrocchie, valide evidentemente anche per la nostra.
APPENDICE “F”:
CARD. MARTINI, “CENTO PAROLE DI COMUNIONE”
Ho trovato scritto che san Carlo Borromeo, al termine della visita pastorale in una determinata regione, scriveva una “Carta di comunione di intenti”. Era una lettera in cui egli riassumeva alcuni principi e norme di azione pastorale su cui chiedeva il consenso e la collaborazione di tutte le comunità cristiane da lui visitate.
Mi è sembrato opportuno, concludendosi il settimo anno della mia permanenza in diocesi, di scrivere un abbozzo di una tale “Carta di comunione di intenti pastorali”, destinandola a tutti coloro che ho incontrato in questi anni e a tutti i battezzati della diocesi.
Naturalmente, per essere brevi quanto lo consente un biglietto da visita, e per dire tuttavia qualcosa che non sia una semplice lista di temi, ma abbia la forza di un messaggio, ricorro al linguaggio parabolico. C’è anzi una parabola di Gesù che fa egregiamente allo scopo e che è espressa proprio con cento parole (per la precisione nel testo greco di Mc 4,3-8 sono novantotto parole): è la parabola del seminatore.
Mi limito dunque qui ad una breve interpretazione di essa, nel senso sopra indicato: di tracciare cioè alcune coordinate fondamentali sulle quali mi sta sommamente a cuore il consenso e la comunione di intenti del popolo di Dio che è a Milano.
F.1 QUALE UOMO
La parabola contiene quello che si potrebbe chiamare un “abbozzo di antropologia pastorale”. Non si tratta cioè di una antropologia elaborata, così come si insegna nelle scuole di teologia, ma di alcuni accenni al tipo di uomo che è presupposto da un determinato cammino pastorale. Quest’uomo è indicato nella parabola dal terreno su cui si semina, dalle diverse configurazioni e situazioni di questo terreno, dalla capacità di questo terreno di accogliere il seme e di farlo germogliare, fino alla maturazione completa.
Il terreno è l’uomo, è l’umanità, sono i singoli uomini, è ciascuno di noi. Noi siamo terra in attesa del seme, terra ricca di potenzialità e di succhi vitali, terra irrorata da piogge e irrigata da fiumi, terra lombarda arricchita nella sua storia da molteplici doni del Signore.
La terra significa dunque l’uomo, la nostra gente pronta a ricevere il seme della Parola di Dio, capace di accoglierlo e di fargli produrre frutto. La terra senza seme è brulla e infruttuosa, la terra seminata può diventare un giardino rigoglioso.
Accogliere la Parola significa credere. L’uomo si realizza nel credere, così come il terreno si realizza nel ricevere il seme. Traducendo in termini pastorali: l’uomo è fatto per accogliere la Parola, l’uomo è capace di accogliere la Parola, l’uomo fruttifica in misura della sua accoglienza della Parola della sua fede. Non si può forzare l’uomo al bene, è vano piegare la sua libertà con mezzi esterni: è soltanto dall’abbondante seminagione della Parola che è possibile sperare il frutto. D’altra parte non esiste nessuna persona che sia per natura del tutto impenetrabile alla Parola. Né esistono casi veramente “irrecuperabili”, fin quando si rimane nel terreno della vita.
F.2 IL SEME E IL TERRENO
Viene così in luce l’altro elemento simbolico della parabola: il seme. Come dice lo stesso Gesù: “Il seme è la Parola di Dio” (Lc 8,11). Il vero protagonista di tutta la storia del campo è la Parola. La Parola seminata, la Parola calpestata, la Parola soffocata, la Parola dissipata, la Parola accolta e che mette radici nel terreno per poi germinare fino a produrre il cento per uno. Questa Parola non è semplicemente qualcosa di estrinseco, di aggiunto all’uomo, qualcosa di cui l’uomo possa fare anche a meno. Terreno e seme sono stati creati l’uno per l’altro. Non ha senso pensare al seme senza una sua relazione con il terreno. E quest’ultimo senza il seme è deserto inabitabile. Fuori di metafora: l’uomo così come noi lo conosciamo, se taglia ogni sua relazione con la Parola, diviene steppa arida, torre di Babele.
Difendere il rapporto dell’uomo con la Parola è dunque difendere semplicemente l’uomo, i suoi spazi di espressività e di relazione autentica, i suoi orizzonti di senso. Essere cristiano vuol dire avere riconosciuto il primato e la principalità di questa Parola. Vuol dire riconoscere che essa è attiva fin dalle origini del mondo, e che ci raggiunge e ci interpreta in ogni momento della nostra vicenda umana.
Ma la Parola è per il terreno. La sua efficacia si manifesta non in astratto, ma nel suscitare, interpretare, purificare, salvare la vicenda storica della libertà umana. La Parola incontra e incrocia le aspirazioni dell’uomo, i suoi problemi, i suoi peccati, le sue nostalgie di salvezza, le sue realizzazioni nel campo personale e sociale.
Il vero protagonista dell’azione pastorale è dunque la Parola: tutta la storia del cammino pastorale di una comunità è la storia non tanto delle sue realizzazioni esteriori, dei suoi raduni, dei suoi congressi, delle sue processioni o delle sue iniziative; ma quella della semina abbondante e ripetuta della Parola, e della cura affinché questa Parola trovi le condizioni per essere accolta.
F.3 LA PAROLA FATTA UOMO
Chi è questa Parola? Qualcuno infatti fatica a comprendere questo linguaggio, perché dice che bisogna parlare soltanto di Gesù, e non della Parola. Sono pienamente d’accordo, se intendiamo Gesù appunto come “la Parola che si è fatta uomo, e ha preso la sua dimora in mezzo a noi”, e se teniamo conto del fatto che questa Parola è stata preparata e annunciata dalle parole dei Profeti, è risuonata nelle parole degli Evangelisti e degli Apostoli, si rende presente nella parola della Chiesa, sia nell’annuncio e nel magistero che nella celebrazione liturgica.
La centralità e l’unicità di Gesù Cristo è infatti anche la “singolarità” di Gesù Cristo: cioè il suo essere non un qualsiasi ideale religioso, sia pure altissimo, non una personalità profetica generica, ma “questo Gesù, che voi avete ucciso e che è stato risuscitato dai morti” (cfr. At 2,23-32). È questo Gesù crocifisso e risorto che è presente nella liturgia eucaristica e nutre i fedeli col suo corpo e sangue. Parlare di “questo Gesù” vuol dire far riferimento a quel Gesù che non possiamo conoscere altrimenti se non per la predicazione e la parola della Chiesa, la quale si appoggia e si riferisce in tutto alla predicazione del Nuovo Testamento, alle parole e ai gesti di Gesù raccontati dai Vangeli, alle parole di tutta la Scrittura che lo preannunciano e lo spiegano. Che cosa conosci tu di Gesù Cristo, tu che ti dici magari “cristiano impegnato” e non hai mai letto a fondo i Vangeli, non li fai oggetto della tua meditazione quotidiana, non hai ancora appreso il metodo della “lectio divina”? Ascolta che cosa ti dice il Concilio: Tutti i cristiani apprendano “la sublime scienza di Gesù Cristo” con la frequente lettura delle divine Scritture. L’ignoranza delle Scritture infatti è ignoranza di Cristo (“Dei Verbum”, n. 25). Non è dunque possibile ricevere Gesù Cristo e lasciarlo farsi uomo nella terra del nostro cuore senza fare continuamente riferimento alla sua Parola e alle parole ispirate che parlano di lui. Non bisogna separare Gesù dalla sua Parola, né dal suo Corpo e dal suo Sangue, così come non bisogna separare il Cristo dal Padre e dallo Spirito Santo. Chiunque tenta simili separazioni non ha lo Spirito di Gesù.
F.4 ALCUNE CONCLUSIONI
Riassumendo alcuni dei punti fondamentali che sottendono il cammino indicato nelle Lettere Pastorali direi dunque cosi:
1. l’uomo è fatto per la Parola e trova se stesso nell’ascolto della Parola;
2 l’uomo merita perciò il massimo rispetto e va servito con attenzione e dedizione, sempre, aiutandolo a trovare la verità di se stesso e la sua autenticità;
3. la “contemplazione” è la dimensione ideale e necessaria per l’accoglienza della Parola: togliere i sassi, le spine, la dissipazione;
4. La Parola mette radici nel “cuore”, cioè nell’intimo della persona, nel luogo delle sue decisioni profonde e veramente umane. Il vero cammino cristiano è perciò un cammino di interiorità e di convinzioni, non solo di gesti e di abitudini. I gesti e le abitudini sono utili, se nascono da una convinzione interiore, la esprimono, la incarnano e la irradiano. Senza libera convinzione interiore non c’è cristianesimo.
Quest’ultima affermazione mi condurrebbe a un discorso più ampio, che mi sta molto a cuore, ma a cui qui posso soltanto accennare, perché l’ho sviluppato altre volte m questi anni: si tratta del principio agostiniano del “maestro interiore”, e del principio “spirituale” che domina tutto l’agire del cristiano, secondo la frase lapidaria di san Tommaso d’Aquino “la legge del Nuovo Testamento consiste principalmente nello Spirito Santo”. E’ dunque lo Spirito Santo che, penetrando nell’intimo dell’uomo mediante la Parola ispirata proclamata dalla Chiesa e con la rugiada della sua grazia, genera l’uomo interiore. Il cristiano è colui che vive secondo lo Spirito, la comunità dei credenti è suscitata dallo Spirito di Dio che la fa agire nella storia a imitazione di Gesù. Ma qui passiamo già al secondo momento della parabola, quello più propriamente ecclesiologico.
F.5 VERSO UN ABBOZZO DI “ECCLESIOLOGIA PASTORALE”
La parabola del seminatore è sempre stata interpretata in senso antropologico: si tratta della storia della Parola seminata nei cuori degli uomini. Ogni persona reagisce a suo modo, secondo le diverse vicende indicate simbolicamente nella strada, nelle spine, nella terra sassosa, nella terra buona. L’uomo viene giudicato secondo il suo modo di rispondere alla Parola.
La parabola può tuttavia essere letta anche pensando alla umanità che diventa Chiesa. Non è un’altra lettura, ma è la stessa lettura antropologica allargata in chiave ecclesiologica, secondo una continuità ben nota al Nuovo Testamento. Essa può svolgersi tenendo presente il collegamento con le parabole affini del “seme che cresce da solo” (Mc 4,26?29) e del “granello di senapa” (Mc 4,30?32). La Chiesa è la risposta complessiva del campo alla seminagione della Parola: “Coloro che sono stati seminati sulla terra buona, i quali ascoltano la Parola e la ricevono e portano frutto, uno trenta e uno sessanta e uno cento” (Mc 4,20).
Se vogliamo considerare più attentamente la vicenda unitaria di questo crescere e fruttificare del seme, la troviamo esposta in Mc 4,26?29. Ivi si dice che “il seme fiorisce e germoglia”, e che “da sola la terra produce frutto, prima stelo, poi spiga, poi pienezza di grano nella spiga”. A questa immagine si aggiunge quella del granello di senapa (Mc 4,30?32): “essendo il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra, quando viene seminato, monta su e diviene più grande di tutti gli arbusti e fa rami grandi, così da render possibile sotto la sua ombra agli uccelli del cielo di abitarvi”. Io direi molto semplicemente così: nutrito dalla Parola, cresce rigoglioso l’albero della Chiesa.
Se lo paragoniamo a uno stelo di grano, esso culmina in una spiga meravigliosa: è l’Eucaristia, culmine della vita della Chiesa, sintesi di tutta la sua vitalità. La spiga è fatta di semi di grano, pronti a loro volta per essere di nuovo disseminati oppure per essere macinati e divenire pane dell’uomo. Frutto dell’Eucaristia e termine operativo dell’azione della Chiesa è la missione e la carità.
È la carità che rende la Chiesa un albero visibile e accogliente, pronto a raccogliere sotto di sé tutte le lingue e le culture. Qui si aprirebbe la possibilità di esprimere quale sia la vera immagine di Chiesa, che è generata e continuamente rigenerata dalla Parola, che ha il suo centro e la sua forma nella Pasqua del Signore, nell’Eucaristia, che esprime i suoi frutti fino al cento per uno nella missione e nella carità. Sarebbe anche questo il luogo di considerare, nell’unico albero della Chiesa, il rigoglio di aggregazioni e movimenti che operano in essa e che hanno una funzione ministeriale, relativa all’insieme del corpo, a servizio del bene di tutti; e questo sia nell’ambito della Chiesa universale come di quella particolare.
Ma su tale immagine di Chiesa mi sono già espresso molte volte: essa è descritta nelle Lettere Pastorali di questi anni, e va letta anche nei segni che abbiamo espresso insieme, dal Congresso Eucaristico al Convegno Catechistico di Busto Arsizio e al Convegno di Assago sul “Farsi prossimo”. A una tale immagine di Chiesa facevo già riferimento in una lettera alla Diocesi nel primo anniversario del mio ingresso a Milano, il 10 febbraio 1981. Sul punto specifico della ministerialità delle aggregazioni e dei movimenti sarà opportuno ritornare dopo che il Sinodo ormai imminente avrà indicato le linee valide per tutta la Chiesa.
F.6 UNA CARTA DI COMUNIONE PER TUTTI
Ritengo dunque che una “Carta di comunione” che voglia esprimersi in poche parole possa concludersi qui. L’impegno ad operare in comunione di intenti pastorali su quanto è stato richiamato è ciò che ci rende tutti insieme discepoli obbedienti del Signore Gesù.
Questa obbedienza è chiesta a tutti i battezzati della Diocesi, senza distinzioni. Infatti nella Chiesa locale vivono e operano tutti i fedeli presenti in essa, presbiteri, religiosi, laici, associazioni e gruppi. Non esiste altro spazio di Chiesa in cui essi sono chiamati a esprimersi e a servire se non quello di questa Chiesa, che è a sua volta in comunione con la Chiesa di Roma e con tutte le altre Chiese cattoliche della terra. Anche chi serve in ministeri che spaziano verso la comunione missionaria con altre Chiese e la Chiesa universale, in quanto vive in questa realtà locale, serve ad essa e la edifica nella fede e nella carità. Tutti sono chiamati ad essere membra vive e vivificanti di questa realtà territoriale, segni e fermenti evangelici in questo campo che è la Chiesa ambrosiana. Ciascuno cammini secondo il suo carisma e a sua ispirazione interiore, ma con l’attenzione a quelle mete ecclesiali che sono proposte allo sguardo contemplativo e al proposito operativo di tutti.
Nessuno lasci che il centro dell’attenzione e della contemplazione si sposti dalle realtà veramente essenziali e sicure come la Parola di Dio, l’Eucaristia, lo Spirito Santo, a progetti o visioni parziali, né presti fede, prima dell’approvazione della Chiesa, ad asserite rivelazioni o messaggi che possono far perdere di vista il ruolo centrale della fede nel cammino del cristiano. È importante non confondere il buon grano con le erbe inutili o la zizzania, anche se esse non mancheranno mai nel campo della Chiesa.
Il Signore ci doni di camminare insieme, verso la meta comune, in piena comunione di intenti e pregustando la grande gioia che viene dal raccolto messianico del cento per uno.
+ Carlo Maria Martini
Da: Cento parole di comunione, Milano, Centro ambrosiano, 1987