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GIOVANNI MARIANO
Parroco di s.Martino e Prevosto di Bollate " UN ANNO ANCORA ..."
una seconda "quasi Lettera Pastorale", per i 23.000 parrocchiani di Bollate-Centro
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| QUADERNI DI SAN MARTINO 2/2002 |
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A PARTIRE DAL VANGELO
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IL MIRACOLO DEL FICO STERILE (Mc 11,12-14. 20-21/MT 21,18-20) Mentre uscivano da Betania, (Gesù) ebbe fame. E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. E gli disse: "Nessuno possa più mangiare i tuoi frutti". E i discepoli l’udirono (…). La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: "Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato". C’è chi dice che il miracolo del fico sterile sia il più curioso racconto di miracoli presente nei Vangeli. Probabilmente è vero. Colpisce. Nella redazione di san Marco Gesù maledice il fico perché lo trova senza frutti, va a Gerusalemme a "purificare il tempio" e il giorno dopo, ripassando per la via del fico sterile, tutti vedono che è completamente seccato. Nella versione di san Matteo il fico addirittura rinsecchisce all’istante, non appena Gesù lo maledice. Quale significato può avere il miracolo? Potrebbe significare che il cristiano non può permettersi di non portare frutti in ogni stagione, perché la Grazia di Dio lo rende capace di portare frutti. Chi si fa trovare senza frutti è perché ha scelto così… LA PARABOLA DELL’ALBERO CHE NON DA’ FRUTTI (LC 13,6-9) Dopo il miracolo , una parabola con contenuti che ci interessano, in qualche modo simili. La troviamo in san Luca: (Gesù) disse anche questa parabola: "Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finchè io gli zappi attorno e gli metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no lo taglierai". Sembra essere una parabola della pazienza di Dio, che vuol dare un’ultima "chance" anche a una situazione di sterilità disperata. Ancora un anno. Un anno ancora di pazienza, per vedere se, dopo le estreme cure, il fico darà frutti. Sembra una operazione difficile, ma non impossibile… Dio spera che i frutti arrivino. Non solo lui.
Chi si ricorda più di quel giorno, la sera piovosa del 7 dicembre e il pomeriggio umido dell’8 dicembre 2000? Che cosa è successo due anni fa? E in questi due anni? Il Signore è stato con noi e ha aiutato tutta la Parrocchia a riprendersi dopo quanto è accaduto nell’estate del 2000, con la perdita di don Franco. Ricordando quanto abbiamo vissuto possiamo dire di aver trascorso due anni particolarmente intensi. Se avessimo la pazienza di far passare i numeri del nostro giornale "insieme" settimanale, scopriremmo – nero su bianco - la mole di celebrazioni, di proposte spirituali, di preghiera, di accostamento alla Sacra Scrittura, il tanto lavoro in ogni campo, la massa imponente di iniziative e di proposte per essere più cristiani che abbiamo fatto. Spero che tutti ricordino qualcosa anche della mia "lettera" del 2001. Infatti non è stato un puro esercizio di scrittura, ma il dichiarare apertamente quel che penso e che desidero fare insieme a tutti voi, per essere sempre più discepoli del Signore. E’ stata l’inizio di un ascolto reciproco e di un dialogo tra noi. A me piace essere sempre un "libro aperto" e mi accorgo che questo mio parlare schietto è apprezzato, sia dentro che fuori la Parrocchia. Metto anche in conto che qualcuno avrà pensato diversamente, dal momento che magari ha scelto di essere "cristiano" a modo suo e non gli interessano le proposte della Chiesa. Ma io sono qui apposta perché noi viviamo sempre più e sempre meglio come Chiesa del Signore. Non perdo occasione, poi, per ripetere a voce alta la mia soddisfazione per la nostra Parrocchia: faticosa, ma grande, bella, viva, vivace: qui c’è da lavorare per il Vangelo. "La messe è molta (anche se) gli operai sono (sempre) pochi", posso ricavare dal Vangelo. Ma, onestamente, bisogna dire che non siamo "sottodimensionati" e che, anzi, rispetto alla media delle comunità parrocchiali, noi abbiamo tanti collaboratori "religiosi" e "laici" impegnati e generosi: senza lamentarci troppo, possiamo tutti lavorare moltissimo e benissimo, attirando anzi altre persone disponibili ed evitando la "malattia" degenerativa dei piccoli "giri" e il rischio delle piccole "comunità" che è il soffocare tra i "soliti noti", illudendosi di vivere automaticamente in situazioni più a misura d’uomo. A me va bene Bollate così com’è, anche se è "pesantissima". Questo basta. Mi basta. Almeno per cominciare o andare avanti. Vi basta? Pensate: non c’è altrove "Chiesa" migliore in cui vivere, se non qui: il Signore ci chiama qui. Questo è il meglio per noi. E’ bello lavorare tutto il giorno perché si allarghi la Comunità cristiana effettiva. Non tanto quella "sulla carta" (22.650 abitanti all’anagrafe, così che siamo davvero la parrocchia più popolosa della Diocesi: sarebbe un sogno, anche se dobbiamo tendere a realizzarlo, avere tanti cristiani quanti sono quelli dell’anagrafe), ma quella dei cristiani effettivi (quella percentuale che noi possiamo solo intuire, immaginare e verificare sul metro dei praticanti in un 20% e che, in realtà, nella sua dimensione effettiva, ben oltre i praticanti, è conosciuta solo dal Signore). Dai brani di Vangelo che fanno da guida principale alle nostre riflessioni di quest’anno, prendiamo spunto per orientarci verso il futuro. Sappiamo che Dio ci dà tempo, per poter portare frutti: "un anno ancora". E che il Signore vuole sempre, giustamente, trovare frutti. Noi dobbiamo operare come se avessimo sempre a disposizione un solo anno ancora, facendo il meglio in questo anno e portando frutti abbondanti in ogni stagione. Poi il Signore vedrà e, se vorrà, ci darà tanti altri anni ancora. Ma intanto lavoriamo adesso, grati per il dono del tempo che riceviamo. E, adesso, ripensando alla pagina di Vangelo, intuisco il senso della maledizione del fico: è ciò che in Parrocchia non sa portare frutto: persone, situazioni, problemi. Mettendole insieme, le due pagine di Vangelo ci dicono: nonostante le grandi cure di Dio, è possibile portare meno frutti (o niente) rispetto a quanto Dio si aspetta. Nel primo dei nostri brani evangelici, la maledizione è il giudizio di Dio sul Tempio e il suo popolo. Ora siamo il nuovo popolo di Dio: Dio si attende che la maledizione non si ripeta, così che si possa recuperare anche l’antico popolo, Israele. Cominciamo, allora, a pensare al dovere di portare frutti in ogni stagione: non è tanto o soltanto, "fare cose" (e ogni anno farne "di più"), ma è il realizzare il Vangelo in modo che ne resti traccia nella vita della Comunità e della Società in cui viviamo. In altre parole: è fare cultura cristiana. Se non impariamo a portare frutti e far trovare sempre frutti al Signore, in modo da verificare gli effetti di tale portare frutti, siamo destinati a inaridire. Pensiamo ad altre parole del Signore: ad esempio a quello che il Vangelo, subito dopo la maledizione del fico, riporta circa il gesto della purificazione del Tempio: "Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel Tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri" (Mc 11,15-19). E’ l’invito a tutti perché portino frutti soddisfacenti, non frutti di stravolgimento del Vangelo o di tradimento: altrimenti "non resterà pietra su pietra", nemmeno nei musei. C’era una volta un detto per segnalare un pericolo: "Arrivano i Turchi!". Non c’è bisogno che arrivino i musulmani: ci seppelliamo con le nostre mani. Se non facciamo rinverdire la nostra fede, la nostra vita cristiana, la nostra cultura cristiana, ci seppelliamo con le nostre mani. Non diamo la colpa ai musulmani, anche perché dovremmo essere noi a convertire i mussulmani. O mi sbaglio? Cultura è attenzione ai segni dei tempi (Mc 13,28-29) e portare frutti secondo quanto "i tempi" ci domandano. Dietro i "segni dei tempi" c’è il dito di Dio. Il miracolo di maledizione del fico esorta tutti a recuperare le radici cristiane della vita personale, familiare, comunitaria; esorta tutti a cercare fede-preghiera-perdono, che sono le radici della cultura cristiana. E a cercarli qui, su questo nostro "territorio" bollatese; cioè "a favore" e "con" la nostra gente. Quando dico "territorio" non penso tanto alla geografia: penso alla gente, intendo "la gente" che ci vive. Su questo "territorio", in mezzo alla nostra gente, con questa nostra gente, noi vogliamo progredire nella vita cristiana, vogliamo testimoniare meglio l’unico Vangelo di salvezza, vogliamo migliorare, per conseguenza, la qualità della nostra vita bollatese. Un anno fa, attingendo alle parole di Dio dette per bocca del profeta Giona, dicevo: Ninive-Bollate… Forse qualcuno ricorda quello che vi ho scritto un anno fa; e soprattutto ricorda la speranza che, se l’antica Ninive si era potuta salvare grazie alla sua scelta di conversione, quanto più la nostra Bollate. Sono i discorsi paradossali che spesso la parola di Dio fa, nel tentativo di convertirci. Comunque un secondo anno di lavoro insieme è passato e, sicuramente, grazie a Dio e ai tanti che hanno voluto "lavorare insieme", qualche passo in avanti l’abbiamo fatto. Così che, stiamo iniziando il terzo anno… Vola il tempo. Sono convinto che Bollate sia migliorata in questi mesi. E che, nonostante tutto, possa ogni volta riprendersi, sempre più recuperare, possa autenticamente sperare. Saranno le illusioni di un parroco, ma - passato un secondo anno insieme - sento "meno lontani" moltissimi "lontani". Ho cercato di dare lo spazio massimo possibile all’ascolto e all’incontro. In parecchi giorni arrivo a ricevere la gente anche per 4-5 ore: non è facile, perché la gente è tanta; alla sera qualche volta mi sento più stanco che se avessi scaricato un "tir". Ma è giusto e bello così. Anche se nessuno vede e comprende tanto lavoro discreto, è giusto e bello così. L’incontro vero è quello lasciato alla mano di Dio, che si serve anche del suono di un campanello o di un telefono. Le occasioni ti piovono addosso, non c’è quasi bisogno di cercarle. In questi due anni ho lasciato che il Signore mi facesse piovere addosso le occasioni; lo ripeto: quando qualcuno suona alla porta, quando qualcuno telefona, quando qualcuno ti incontra nelle situazioni più imprevedibili: lì c’è Dio che chiama a incontrarsi. Lì c’è il Signore che ha bisogno di qualcosa di importante. Mi piacciono queste occasioni di Dio. Sono tante in un giorno, tante (migliaia e migliaia) in un anno. E’ questo il primo passo per incontrare la gente. Voi avete già intuito che a me piace il dialogo semplice e non formale; a me non piace molto "fare salotto". Desidero essere discreto, non invadente. E poi il mio carattere è questo. Mi piace invitare le persone ad aprirsi; non mi piace aprire forzatamente, con l’apriscatole o il grimaldello, nè la casa nè le coscienze delle persone. Io credo all’amicizia che nasce grazie al Signore, al lavorare insieme e al vivere insieme le normali vicende che coinvolgono un prete: se, soprattutto, vedo una persona che si rimbocca le maniche assieme a me… lì nasce una amicizia come la intendo io. Pochi salamelecchi e tanto lavorare insieme. E’ un’amicizia meno "psicologistica" e meno "salottiera", sicuramente; quando nasce, è un’amicizia più vera: un prete può certo diventare amico di una persona o di una famiglia, ma senza annegare in tali amicizie, perchè il criterio di bontà di un’amicizia è soprattutto la disponibilità a spendersi insieme, a lavorare insieme, a vivere insieme i grandi ideali cristiani e umani. In più, un prete si deve dimostrare "amico di famiglia" di tutte le famiglie. Lo so che qualcuno sorriderà… ma delle cose che ho detto sono convinto: questo atteggiamento l’ho costruito, sperimentato, verificato e abbondantemente vissuto in prima persona nella mia precedente esperienza di parroco per otto anni a Busto Arsizio: i miei ex-parrocchiani possono testimoniare che, proprio grazie a questo atteggiamento, mi hanno sentito come "parroco di tutti" e non solo di qualcuno… e sono riuscito a essere amico di tantissimi e di tante famiglie senza frequentare in modo esclusivo, o comunque privilegiare i salotti di nessuno! Certo è difficile essere amico di "ciascuno", di "tutti" e di "tutte le famiglie". Aggiungo, allora, realisticamente: di tutte quelle che si può e che (loro, le famiglie) vogliono, ma senza alzare barriere o distinzioni. Tutti quelli che vogliono, possono inaugurare amicizia e sanno già che non farò "preferenze di persone" (già san Giacomo, nella sua lettera, ne parlava, 2,2-4). E’ così che penso a tutti quelli che non conosco ancora. E’ così che ho vissuto a Bollate in questi due anni le centinaia di pur brevi incontri con gente che era nel lutto o nella gioia; è così che ho voluto rivolgere a tutti quelli che ho potuto e saputo incontrare una parola non solo di circostanza… senza poter essere subito catalogato come "l’amico solo di quelli là". E’ così che sento "miei" perfino i "più lontani" e li sento vicinissimi, anche se non li conosco ancora. Non catalogo nessuno; non classifico nessuno; non squalifico nessuno: mi sento libero di guardare in faccia a tutti. E’ così che cerco di "farmi tutto a tutti" (così faceva san Paolo, a quanto pare). E’ così che sto per iniziare il… terzo anno del mio servizio pastorale. Il tempo passa. Vola. "Un anno ancora". 8. SUI "VICINI" E’ chiaro che do per scontato che i cosiddetti "vicini" ci siano e siano tanti. Ci sono e sono tanti! Aggiungo subito: sarebbe meglio che fossero sempre di più… Considero "vicini" non tanto quelli che vengono a Messa la Domenica, ma quelli che, poiché vengono a Messa la Domenica, stanno imparando e vivendo alcune cose essenziali. Anzitutto non trattano la Parrocchia come una agenzia, alla quale si richiedono prestazioni, considerandola "altra" o "di altri"; sono "docili" al Signore; non chiedono di onorare per conto loro "il proprio Dio" privato e raccomandano che la Parrocchia non disturbi con altre proposte oltre la semplice Messa domenicale ("qui o altrove, basta andarci", si è sentito dire). I cristiani "vicini" veri non si considerano già cristiani perfetti, ma sentono il bisogno di un confronto e di una crescita a partire dalla Parola del Signore e della Chiesa; e si dimostrano "docili" della docilità del Vangelo verso il loro pastore (che sogna questa serena docilità). In terzo luogo non stanno a guardare o a criticare, ma sanno rimboccarsi le maniche; e più talenti hanno ricevuto dal Signore, più si sentono in dovere di metterli al servizio di tutti. Infine i cristiani "vicini" non si ritengono appartenenti a nessuna "élite" (dei soldi, della professione, del posto sociale e perfino religioso) disprezzando la "vita parrocchiale", o, per quelli che si credono "più evoluti", la "Chiesa ufficiale" (riporto sempre espressioni che ho sentito). Che cosa sarà mai tale "chiesa" e dove sarà quella "non ufficiale" o quella "vera"? Non vorrei che anche a Bollate ci fossero alcuni che sembrano "parrocchiani" ma in cuor loro chissà che cosa sono; vengono sì a Messa alla Domenica, ma giudicano sempre tutto e tutti guardando dall’alto in basso. Non vorrei ci fossero anche quelli di cui parla S. Giacomo: "Se qualcuno pensa di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana" (Gc 1,26). I cristiani autentici non si sentono membri di una (impossibile) "élite ecclesiale", disprezzando il resto del mondo, che non fa come loro e che non è bravo come loro. Si sentono, invece, membri vivi di un popolo vivo (popolo che vorrebbe comprendere tutti, anche i non credenti diventati credenti), tutto teso a essere fedele al Signore e a vivere con gioia "nella Chiesa", che significa praticamente "nella Parrocchia". Tutti questi hanno le carte in regola per essere o diventare "vicini". Gli altri hanno bisogno di un cammino di conversione e maturazione. Noi invitiamo sempre tutti a fare questo cammino. Qualcuno ha paura di vivere la fede "nella Parrocchia"? Ha paura a legarsi e a impegnarsi qui? E’, invece, proprio la Parrocchia che permette di "respirare", di "sognare in grande", di concretizzare il Vangelo. E’ la Parrocchia il segno luminoso per la Città, se amiamo il prossimo. Vorremmo diventare sempre più una Comunità cristiana dalle porte aperte, desiderosa di offrire a tutti il meglio che ha, disposta, in pari tempo, a ricevere ciò che altri sanno dare. Viene in mente una frase della Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II: "La Chiesa riconosce tutto ciò che di buono si trova nel dinamismo sociale odierno (…) La Chiesa considera con grande rispetto tutto ciò che di vero, di buono e di giusto si trova nelle istituzioni, pur così diverse, che l’umanità si è creata e continua a crearsi (…) Niente le sta più a cuore che di servire al bene di tutti…" (G.S. 42). Se questo vale per "la Chiesa" in generale, vale per "la nostra Chiesa bollatese" in particolare. Se siamo "Parrocchia", cioè "Comunità cristiana locale" non è solo per vivere bene noi, essere cristiani noi, ma per servire al bene di tutti, operando perchè diventino cristiani. E’ necessario allora coltivare una mentalità più aperta, non da ghetto, non razzista, non separatista; occorre coltivare la simpatia verso l’esterno alla comunità. Pensate: vorremmo essere sempre più una Comunità parrocchiale che fa cultura nella Città. Occorre pensare al contributo originale da dare a tutti, alla testimonianza da dare circa la realtà e la dignità della persona, la grandezza del vivere civile e delle istituzioni pubbliche, la ricerca dell’onestà e dei grandi valori sociali, la difesa della dignità umana, della persona e della famiglia, del lavoro, ecc. Altri, condizionati dalle loro ideologie, vedono queste realtà con paraocchi che le "riducono o le snaturano"; noi possiamo offrire doni di verità e di umanità immensamente preziosi per il bene di tutti. La nostra stessa vita e presenza è "cultura": è il nostro fare cultura. I nostri Vescovi ci invitano a essere comunità cristiana che vive e fa cultura nel modo corretto. Sanno bene, infatti, che c’è chi scruta la cultura odierna solo per demonizzarla e per alzare le mura e i bastioni, contrapponendosi ad essa. Noi vorremmo, invece, "discernere i semi del Verbo già presenti in essa, anche al di là dei confini visibili della Chiesa" (CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000, §35), per arrivare alla persona offrendo stimoli e possibilità di cambiare mentalità e vita (mentre Dio ne cambia il cuore). Arrivano dei Greci, a un certo punto del Vangelo di san Giovanni, e dicono: "Vogliamo vedere Gesù" (12,20-36): "Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero: Signore, vogliamo vedere Gesù. Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose: "E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se, invece, muore produce molto frutto… Chi ama la sua vita la perde… Se uno mi vuol servire mi segua". Gesù non riceve direttamente quei Greci (pagani?), ma esprime i passi di una pedagogia del credere sulla base della testimonianza di chi ha creduto, cioè ha deciso di seguirlo in tutto. Fa, inoltre, un discorso per dire che, per credere in lui, occorre che procedano di pari passo la ricerca della Verità e la coltivazione della testa e del cuore, così che risultino cambiati gli orientamenti profondi e i desideri più autentici. C’è, infatti, da condividere la logica della Croce. "Allora" si vedrà Gesù, si scoprirà davvero chi sia, al di là della curiosità. La ricerca vera di Gesù conduce all’accoglimento del Vangelo della Croce. Oggi, queste cose le propone la Chiesa di Gesù… Siamo noi che dobbiamo "far vedere Gesù" dimostrando che siamo entrati nella logica di vita di Gesù. Dipende da quello che "coltiviamo". Un giorno hanno chiesto al direttore del settimanale diocesano di Verona perché lì si legga poco (scusate, ma qualche volta guardo ancora quei prodotti, quei giornali, che hanno visto tanti anni di mio impegno pastoral-giornalistico e, talvolta, leggo ancora quello che scrivono gli altri, in diocesi e fuori diocesi). Quel mio ex-collega direttore ha risposto: "Qui ci sono tanti soldi, ma non si legge. Con la pancia piena non si sente il bisogno di coltivare la testa". Se ricordate, anni fa il Card. Biffi parlava di Bologna sazia e infelice, opulenta e senza speranza - Dio non ci faccia correre quei rischi! Andiamo agli antipodi, nei popoli che noi chiamiamo ancora del Terzo Mondo: a pancia vuota, è arduo coltivare la testa, tanto che Paolo VI, nell’enciclica "Populorum Progressio" indicava nell’"avere di più" la condizione per "essere di più" (Populorum progressio, §14-17 e soprattutto §19). Certo, si può "essere di più" anche a pancia vuota: ma siamo umani… Dobbiamo, allora, coltivare la ricerca di un vero equilibrio umano e sociale. Noi Bollatesi, che, nonostante ampie sacche di povertà, difficoltà in moltissime famiglie e problemi di ristrettezze ancora troppo diffuse, non siamo però ai livelli più bassi - anzi, il benessere si diffonde sempre più, frutto di tanto lavorare - dobbiamo domandarci se e in che misura sentiamo crescere il bisogno di "coltivare la testa" oppure se pensiamo che basti arrivare a riempire sempre di più "la pancia" (benessere, salute, casa decente, auto nuova, moglie nuova…) per crederci "arrivati". Dire "lavoro pastorale" è, anzitutto, dire attenzione alla gente e a quello che vive: non è utile, allora, che quest’anno parliamo proprio del nostro modo di "coltivare la testa" così che ne risulti migliorato il cuore e la vita? Vogliamo "crescere" nella testa e nel cuore, anche per aiutare gli altri a incontrare Gesù. Meglio: a capire che Gesù sta già andando loro incontro per primo e a noi tocca di spianargli un po’ la via, umilmente, discretamente. Vorrei poter dire che tutti i Collaboratori parrocchiali, anzi "tutti" i Bollatesi sono consapevoli che questa è la nostra missione. "Un anno ancora": Gesù ci dà tempo per farlo. Ritornando alla Populorum progressio, vi leggiamo: "Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione. Fin dalla nascita, è dato a tutti in germe un insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare: il loro pieno svolgimento, frutto a un tempo dell’educazione ricevuta dall’ambiente e dallo sforzo personale, permetterà a ciascuno di orientarsi verso il destino propostogli dal suo Creatore. Dotato d’intelligenza e di libertà, egli è responsabile della sua crescita, così come della sua salvezza. Aiutato, e talvolta impedito, da coloro che lo educano e lo circondano, ciascuno rimane, quali che siano le influenze che si esercitano su di lui, l’artefice della sua riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà, ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più" (§15). "Tale crescita non è facoltativa: (…) è ordinata al suo Creatore (…) è chiamata a un superamento. Mediante la sua inserzione nel Cristo vivificatore, l’uomo accede a una dimensione nuova, a un umanesimo trascendente, che gli conferisce la sua più grande pienezza" (§16). Questo cammino di crescita possiamo anche chiamarlo cammino della "Cultura": un cammino necessario per tutti. Ci interessa dunque tutto ciò che fa crescere l’uomo. Dice la Gaudium et Spes del Concilio ecumenico Vaticano II: "E’ proprio della persona umana il non poter raggiungere un livello di vita veramente e pienamente umano se non mediante la cultura, coltivando cioè i beni e i valori della natura (…). Con il termine generico di cultura si vogliono indicare tutti quei mezzi con i quali l’uomo affina ed esplica le molteplici sue doti di anima e di corpo; procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la conoscenza e il lavoro; rende più umana la vita sociale sia nella famiglia che in tutta la società civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni; infine, con l’andar del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze e aspirazioni spirituali, affinchè possano servire al progresso (…) di tutto il genere umano" (G.S. 53). Scusate le lunghe citazioni, ma mi sono sembrate preziose. Perché qui c’è la sostanza del nostro impegno di coltivazione equilibrata della gente. Siamo chiamati alla missione di sempre: comunicare il Vangelo in un mondo che, in corsa, continua a cambiare, ma che ha bisogno di Dio per funzionare in modo umano. Anche i nostri Vescovi prendono atto che il mondo "cambia": ma non per spaventarsi. Nel documento "Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti per il primo decennio del 2000", la Conferenza Episcopale Italiana sa benissimo come si sta evolvendo la situazione del cattolicesimo italiano. E mentre noi siamo soliti classificare la distanza dalla vita di fede con le categorie dei vicini/tiepidi/lontani (così ad esempio per il sondaggio diocesano in vista del Convegno di Busto Arsizio sulla catechesi del 1984, e che sarebbe utile rifare), oppure con le categorie dei praticanti/saltuari/battezzati non praticanti/non battezzati, i Vescovi parlano di "comunità eucaristica", di "battezzati a rischio" con rapporti sporadici con la Chiesa e di "non battezzati o di altre religioni" (cfr "Comunicare il Vangelo, ecc." § 46). Comunque sia, ciascuna categoria a suo modo, esige attenzione e domanda impegno: vuoi per sostenere la vita cristiana di "vicini", vuoi per richiamare alla bellezza della vita cristiana i "tiepidi", vuoi per arrivare a un primo annuncio a chi non ha più o non ha mai avuto connotati cristiani (ibidem §§ 57-59). Fondamentale viene ritenuto il "dialogo culturale", evidentemente. Il nostro compito non è difficile se partiamo con il piede giusto: lasciamocelo indicare dal nostro nuovo Arcivescovo, il cardinale Dionigi Tettamanzi, nella sua presentazione degli Orientamenti dei vescovi italiani: "Comunicare il Vangelo non è semplicemente far conoscere il testo sacro, aprire la mente alle verità del Vangelo, coinvolgere il cuore nello stile di vita proposto da Gesù. E’ vivere l’esperienza dell’incontro e della comunione personale con Gesù Cristo, l’inviato dal Padre, il Figlio di Dio fatto uomo e presente in mezzo a noi, il Risorto, colui che viene. Un’esperienza questa che si nutre dell’ascolto della Parola, della celebrazione dei segni sacramentali della salvezza, della vita di carità secondo lo Spirito: in una parola, un’esperienza che nasce e cresce con la contemplazione del volto del Signore Gesù e con l’adorazione amorosa e devota di lui. Proprio questa contemplazione si fa radice vivificante e forza trascinante per l’impegno missionario, quale partecipazione della stessa missione salvifica di Cristo. Infatti, come scrive il papa, "chi ha incontrato veramente Cristo, non può tenerselo per sé, deve annunciarlo (Novo Millennio Ineunte, 40). (Cfr CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000, Piemme, Casale Monferrato, 2000, p.7). Si parla a proposito e a sproposito di cultura. C’è chi parla di "cultura alta", di "cultura spicciola", di "cultura dei semplici"; chi ne parla solo in termini accademici; chi pensa che "cultura" sia solo la propria o del proprio mondo di appartenenza… Nelle scienze umane si parla di "cultura"; nella scuola non solo se ne dovrebbe parlare, ma soprattutto la si dovrebbe fare; si parla di "cultura quotidiana", che è il clima complessivo della società, così come si forma, come risultante delle tradizioni ricevute e del vissuto quotidiano: come l’uomo se la sbriga, col proprio bagaglio di pensiero e di vita, davanti all’emergere dei problemi. Alcune parole hanno una radice comune: cultura, coltivazione, culto… Nella lingua ebraica è la stessa radice che esprime anche il lavoro, l’impegno. La cultura allora dice coltivazione e impegno per lo sviluppo integrale dell’uomo. Nel concetto di cultura dobbiamo ricomprendere: un’idea integrale, piena, dell’uomo, spirito e corpo, materia e trascendenza; dobbiamo anche comprendere una intelligenza dei valori, una sensibilità verso tutto ciò che è umano; una prospettiva verso ciò che è vero, bello, buono; la valorizzazione delle tradizioni buone e l’opposizione alle tradizioni negative; la valorizzazione della collaborazione della grazia di Dio e della libertà dell’uomo. "Impegno pastorale" richiede, pertanto, "impegno culturale". La Fede è per la promozione e la salvezza dell’uomo. La cultura cristiana è l’esperienza umana animata e qualificata dalla fede; da una fede che, appunto, sa lasciare traccia nella vita e quindi, generare cultura. Compito della Chiesa, della Comunità cristiana è, annunciando il Vangelo, di fare cultura: di ogni tipo, in ogni campo, a cominciare dalla "cultura di Dio", dalla "cultura della Salvezza", dalla "Tradizione della Chiesa", che è la più grande realtà, anche culturale, esistente. "Cultura vuol dire anche… "culture", le diverse culture dei popoli: in questo caso la Chiesa è mandata a evangelizzare anche quelle culture, assumendo ciò che di buono c’è in esse, per meglio esprimersi e realizzarsi, ma senza identificare il Vangelo con una cultura (Evangelii Nuntiandi, n. 20) La cultura esistente è… il luogo d’incontro tra il Vangelo e l’uomo, tra il Signore e l’uomo. Fare cultura per noi significa diffondere quanto serve a favorire le condizioni per una vita cristiana, fatta di fede e di opere; e proporre fede e moltiplicare opere per dimostrare la bontà e la fecondità del Vangelo, che, in tal modo, produce cultura e contribuisce alla cultura esistente in un territorio. Prendere per buono, a occhi chiusi, ciò che c’è nella cultura esistente, buono e cattivo, è tradire il Vangelo; rinunciare a contribuire al cambiamento della cultura esistente è rinunciare a essere cristiani. I cristiani, però, non usano il Vangelo come arma per imporre una visione di fede (l’integralismo è, cristianamente parlando, una bestemmia, perché non è fedele a Dio e non rispetta l’uomo): il Vangelo, infatti, può essere solo proposto, con amore, alla libertà umana, una libertà nella quale lavora già la grazia di Dio. La nostra cultura cristiana è fatta di fede, che dà una visione del mondo e della vita; ed è fatta "di vita", di impegno e di opere che vengono dall’ispirazione evangelica come logica ed evidente conseguenza. La cultura è tutto ciò che ci fa "crescere", potremo dire sintetizzando le parole della Gaudium et Spes, citate al §12. Tutto ciò che fa crescere: la concezione cristiana della persona e della vita, lo sviluppo del pensiero, il progresso nella affermazione dei valori autentici, gli effetti sull’organizzazione dell’esistenza quotidiana, le relazioni umane ricondotte a livelli di vera umanità. La cultura serve a vivere, cambiare e migliorare. Ma la cultura ha due nemici. Il primo nemico è il nemico di ogni progresso e compare spesso sulla bocca di tanti, anche collaboratori parrocchiali e si esprime così: "Perché si deve pensare a qualcosa di nuovo? Perché si deve cambiare se andava bene come si è sempre vissuto e fatto? Si è sempre fatto così!". Senza motivazioni. Mi è sempre capitato di sentire parole simili: Dio non voglia che le senta anche a Bollate. Confesso infatti che quando le sento, quelle parole, mi cadono le braccia. Contengono infatti i virus dell’immobilismo e della passività, che distruggono la cultura e stravolgono il senso della Tradizione, annullando le potenzialità del Vangelo. La rozzezza mentale che esprimono è barbarie (inconsapevole forse, ma barbarie), sicuramente è la rinuncia a pensare. E’ la dichiarazione pubblica del non voler evangelizzare, del non voler educare, del non voler coltivare; è la proclamazione dell’inettitudine dello Spirito di Dio e la cancellazione delle parabole evangeliche dei talenti: "Si è sempre fatto così". Mettiamo tutto sotto terra o lo conserviamo nel fazzoletto (come insinua Gesù nelle note Parabole dei talenti)? Sono le parole che segnano la morte di ogni progetto educativo; sono la campana a morto che accompagna il funerale di ogni slancio culturale. Sono parole da cancellare. E’ un primo nemico da distruggere. Ma ce n’è un secondo. Il secondo nemico culturale può essere espresso da queste parole: "Dobbiamo solo costringere a fare così, a vivere così, a pensare così. Se il Signore ha comandato, dobbiamo solo obbedire ciecamente". E’ il "fondamentalismo". E’ anche questa una via fallimentare: gli obblighi religiosi (e non solo quelli), i doveri, i precetti, gli orientamenti di vita: o sono interiorizzati (perché interiorizzabili, avendo valenza culturale la loro proposta) e quindi maturati, fatti diventare lucida consapevolezza e scelta libera, o non funzionano. Gli "imperativi evangelici" sono sempre proposta culturalmente valida alla libertà della persona. In questa lettera vorrei mettere a fuoco soprattutto un aspetto del nostro evangelizzare legato al fare cultura. Si tratta della "valenza culturale" (quindi, della possibilità di aggancio reale di credenti e non credenti) di tutte le nostre scelte e iniziative pastorali. Se sono "culturali", se hanno "valenza culturale" producono risultati verificabili. Vogliamo imparare anzitutto a cogliere meglio la realtà e, come si è detto, i "segni dei tempi" in cui viviamo (e già questo è un passo culturale); vogliamo capire in profondità le condizioni alle quali la nostra gente può accogliere il Vangelo, e così precisare i compiti ai quali siamo chiamati. Dobbiamo imparare a volgere "in senso culturale" ogni nostra proposta e ogni nostra scelta, perché tutto abbia una qualifica di "contributo culturale" alla crescita effettiva delle persone, cioè della nostra gente. Allora il Vangelo viene accolto liberamente e con gioia e produce frutto. Altrimenti tutto finisce, ad esempio, come la tanta "catechesi" fatta ai bambini: finisce quasi nel nulla... E’ raro che costruiamo dei cristiani. Il nostro contributo si situa al livello della coscienza, da edificare cristianamente. La Chiesa deve produrre l’edificazione cristiana delle coscienze dei fedeli e deve proporre tale possibilità agli (chiamiamoli così per capirci) "infedeli", ai lontani, ai miscredenti, ai malcredenti o a quelli diventati tali… a causa del taglio non culturale del parlare di Dio e del Vangelo da parte dei cosiddetti fedeli (rendendo ostico il Vangelo, assurda la vita cristiana, inconcepibile la vita della Chiesa). Certe forme di ateismo e di anticlericalismo sono probabilmente il prodotto della "religione" deficitaria culturalmente che incontrano. Fare cultura costruendo coscienze è rispettare la storia, è entrare nella storia, come ha fatto il Verbo di Dio. Il Vangelo, che è dentro una tradizione culturale, crea così nuova cultura. La Chiesa deve prendere atto della cultura esistente, di come si sta evolvendo, attenta a discernere i veri valori, senza dimenticare che valori e disvalori influenzano già la coscienza del credente e del non credente. Occorre imparare a predisporre le condizioni per un discernimento dei fatti culturali e dei tratti culturali dell’ambiente in cui viviamo per esercitare un servizio "culturalmente competente" e, per questo, potenzialmente evangelizzatore. Se parliamo di "cultura cristiana" parliamo dell’esperienza umana in cui la fede anima la realtà. Non può stimare poco ciò che è umano, perché sarebbe infedele alla parola che si incarna (è il suicidio culturale dello "spiritualismo"); ma anche l’umano, la cultura esistente, non può combattere la fede, perché si autocondanna a una chiusura disumana degli orizzonti. "La Verità vi farà liberi" (Gv 8,32): la fede, se diventa cultura, fa liberi davvero in ogni campo della vita. Se non diventa cultura resta "religione" alienante, spiritualità di copertura e di fuga: non è più "cristianesimo", è altra cosa. 19. FARE CULTURA CRISTIANA IN UNA SOCIETA’ "RIDIVENTATA PAGANA"? E’ forse il poco impegno "culturale" di tante comunità che ha permesso un certo ritorno al "paganesimo"? Il card. Martini ha detto tante volte che l’evangelizzazione oggi deve cominciare con l’interrogarsi sul vissuto quotidiano dei nostri contemporanei per scoprire la mentalità così come essa si esprime nelle scelte e negli atteggiamenti concreti di ogni giorno. Così che non ci potremo limitare a pochi interventi episodici o ad alcuni aggiustamenti settoriali che riguardano la nostra predicazione, qualche nostro rito, o parte del nostro servizio. C’è da operare un serio ripensamento di tutta la nostra ricca e articolata azione pastorale. C’è da interrogarsi seriamente su come sia possibile entrare nel tessuto della vita quotidiana delle nostre famiglie, perché l’intera loro mentalità sia rinnovata e sempre più ispirata agli autentici valori evangelici. (Cfr: i suggerimenti del Card. Martini nelle lettere Effatà, o Il lembo del mantello, ad esempio). Le stesse idee le presenta continuamente Giovanni Paolo II quando invita a operare perché si rifaccia il tessuto cristiano della società (si ricordi una volta per tutte, la Christifideles Laici al § 34). Il ripensamento riguarderà, allora, tutta la vita cristiana ordinaria per trovare migliori e più efficaci canali di presenza; occorrerà assumere il linguaggio dei nostri tempi, accettandone i limiti ma senza lasciarsi condizionare da essi; valorizzare gli strumenti per sfondare le porte, i mass media. L’azione evangelizzatrice serve anzitutto a instaurare un rapporto personale con il Signore, ad agevolare il rapporto personale con Dio: dalla Catechesi dei bambini a quella degli adulti, questo è l’obiettivo primario di cui far fare esperienza. La fede è anzitutto relazione personale con il Signore Gesù: ma alla fede e a questo rapporto personale si arriva non solo con altrettanti rapporti personali evangelizzatore-evangelizzato, bensì assumendo anche gli strumenti che ha in mano l’evangelizzando e che per lui sono imprescindibili. E’ così che si rifà il tessuto cristiano della comunità e, attraverso di esso, il tessuto cristiano - per quanto è possibile - della società. Occorre inoltre non disprezzare le indicazioni che emergono da seri studi sulla situazione della "religiosità" (ad esempio: P. CORVO, Gli orientamenti etici degli italiani, Aggiornamenti sociali 6/1996, che presenta e commenta alcuni risultati dell’importante lavoro sostenuto da CEI e Università Cattolica, a cura di V. CESAREO, R. CIPRIANI, F. GARELLI, C. LANZETTI, G. ROVATI, La religiosità in Italia, Mondatori, Milano 1995). L’indagine citata mostra le smagliature nel tessuto sociale italiano a proposito di coerenza religiosa. Segnala infatti: orientamenti morali sempre più contraddittori, tanto che la morale personale, familiare e sociale si discosta molto dall’insegnamento della Chiesa; il solidarismo si mescola con l’intolleranza; qualche ripensamento c’era nel 1995 su aborto, eutanasia, bioetica: ma oggi? E poi l’indagine segnala la crescente divaricazione tra fede e morale nel campo affettivo, prematrimoniale e coniugale: probabilmente, la ricerca, rifatta oggi, mostrerebbe una ulteriore crescita della soggettivizzazione di questi campi della vita e quindi un progressivo allontanamento dal Vangelo. Quanto siamo lontani dal Vangelo lo può dimostrare il contatto con i fidanzati di oggi... Questo mostra che l’attuale disorien-tamento delle coscienze è profondo e culturale. E non sapremo "operare" verso la nostra gente se non ci renderemo conto dei "nuovi linguaggi" necessari: quelli usati dalla gente, che impediscono la comunicazione "come si faceva una volta". Forse avremmo dovuto approfondire di più i nuovi linguaggi della comunicazione nel biennio del "comunicare", come aveva suggerito più di dieci anni fa il Card. Martini. Forse avremmo meno difficoltà, ad esempio, nella catechesi dei ragazzi... e non solo. Approfondiremo in un prossimo futuro questi discorsi. Evangelizzare è fare cultura nel senso più vero e pieno del termine. Si può tradurre anche con questa formula la nostra missione religiosa, il nostro vero contributo culturale. La nostra pastorale ordinaria non può che essere fedele al Vangelo e quindi "culturale", produttrice di cultura: deve pertanto possedere chiare, evidenti, volute, efficaci valenze culturali. Per questo andrà ripensato per prima cosa il Progetto Pastorale Parrocchiale, che deve andare oltre le dichiarazioni generiche e i richiami generali al Vangelo e al solito schema liturgia/carità/missionarietà, per approdare a quelle scelte concrete, con cadenze e scadenze concrete, che permettono di far condividere i passi di una crescita comunitaria, verificandoli annualmente alla luce della Parola del Signore e della Chiesa. Siamo dunque davanti all’urgenza sempre più viva di una strategia dell’"inculturazione della fede", che permetta una vera evangeliz-zazione della gente (e quindi diventi "evangelizzazione della cultura"). La fede o si fa cultura o si autotradisce. O è capace di farsi cultura o diventa insignificante e inconcludente, spiritualista e deviante anche dall’ortodossia. E’ il medesimo lavoro pastorale, lo stesso annuncio della parola di Dio, la vita liturgica, la pratica della carità che devono riqualificarsi, assumendo la valenza formativa che spesso manca, diventando così capaci di incidere sulla mentalità e sui comportamenti: così genera cultura! Se avessimo la pazienza (e il fegato…) di rileggerci tutte le Prolusioni del cardinale Ruini, presidente della Cei, a tutte le assemblee o consigli dei Vescovi italiani scopriremmo una sua incessante e insistente litania a questo riguardo. "Fare ogni cosa culturalmente" in modo intenso significa cominciare a dare una risposta alla gente di oggi: offrire occasioni per saziare la fame e la sete di Dio. Fame e sete non sempre espresse o, talvolta, espresse male. Ma reali, esistenti perfino in chi nega di aver fame e sete di Dio. Il primo gesto avente forti possibilità culturali è… la propria presenza. Siamo in mezzo a cristiani, poco cristiani, malamente cristiani, non più cristiani, non cristiani, ecc. Se siamo e se facciamo seriamente i cristiani stiamo già facendo cultura in mezzo al "mondo". Come cristiani abbiamo alcuni elementi di originalità di pensiero e di azione, che derivano dal Signore, ma che "verso gli altri" sono anzitutto un messaggio umano: è la nostra umanità la prima carta di presentazione della fede, del Signore, della Chiesa. Il Signore lavora segretamente in tutte le coscienze, ma forse desidera una nostra migliore presenza per risvegliarle e attirare l’attenzione su Dio stesso. Non che Dio ne abbia bisogno, ma ha scelto di aver bisogno di noi (diceva qualcuno). Partecipare alla vita della gente in modo costruttivo, è già una offerta culturalmente qualificata dalla fede. Accettare le persone e essere accettati per i valori che portiamo e per lo stile di vita che abbiamo è già aprire le porte. Poi si può pensare anche a mezzi e strumenti: ma il primo veicolo siamo noi, la Comunità cristiana, la Chiesa. E’ allora importante creare "luoghi" che permettano di capire che da noi si sazia la fame e la sete di Dio. I "luoghi" non sono gli edifici, ma sono gli ambienti umani. Non pensiamo subito neppure a "luoghi" in cui si dimostra la bontà che deriva dalla fede: la Caritas ad esempio; che è un luogo che rischia di essere equivoco: la gente ci cerca per i benefici materiali che ottiene, non certo perché vuole Dio (anzi!). E questo non è tutto positivo. Anche la Caritas e la pastorale della Carità andrebbe riqualificata, per non ridurci a succursale (come ha detto una volta il Cardinale Martini) della Croce Rossa o, come aggiungo io, a succursale dell’ufficio comunale di assistenza. La Carità va fatta in modo che serva davvero all’uomo nel bisogno e in ricerca, ma non tutto spetta alla Comunità cristiana di fare o di supplire. Occorre riqualificare o inventare luoghi di incontro con le persone che non conoscono Gesù Cristo, o lo conoscono male e in modo deformato, oppure che non si ricordano più di lui. Qui non esistono, a quanto pare, ricette pronte: bisogna inventare. E’ più facile inventare "momenti di incontro", che possano avviare risposte alla fame e alla sete di Dio. Saranno "centri" o "punti" o "gruppi" di ascolto della Parola di Dio e delle parole umane… E’ meno facile inventare occasioni e iniziative dalle quali traspaia anzitutto l’intenso riferimento alla Parola e l’intensa preghiera personale e comunitaria: non è parlando tanto della preghiera (magari invitando il solito personaggio inflazionato) che si attirano i miscredenti, ma offrendo luoghi di preghiera in cui "noi" stiamo pregando seriamente, facendo dei momenti di preghiera che già ci sono dei messaggi culturalmente significativi, eloquenti, comunicativi. Pensiamo a quello che diceva ai giovani del loro Sinodo il card. Martini nella "seconda consegna": "Costruite la vita comune. Costruite esperienze di vita fraterna secondo la tradizione più vera delle nostre comunità. La Parola di Dio per essere ascoltata ha bisogno di un contesto comunitario, e l’Eucaristia ha bisogno di una mensa attorno alla quale condividere la vita. Gesù incontrò Zaccheo nella sua casa (…) Non vuole che questo incontro sia uno come tanti, vuole creare contesto, vuole lasciare una traccia" (Attraversava la città, § 7). Gesù entra in casa di Zaccheo non per fare salotto, ma per fargli, a tu per tu, una proposta in grado di lasciare traccia, una proposta… con valenza culturale, toccando il nervo scoperto della vita di Zaccheo: per questo lascerà traccia. Sempre rivolgendosi ai giovani, il cardinale invitava a inventare "forme nuove di vita fraterna": "Prima che un edificio ci sia un contesto, un luogo permanente di incontro, giorni di vita insieme in cui si respiri uno stile di fraternità, di lavoro e di preghiera; tempi comuni dentro la vita ordinaria, per imparare a fare bene le cose di tutti i giorni, e per interpretare insieme la Parola e la Cultura contemporanea, con l’intelligenza della fede e con il desiderio di dialogare con tutti". E alla Comunità intera aggiungeva: "Tutte le nostre Comunità siano attente alle esigenze giovanili di vita comune, sapendo che i giovani, oggi più che mai, hanno bisogno di formazione intelligente e affettiva, per appassionarsi al Signore, alla Comunità cristiana e ai fermenti evangelici disseminati tra i loro coetanei nel mondo". Ma anche gli adulti hanno bisogno di "luoghi di autentica conoscenza del Signore e di gioiosa condivisione fraterna. La parola di Dio ha bisogno di terreno buono e l’Eucaristia ha bisogno di una casa" (ibidem, § 9). Ecco allora la Comunità parrocchiale come Casa e scuola di comunione, d’esperienza di Dio, di fraternità tra le generazioni. E, tra gli adulti, i più bisognosi di attenzione sono i fidanzati, i giovani genitori, quasi tutti classificabili come "ricomincianti": cioè gente alla quale è possibile far fare esperienze di fede, così che possano riprendere ciò che è stato abbandonato (forse perché non significativo…) in anni lontani. Pensiamo a come progressivamente dovrà essere migliorata la stessa celebrazione eucaristica domenicale: un non credente che, per portare la nonna a Messa, si fermasse per educazione e delicatezza assieme a lei, che cosa ricaverebbe da una nostra celebrazione ordinaria? Sulla Domenica torneremo tra poco (n. 27). Occasione significativa ("luogo" anche questo) è anche il contatto con il presbiterio di una Parrocchia: dimostra apertura e accoglienza? E al suo interno dimostra spirito di comunione? Testimonia la bellezza della collaborazione pastorale? Dimostra unione con il parroco, il vescovo, il papa? Sì, con quest’ordine: perché è facilissimo sentirsi in comunione con il papa, che è lontano; abbastanza facile con il vescovo, che è a distanza di sicurezza; e con il parroco, col quale condividere il peso del lavoro pastorale? Questa comunione è già messaggio culturalmente rilevante. La stessa cosa vale per lo spirito di comunione che i collaboratori dimostrano; e con loro i catechisti, gli allenatori sportivi, gli animatori degli Oratori: quale messaggio culturalmente rilevante lanciano nei propri ambienti, spesso frequentati da non praticanti e non credenti? Il "giorno culturale" più importante è quello "del Signore". Alla Domenica, da rivedere come "giorno del Signore e della Comunità" che si riunisce nel suo nome, bisogna riconoscere e restituire dignità. Basta con la "domenica" (sic! minuscolo), triste ultimo giorno del week-end (triste perché dopo si torna alla scuola e al lavoro). E’ per i cristiani il primo giorno della settimana, è quello che dà senso agli altri giorni. Pensiamo, noi cristiani, al messaggio culturalmente negativo che diamo alla società, se trascuriamo questo giorno? E’ il giorno che ci permette ogni cosa, dal momento che ci mette davanti Colui che ci rende capaci di ogni testimonianza. L’ascolto comunitario della Parola e la gioia dell’Eucaristia sono la base e il punto di partenza di tutto il nostro vivere cristiano. E’ il giorno in cui si vede che la Chiesa "c’è" , perché si incontra col suo Signore. E’ il giorno in cui la Chiesa fisicamente si vede e si tocca nella Comunità cristiana, che è la Parrocchia. Una Comunità viva (Chiesa viva), in una chiesa (di mattoni) bella, piena di luce, di fiori, di gioia (sono tutti segni culturalmente rilevanti e profondamente comunicativi), si può toccare con mano la vita cristiana comunitaria. Non dobbiamo aver paura di sprecare qualcosa per rendere accogliente anche l’ambiente fisico: chi critica luce, fiori e segni esteriori come uno spreco, si rilegga la pagina di Vangelo relativa a quella donna che ha "sprecato" un profumo da 300 denari per Gesù: chi critica e obietta allo spreco per Gesù si chiama Giuda, il ladro, il traditore… Senza esagerare, ma anche i segni esteriori hanno un valore. E sono messaggio culturalmente significativo. La Domenica è il giorno in cui splendono soprattutto le persone e carismi e ministeri agiscono insieme a gloria di Dio e per annunciare la sua bontà verso di noi e verso tutti. E’ il giorno in cui evitare di scappar via troppo spesso nella "seconda casa", ma in cui restare di preferenza nella vera "seconda casa", che è la Comunità parrocchiale, dimostrandola viva e dandole il proprio contributo di testimonianza, perché chi vi si affaccia, scopra la presenza del Signore. Vi si possono affacciare, vi possono bussare soprattutto i "nuovi bollatesi", quasi assenti dalla realtà parrocchiale, anche se qui immigrati da trent’anni… e quindi poco disposti o forse poco aiutati (ed educati) a inserirsi in quella che è la loro Comunità. Bisogna far ridiventare importante per adulti e ragazzi lo stare in Parrocchia, in Oratorio, facendo attività nei gruppi, ecc. Sì, proprio anzitutto di Domenica. Se no rischiamo di diventare vuoti borghesi, piccoli piccoli, individualisti e omologati, come, purtroppo – e ce ne dispiace - tanti altri. 28. ORIENTARE IN SENSO PIU’ CRISTIANO LA CULTURA DI BOLLATE-CENTRO Se riqualifichiamo culturalmente la nostra vita parrocchiale, diamo un sicuro e positivo contributo al ri-orientamento in senso cristiano del nostro campo di impegno, che è la realtà del Centro di Bollate corrispondente alla Parrocchia di san Martino. Non vogliamo dimenticare le altre frazioni di Bollate, ma sappiamo che le Comunità parrocchiali ivi operanti tentano di fare il loro dovere a questo riguardo. Come si potrà, concretamente, ri-orientare in senso cristiano la cultura del nostro quartiere centrale di… quasi 23.000 abitanti? E’ "fuori misura" rispetto alle risorse e alle energie di cui effettivamente disponiamo? Sì, è fuori misura (ma anche una parrocchia di 500 abitanti lo sarebbe) se non ci ricicliamo in senso culturale e non ci ri-orientiamo in modo esplicito in senso culturale. Dobbiamo prendere rinnovata consapevolezza del dono della fede, del rapporto personale con il Signore Gesù e delle dimensioni del nostro compito reale come Chiesa che non si lascia spaventare dalle "dimensioni" numeriche, ma naviga in ben altre "dimensioni"…, non essendo "solo lei" a operare, ma prima e di più lavora Qualcun Altro. Un "progetto culturale", o meglio, un agire religiosamente in maniera progettata e con dignità culturale, lavorando in sintonia con l’azione di Dio, che ci precede, ci accompagna, ci avvolge. Questo lascia traccia nel cuore e nella vita! Prendiamo sul serio il tempo che Dio ci lascia. Cominciamo a pensare più in grande: sarà il nostro modo per accogliere l’invito del Vangelo e di Giovanni Paolo II: "Duc in altum!", "Prendi il largo!". Gesti "ampi" che aprono la via e preparano il terreno all’evange-lizzazione sono il nostro fare i giornali parrocchiali, "insieme" settimanale e trimestrale la Radio Città Bollate, la nostra presenza in Internet. La gente vive "con" i mass-media! Cominciamo a pensare a qualche altro nuovo gesto ampio di capillare evangelizzazione. Vogliamo andare verso le "Missioni parrocchiali"? Potrebbe essere una scelta da valutare insieme. Ormai le "Missioni" si fanno in modo veramente rinnovato. Vogliamo far partire qualche centro di ascolto della Parola di Dio? Coraggio: chi si offre per condurlo? Vogliamo riprendere lo studio biblico? Quest’anno iniziamo da San Paolo. Cominciamo subito con il riqualificare la catechesi? Ecco: viene offerta una occasione per una serie di importanti incontri formativi per i catechisti durante l’anno. C’è bisogno di nuovi catechisti e qualificati catechisti. Vogliamo iniziare un gruppo di catechisti per adulti (e in particolare per fidanzati): chi si offre? Evidentemente sarà anzitutto il Consiglio Pastorale a riflettere e a scegliere: ma dobbiamo raccogliere il maggior numero di proposte e di idee, così che sarà facile individuare le vie migliori, capaci di lasciare traccia e di rifare un pezzetto del tessuto cristiano della nostra società bollatese. Se facciamo discorsi di cultura ci mettiamo sanamente in concorrenza con le altre proposte culturali (se ci sono) e vincerà chi offrirà la cultura più umanizzante e non alienante, più capace di speranza. Come cristiani, almeno questa certezza l’abbiamo: non per fede cieca, ma per esperienza concreta, personale, sulla nostra pelle. La bontà del Vangelo, sperimentata personalmente e concretamente, ci fa dire: grazie Signore, per avermi fatto cristiano; adesso capisco i doni che ho ricevuto da te; e capisco ancora di più come sia deficitaria la vita senza di te. Anche poter dire questo è riconoscere la potenza culturale del Vangelo, che promuove tutti e ciascuno, permettendo di fare la verifica della sua bontà e fecondità.
*** Basterà "un anno ancora"? Evidentemente dovremo chiedere al Signore un po’ di sani tempi supplementari. Per me e per voi. Buon anno pastorale 2002-2003.
Bollate, Festa della Madonna del Rosario 2002 |